POLITICA DELLE DONNE, Testi: La fotografia femminile al MIA 1a edizione 2011

by Donatella Massara on maggio 24, 2011

Il MIA Milan Image art Fair è la prima Fiera d’arte dedicata alla Fotografia. Questo significa una esposizione dove non solo le fotografie sono in mostra ma chi vuole le acquista, attraverso le gallerie che hanno i loro stand. Come spiega Paola Colombari, la gallerista, in questo caso, propone i  nomi di artiste e artisti, con i loro oggetti d’arte e, combinando insieme valore di mercato e ricerca estetica, indirizza verso le scelte, costruisce gli stili. Probabilmente non è da solo il gallerista a compattare i valori, tuttavia è sicuramente un mediatore d’eccellenza fra l’arte e il pubblico che la gode.

 

Passare qualche ora al MIA è stata un’esperienza veramente piacevole e arricchente. Gli espositori erano 193 e ogni galleria o ente presentava uno o più artisti. Per chi come me segue come tracciato quello delle donne è stata una bella novità scoprire quante sono le fotografe. Mi sono lasciata guidare dai loro nomi e ho fatto un viaggio curioso fra i mondi che quelle fotografie proponevano. Quelli che ogni artista costruisce partendo dal gioco fra luce e oggetti fotografati e incrociando con essi la propria ispirazione di ricerca.

In primo piano vorrei mettere Camera 21, la galleria e associazione culturale fondata nel 2008 da Simona Filippini che nel 2010 ha concentrato intorno a sé il progetto Femminile plurale. Un percorso fatto da Camera 21 quando ha raccolto le immagini di quelle donne che hanno accettato – in una postazione alla Casa Internazionale delle Donne di Roma –  di farsi scatti l’una all’altra a quella parte del corpo che giudicano rappresentativa della femminilità. Le fotografie sono state pubblicate in un libro, accompagnate dalle parole delle donne – fotografe fotografate – che spiegano il perchè del loro scatto. Il nudo corpo femminile riacquista attraverso queste immagini un valore di segno destituito di tutti gli orpelli tradizionali a cui la fantasia maschile ricorre per fermarlo in immagine.

Dal loro lavoro seminariale con sette fotografe è uscito Desperate Housewives, un dvd dove le immagini scattate nel presente, sulla vita in casa delle donne, si scambiano con altre immagini, uscite dalla felice scoperta che, negli anni ’70, altre fotografe femministe si erano soffermate sullo stesso tema: Marcella Campagnano e Giovanna Calvenzi. Ma su questo dvd ritornerò successivamente in un altro articolo.

Preferisco rientrare nel labirinto dei 5 padiglioni e, seguendo il tracciato femminile, vado a vedere che cosa descrivono le donne, quale porzione di realtà mettono in evidenza e con quali soluzioni artistiche ce la propongono. Fra le fotografie esposte, presentate dalla galleria Minini di Brescia, c’erano alcuni scatti di Francesca Woodman, l’artista morta suicida negli anni ’70 quando aveva appena 22 anni e che è ormai considerata fra le maggiori artiste internazionali. Quasi che la sua grandezza la definisse anche per unicità e originalità, è difficile, fra le immagini di queste artiste di oggi, trovare altri volti, altri corpi femminili. Bruna Biamino ferma le immagini di Israele, alla ricerca non della guerra ma della poesia di un luogo dove hanno preso vita tre religioni. Alessandra Dosselli racconta i luoghi abbandonati dei Magazzini Generali e dei Frigoriferi di Brescia. Archeologia industriale che può dare una forma alle idee. Nina Fischer ha fotografato il Palazzo dei Congressi dell’EUR. La fotografa lo riempie di gruppi di persone che però sono stati portati apposta sul luogo che altrimenti sarebbe vuoto. Fra le case in decostruzione, dei quartieri che non hanno più abitanti c’è la fotografia di Susanna Pozzoli, dedicata a uno dei quartieri in fase di risistemazione di Harlem e agli oggetti lasciati in queste case vuote. Alice Pedroletti, milanese fotografa anche lei il paesaggio. Una serie di immagini di piccolo formato sono state scattate nel quartiere di Santa Giulia, la zona milanese che averebbe potuto essere un quartiere moderno, costruito da celebri architetti e che, invece, ha rivelato di avere falde acquifere inquinate dai detriti tossici. Le sue fotografie sono delicate come se, allo stesso tempo, volesse mantenere la bellezza dei luoghi, visti attraverso la nebbia che avvolge gli alberi, i colori invernali, i soggetti di una natura in apparenza sempre uguale, in mezzo alla bruttura di interventi umani micidiali. Leonora Hamill fotografa in città e nazioni diverse i depositi delle scuole d’arte, accompagnata da “una riflessione sul modo di produrre arte”. Patrizia Della Porta fotografa gli edifici mettendosi nella posizione di un qualsiasi pedone, però sfoggiando l’evidenza di geometrie inaspettate. Svetlana Ostapovici mette insieme detriti ferrosi che ingombrano lo spazio dove monumenti storici ci appaiono come se fossero un tutt’uno con essi. Con un’atteggiamento molto diverso ma anche lei attratta dal mondo dell’arte è Donatella Castiglione Humani. Le sue immagini però disfano la realtà più che fermarla. I particolari dei monumenti antichi, fotografati più volte, in ore differenti e non casuali, smaterializzano il senso dell’arte come documento storico ma anche come reperto. I monumenti conservano la loro ieraticità museale ma allo stesso tempo ci mettono davanti a una sospensione del tempo, che diventa una sintesi di tempi differenti riplasmata e assorta in se stessa.

