Politica delle donne. Testi: Riflessioni sulle Cinque Vie a Milano alla ricerca di Nanda Vigo

by Donatella Massara on aprile 22, 2018

Passando davanti alla Statale entro per vedere le installazioni del Fuori salone. Il mio occhio esperto di pratica della differenza mi dice che qui non c’è niente di interessante. Un’installazione promette Il luogo dell’origine confezionato da uno studio di uomini. Alti tubolari con led luminosi accompagnano e chiudono un percorso. Me ne esco confermata della pochezza di un evento a cui non può legarmi che la curiosità. Pochi mobili moderni mi sono piaciuti in vita mia e non spenderei più di 10 euro per comprare una tazza, l’architettura di un edificio sfugge necessariamente al mio senso critico, mi colpiscono solo i luoghi antichi. Ma c’era di peggio in realtà scopro, dal commento di un’amica, che guardando meglio l’installazione offriva il divanetto che rievoca il seno materno dove è anche possibile “ricaricare i devices”. L’amica cinquantenne ci ha visto sarcastica un esempio di milanesità, invece io la chiamerei banalità con un retrogusto di spesso spirito maschile, di cui magari l’architetto non se ne è accorto. Leggo il giorno dopo sul Corriere però che il cuore del Fuori salone è il quartiere delle Cinque vie. Ci vado sabato pomeriggio, la situazione mi piace di più. Ho fatto un primo giro. L’area delle Cinque vie e zone limitrofe sono l’origine di Milano. E’ il cuore della città romana di cui ancora sono conservati i resti. Prende da sempre questo nome perchè in un punto preciso, quello affiancato dal palazzo della vecchia Borsa, c’è l’incontro a raggiera di Via Santa Maria, Via Santa Maria Podone, Via Santa Maria Fulcorina, Via Bocchetto, Via del Bollo. Nel Fuori Salone delle Cinque Vie un posto d’onore fra le decine di esposizioni, vendite, mostre, installazioni lo occupa Nanda Vigo, l’artista designer architetta, nata nel 1936. E così sono tornata stamattina a cercare i luoghi dove promettevano incontri con la sua opera. Ho visto una piccola exibition di opere fatte con il neon, alla vecchia sede del Ferramenta Meazza. Qui a piazza Cardinal Massaia, fino a una decina d’anni fa, c’era un famoso negozio dove Nanda racconta che andava a cercare i pezzi per le sue opere. Era un posto frequentatissimo dai designer. Proseguo nel percorso Vigo. Purtroppo a via santa Marta l’Archvio è chiuso, forse perchè è domenica e così è chiuso il negozio di via Gorani dove, dalla vetrina, ho visto una bellissima esposizione delle sue lampade, triangoli irregolari al neon colorato. E’ per merito di Nanda Vigo, della voglia che avevo di visitare le sue opere che mi sono immersa nella zona delle Cinque Vie. Lei mi piace molto, adoro la sua versatilità. E’ una versatilità che ha anche fatto interpretato su se stessa. Le fotografie, sul suo sito, fanno vedere come non sia mai stata troppo fedele a se stessa, è sempre diversa, nel trucco, nei capelli, negli abiti che seguono una moda rivisitata dalla sua genialità. Grande protagonista degli anni dell’avanguardia del design la vedo ritratta con i coniugi Ponti, con Lucio Fontana, anche con il marito Piero Manzoni, non lo sapevo che fossero stati sposati perchè come dice lei: non mai ha usato il cognome acquisito. La vedo ritratta in una fotografia con Yoko Ono. Le sue opere seguono la sua ispirazione, non uno stile preciso, eppure sono allo stesso tempo molto rigorose, pulite, accennano alla capacità di rigenerarsi, senza ripetizione. Perchè questo lei rimprovera ai giovani artisti di oggi. Dice “Noi” – gli artisti della sua generazione – “non avevamo niente”, non c’erano i critici, non c’erano le gallerie, non c’erano le committenze.“Adesso che hanno tutto” alle opere degli artisti di oggi manca la sostanza, non sappiamo come possano proseguire.

