Libri, Testi Michela Fontana, Nonostante il velo, VandA e publishing – Morellini, 2018

by Donatella Massara on novembre 4, 2018

Il libro di Michela Fontana “Nonostante il velo”, VandA e publishing – Morellini, 2018 ha vinto il Primo premio di Femminile, Plurale Allumiere 3,11,2018 Le motivazioni della giuria pubblicate sul sito della Casa editrice VandA e publishing

di Donatella Massara

Posto qui la relazione con cui l’avevo presentato alla Libreria delle donne a Milano 8,2,2017

“Nonostante il velo” è un libro che presenta le interviste alle donne saudite accompagnate dalle ricerche dell’autrice e dalle sue considerazioni. Per esempio Aisha è l’attivista che guidò nel 1990 la prima protesta delle auto. Un gruppo di donne si convocarono a Ryhad per guidare la propria auto perché l’Arabia saudita è l’unico paese dove alle donne è stato proibito. Solo recentemente hanno avuto questa concessione. Le interviste si estendono a donne diverse e inaspettatamente ci troviamo a contatto con giornaliste, donne della classe alta, media, mediche, una celebre oculista, donne d’affari, fondamentaliste, le giovani della generazione twitter, le scrittrici, organizzatrici di gruppi per il rafforzamento o il sostegno delle donne, dirigenti di banca. Il libro mi è piaciuto per la grande limpidezza della sua costruzione. Offre tutti gli elementi per potere giudicare insieme a un linguaggio leggero, ricercato ma essenziale.  Mi è piaciuto sia il rigore con cui sono esposti i dati e sia la passione, il coinvolgimento emotivo, l’amicizia che è scattata fra Michela e alcune delle intervistate. Mi piace che lei consideri le donne saudite la vera ricchezza di questo paese.

L’Arabia Saudita è un paese ossessionato dalla moralità che proibisce i contatti fra i sessi, e esclude le donne dalla sfera pubblica. Questo paese è tale per cui come dice Michela è quasi tutto proibito e poco è lecito.Ho fatto dei paralleli

“Le donne non sono riconosciute come soggetti liberi, giudicate incapaci di agire secondo ragione, sono subordinate alla potestà paterna e poi maritale. Per una qualunque transazione economica devono richiedere il permesso del marito, non hanno diritto di voto, non possono frequentare le stesse scuole dei maschi, non possono accedere alle carriere liberali” ma questa non è una citazione sull’Arabia Saudita bensì è una citazione storica sull’Italia e gli altri paesi europei nel corso del XIX secolo, periodo in cui i diritti delle donne arretrarono. Dopo la Rivoluzione francese viene sancita la vittoria del cittadino maschio che decreta l’incapacità politica delle donne. Con il Codice napoleonico le donne perdono tutti i diritti civili. Ecco quindi che in Italia lo stato liberale, a sessantanni dalla sua nascita, abolisce nel 1919 l’autorizzazione maritale quell’istituto giuridico per cui una donna non può gestire il proprio patrimonio e fare transazioni economiche. L’ Arabia Saudita stato assoluto è stato proclamato nel 1932 dopo la conquista di Ibn Saud che non a caso indicò nella scelta del nome che era di proprietà di un uomo e della sua famiglia. Questo stato comincia oggi, dopo ottantanni dalla sua nascita, a pensare di abolire la figura del ‘guardiano’ di colui che autorizza i movimenti delle donne e che può essere il padre, il fratello, lo zio, il marito. E’ infatti notizia di fine settembre 2016 che è arrivata al re la petizione di 14 000 donne saudite favorevoli a questa decisione.

Cercando di venire a capo di questa matassa che avvolge insieme diritti delle donne, i nostri e i loro passati e presenti ho seguito l’interrogativo politico di Michela che si chiede come finirà questo esperimento delle donne saudite, basato sulla veloce crescita della loro partecipazione – pur se in regime di separazione sessuale. Ci sono luoghi dove i maschi stanno da una parte e le donne da un’altra e non si devono incontrare – sono i luoghi della vita pubblica, però questa partecipazione riguarda le  carriere, l’economia, gli affari, gli studi, i viaggi all’estero. Mi è piaciuto questo interrogativo che apre il discorso a quello che stanno facendo le donne secondo uno sguardo che è sì dall’alto ma che è rivolto alla differenza più che alla parità. Nonostante il velo, infatti le saudite alle elezioni dei consigli amministrativi comunale, le uniche che esistono, le donne hanno partecipato nel 2015 e sono state anche elette. Ed è stata eletta anche una donna come consigliera regionale della regione dove c’è La Mecca.

Mi sono domandata allora per sospendermi da interrogativi a cui manca per ora la risposta e per uscire dalla strettoia dei diritti: Che cosa desiderano queste donne? Ho messo insieme delle parole chiave: guidare, ma anche guidarsi perché c’è chi vuole  liberarsi del sistema di tutela maschile,  studiare perché sono il 58% della massa scolastica, e le studentesse pare si siano addirittura scontrate con la polizia per migliorare le condizioni di abbandono e sporcizia dei loro campus, twittare, usare i mezzi informatici perché su 5000 blog il 46% è stato creato dalle donne, e poi c’è: ANDARE VIA.  È qui, quando Michela chiude il suo libro sulla testimonianza di Wahda, la più emozionante di tutto il libro, che questa parola appare. Andare via è una parola nata dal lato più oscuro della condizione delle donne saudite  che rivela la violenza domestica. E’ una realtà coperta e sepolta, che non può venire denunciata né punita, non essendoci gli strumenti giuridici e politici per farlo, che viene tenuta nascosta, per proiettare all’esterno il decoro di una nazione compiaciuta e vittoriosa della sua moralità severa. L’Arabia saudita non è il paese delle mille e una notte, il sistema di segregazione e protezione delle donne invita a farne delle schiave, soggette all’ignoranza affettiva, se così può essere chiamata la mancanza di amore per chi ci sta a fianco se non all’aggressività di chi ha in odio le donne.  Ecco allora che  Wadha picchiata dal fratello e dal padre, una laureata con un buon lavoro, in cura psichiatrica, ha un desiderio preciso: fuggire da questo paese, chiedere asilo politico portando le prove degli abusi che subisce nella famiglia. Il libro si conclude con la notizia che Wadha dopo uscite e rientri drammatici e anche due tentativi di suicidio ce l’ha fatta a scappare, si è rifugiata in un paese che l’ha accolta e lavora come cassiera.