Altrettanto interessanti sono le immagini di Fulvia Pedroni Farassino raccolte anche in un libro Sogno in 42 fotogrammi (Biblioteca di Vivarium, 2009). Sono fotografie ottenute muovendo la macchina fotografica. Sono immagini che, come dice lei medesima, vogliono cogliere quell’attimo del sogno che ci coglie fra sonno e veglia, quando per due anni, dopo la morte del marito, <<la notte venivo visitata da sogni ricchi di immagini, suoni e rumori. Vividi. […]. Da fotografa, mi chiedevo come avrei potuto fotografare quei sogni.>> C’è riuscita, usando con la tecnica del mosso, lo zoom e il flash. A colori porta a compimento la sua ricerca di fotogrammi mossi, intermediazione fra <<la percezione del mondo sensibile e il mondo spirituale>>, anche Deborah Savoie.

Rossella Bellusci ha esposto in grande formati 130 x 80cm e più piccoli, immagini bianche dalle quali escono segni più scuri, riconoscibili figure umane ma private della corporeità della immagine, più simili a disegni. Sono fotografie ottenute con una vecchia automatica, con l’obiettivo rivolto verso il sole e attraverso lunghi tempi di esposizione. <<Non c’è descrizione ma suggestione.>> dice Angelandreina Rorro. Anche le immagini di Giulia Marchi hanno questa ispirazione. Sono fotografie stenopeiche, ottenute quindi con la macchina stenopeica, con stampa a contatto. Immagini quindi viste attraverso un piccolissimo foro di una scatola dal quale passa il raggio di luce che va direttamente a impressionare la pellicola (in bianco e nero o polaroid). Giulia Marchi costruisce da sé le sue macchine fotografiche. Le sue immagini hanno il fascino delle cose minime. Oltre che fare <<riaffiorare gli oggetti da un passato lontano>>, fanno pensare a immagini della mente che si sono impresse sulla pellicola, più che a immagini della realtà. Sono fotografie spiritistiche, volontariamente incapaci di documentare. Benedetta Alfieri invece propone le sue fotografie di abiti, lontane dal linguaggio della moda. Abiti appoggiati a uno sfondo bianco o colorato senza modella che li indossa diventano un segno letterale.

Con le due fotografe Daniela Edburg, messicana e Maria Magdalena Campos-Pons, afrocubana, le fotografie si assoggettano ancora al linguaggio della fantasia. L’una fotografa situazioni create in studio dove i soggetti sono sempre accompagnati da oggetti fatti a maglia da lei.  The Bride è una donna anziana vestita da sposa che, al tavolo della sua festa di nozze, lavora con i ferri, avendo a disposizione grandi spole di lana bianca. Con quest’opera è stata vincitrice del Premio Arte Laguna 2009 come miglior artista straniera nella sezione Arti Fotografiche. L’altra artista invece colloca i suoi soggetti fotografici in mezzo a raffigurazioni pittoriche di evidente ispirazione centroamericana.

E’ con Valentina Miorandi, Stefania Romano, Francesca Galliani, Virginia Panichi che le fotografie si riempiono di volti e corpi. In ordine la prima si è posizionata all’angolo di Broadway con la 42esima strada per riprendere in un lungo piano sequenza e poi in fotogrammi la gente che lì passava, e quindi attribuire a ognuno o ognuna un titolo, come se fossero aspiranti attori da organizzare in un book, con i ruoli a cui potrebbero aspirare. La seconda fotografa la figura femminile in studio come viaggiatrice attorniata da mappe, mappamondi, cappelliere, salvagenti.

La terza fotografa le modelle, spesso svestite ma con una grazia che sarebbe bello avessero i tanti fotografi che fanno scatti pubblicitari svestendo i corpi delle donne, senza alcuna capacità di usarli come soggetti artistici. Le modelle di Galliani sono divenute come per caso parti della sua fotografia, parti decorative di ambienti inaspettati, sono oggetti artistici, disturbati nella loro fissità da interventi estemporanei dell’artista. La quarta invece costruisce le sue narrazioni con le donne, creando in studio complicate scenografie. Scrive Martina Corgnati che lo studio del corpo contemporaneo sarebbe una delle tematiche più frequenti della giovane arte specialmente “al femminile”.

Non del tutto vero nelle esposizioni del MIA, però