La bellissima cartina mi orienta per questo percorso di vie che per vari anni della mia vita sono state come casa mia. Negli anni ’70 e dopo, c’è stata una vivace polvere di industriosità politica che ha coperto magicamente le più varie esperienze. In questa zona c’era la casa occupata di via Lanzone, già dimora di cardinali, lasciata dalla Chiesa a diroccarsi, c’era la casa occupata di via Morigi altra dimora nobiliare, in disuso, c’erano sparsi per questo intrico di vie appartamenti grandi pieni di stanze, mai ristrutturati, con riscaldamento autonomo, neanche a pensarci sull’uso dell’ascensore. Qui abitavano le e gli studenti fuori sede e ci sono stanze anche per noi milanesi che iniziamo, ventenni, a fare i primi passi verso l’autonomia dalla casa natale. Curioso che quelle di noi che provenivano da famiglie abbienti abitassero in palazzi vicini ben conservati nel loro secolare prestigio: a Palazzo Borromeo, in via Cappuccio, in via Santa Maria Fulcorina o in una più rampante via Sambuco, e comunque sempre a pochi metri dalle abitazioni più povere. Poi tutto è diventato business, speculazione, spinta fare più soldi. Eppure da quegli anni per una contaminazione che non saprei sciogliere nascono anche le sedi politiche femministe, dal 1975 in poi, nello stesso tracciato milanese. La Libreria delle donne ha la prima sede nel 1976 in via Dogana, non tanto distante da qui, perchè percorrendo fino in fondo via Torino o tornando verso il Duomo, prendendo via dei Mercanti ci si inoltra nell’intrico di vie del vero centro storico milanese. In via Via Col di Lana, c’è stata la storica sede del movimento femminista milanese, dal 1976, da qui, attraversata piazza XXIV Maggio, percorso il corso di Porta Ticinese, oltrepassata la Porta Ticinese con le Colonne di San Lorenzo, è facile infilarsi dentro all’area delle Cinque Vie, entrando in via Cesare Correnti dove, di fronte al palazzo che ospitava, nel 1990, la prima sede del Circolo della Rosa, c’è la piccola via del Torchio che porta dentro alle viuzze delle Cinque Vie. I reperti murari di Milano capitale, dal 286 al 402 d.C., dell’Impero romano d’Occidente sono ancora visibili, conservate in mezzo alla città che sale. Puntando dritto attraverso via San Sisto, via santa Marta, poi via san Maurilio arriviamo a Via Gorani, al numero 9 nasce nel 1981, il locale per sole donne Cicip e Cicip tenuto aperto da Daniela Pellegrini e Nadia Riva, con qualche interruzione, per almeno una trentina d’anni. Luogo, direi, che mai è stato chiuso rimanendo la memoria del luogo ben presente. E’ per questo che non nutro alcuna nostalgia dei tempi lontani, essendo che da lì sono state originate le ore migliori della mia esistenza, fino a oggi compreso, per cui rimango in evoluzione permanente, riacchiappata la mia infanzia, sono affiancata da queste presenze che, nella città hanno il loro segno riconoscibile per la geografia dei sentimenti. Mi sento di conseguenza affrancata dalla contingenza e da ciò che per esserci costringe a misurare la materialità dell’essere, perchè so che, viceversa, l’essere smaterializza l’agire in prossimità con le idee, i ricordi, le sensazioni per rimaterializzarsi su quanto avviene. Ci determinano le presenze che nutrono la mia fatica quotidiana in un esercizio, più che di memoria, di vera coniugazione di un’esperienza, anche se avulsa dalle solide mura in cui è stata, in passato, figura del tempo.

E io credo che la sostanza sia anche, in questo caso, quella della storia dei luoghi che substratano gli edifici. Una storia che matura insieme a quello che è possibile portare dentro a questi edifici, dandogli quel coefficiente di valore molto difficile da circoscrivere quando chi riaccoglie i luoghi nella geografia urbana non sa poi rifare il segno di che cosa li ha fatti diventare quello che sono.