LIBRI, Recensioni: Pinella Leocata legge Luciana Tavernini, Marina Santini, “Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua”, Il Poligrafo, 2016

by Donatella Massara on maggio 12, 2018

Mia madre femminista. Una storia del femminismo italiano

di Pinella Leocata

Una storia del femminismo italiano scritta da due donne che hanno trasformato in metodo storiografico le pratiche del femminismo. “Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua” (Il Poligrafo) è un testo insolito che cattura ed emoziona perché è un libro di storia, ma allo stesso tempo è un racconto di vita e di vite, a partire da quella delle due autrici. Marina Santini e Luciana Tavernini – docenti, da sempre impegnate nelle attività della Libreria delle donne di Milano e della Comunità di storia vivente – narrano la nascita e il procedere del femminismo seguendone le tappe storiche, ma lo fanno a partire da sé, con una cronologia al femminile e con una scrittura soggettiva che usa il linguaggio parlato e sessuato.
Un testo importante per le più adulte, per ripercorrere la propria storia, e soprattutto per le più giovani che potranno partecipare dello spirito del tempo e trarne spunto per nuovi sviluppi.
Il testo segue due percorsi che s’intrecciano. C’è la storia del femminismo che si sviluppa nel tempo e per argomenti – le parole per dire la novità della nuova coscienza delle donne, il corpo, i luoghi fisici e culturali di crescita, il lavoro – e ci sono le storie di donne in carne e ossa, ognuna delle quali racconta il momento in cui ha avuto inizio il proprio percorso di consapevolezza e di cambiamento.
Una storia corale, dunque, una storia di donne, al plurale, per ribadire che “non c’è un modo di essere donna e uomo, ma il senso libero della differenza, a partire da sé e dal dialogo tra le donne”. Questa è stata ed è l’autocoscienza, “il trasformare il parlare tra donne, il chiacchierare tra noi che c’è sempre stato, in atto pubblico e dunque politico”. Come ad esempio sta avvenendo oggi con la campagna #meetoo contro le molestie e il ricatto sessuale sul lavoro. “Un movimento rivoluzionario perché problematizza la questione facendo diventare le denunce azione politica. Ed è una presa di coscienza del fatto che il danno è grave, inammissibile, e richiede tempo per essere elaborato e denunciato”.
“Mia madre femminista” narra – nella forma di uno scambio epistolare tra una madre e una figlia che ha sofferto delle sue assenze per l’impegno politico – la storia delle tante conquiste delle donne, conquiste che hanno trasformato la nostra società sul fronte della legge e dei diritti civili (divorzio, aborto, stalking, stupro, finalmente reato contro la persona e non contro la morale), ma anche su quello delle pratiche e della cultura, dalla costituzione dei consultori e degli asili autogestiti, ai primi centri antiviolenza, alla rete di case protette, ai luoghi delle donne, alle librerie, alle riviste, ai festival cinematografici e teatrali… Processi di un cambiamento culturale di lungo periodo basati sull’ascolto di sé in dialogo politico con altre donne in relazione, nell’autocoscienza, a partire dal riconoscimento di essere parte di una genealogia femminile, e dunque della centralità del rapporto con la madre.
Nel corso di un incontro tenutosi a Catania, alla libreria La Fenice, promosso da La Città Felice le autrici hanno sottolineato come “La nostra origine è duale. Nasciamo tutti da una donna, e la forza del femminismo è nella relazione duale”. Di qui l’importanza del rapporto di sorellanza e soprattutto – dopo avere “sperimentato negli anni come questo può appiattire, e rischia di diventare disgregativo” – del rapporto di affidamento. “Abbiamo capito che bisogna ripartire dall’autorità, dall’affidarsi di ognuna ad un’altra donna grazie alla cui autorità crescere. Autorità non significa potere, ne è il contrario positivo, tanto che il nostro motto è ‘il massimo di autorità con il minimo di potere’. Sono io che scelgo una donna come punto di riferimento e lo rendo pubblico perché l’autorità necessita e presuppone un riconoscimento pubblico”. Un approccio lontano dalle politiche volte a rivendicare l’uguaglianza cui, invece, viene opposta la cultura della differenza considerata come il cuore della generatività fisica e culturale. “Per generare occorre una differenza, un’alterità. Quando le donne vogliono essere eguali agli uomini peggiora la vita di tutti, mentre bisognerebbe partire da sé, dalle differenze, anche per ottenere condizioni più rispettose dei bisogni collettivi”.