LIBRI, Recensioni, Gisella Modica, “Come voci in balìa del vento”, Iacobelli, 2017

by Donatella Massara on dicembre 8, 2018

Gisella Modica “Come voci in balìa del vento” Un viaggio nel tempo tra storia personale e storie collettive, Iacobelli, 2017 di Donatella Massara

Le donne parlano, le voci si confondono con le ondate di vento caldo che, sospinte dal mare, raggiungono la Sicilia. Sono voci che non hanno trascrizione ma si disperdono, resistendo. Prive di un luogo pubblico che le coniughi – facendole autorevoli – a un ascolto, rovistano fra i pezzi della storia collocandosi come soggetti nella loro differenza. 

Queste voci, in virtù delle quali la storia delle donne ritorna a farsi soggetto con le sue domande, i dubbi, la visibilità, sono delle donne che Gisella Modica ha intervistato nel 1977, le donne che sanno di un evento leggendario nella memoria collettiva: l’occupazione delle terre fra il 1945 e il 1957. In quegli anni guidate dai partiti dalla sinistra e dai sindacati migliaia di famiglie contadine occuparono le terre dei latifondisti siciliani. Gisella con Angela Lanza e con Rita andarono a intervistare le donne di quelle occupazioni. Storie mai prima di allora raccontate. Le fotografie ufficiali delle occupazioni  delle terre mostrano una lunga marcia di uomini, come se dove si vedevano le donne gli storici, selezionandole, sorpresi le avessero messe da parte, fuori tema. Gisella è colpita durante le sue ricerche dalla fotografia di una contadina che cavalca un mulo con in mano una bandiera rossa. La didascalia parla di una compagna che va a portare il cibo al marito. Eppure lo sguardo di quella donna la mette sull’avviso, non è esattamente così: la verità di quella fotografia va indagata andando oltre i convincimenti acquisiti. Con le altre due compagne va a cercare quelle donne che occuparono le terre. Nei paesi c’è ancora la memoria di chi fu attivista, segretaria di partito, punto di riferimento. Escono le protagoniste che lottarono con i corpi, i canti e le parole. Lottarono solo per il diritto alla terra, non ci fu altro? ci domanda Gisella. E ci riecheggia in mente la frase di Antonietta “Poi sono stata costretta a tornare a casa” Quelle lotte finirono sconfitte. Le terre non furono assegnate a chi aveva occupato, non diedero le terre alle vedove. Colpa dei revisionisti, degli errori di alleanze, del separatismo siciliano? O forse la sconfitta fu  spinta dall’ignoranza della forza silente del femminismo, del desiderio di soggettività, dell’espressione  libera di sé. Questa creatività femminile chiedeva di essere riconosciuta, interloquita, non lasciata alla impossibilità di farla rientrare nelle categorie storiche della lotta di classe. Gisella ci scriverà un primo libro “Falce, martello e cuore di Gesù. Storie verosimili di donne e occupazioni di terre in Sicilia”, Stampa Alternativa, 2000. “Come voci in balia del vento” ripubblica nell’ultimo capitolo lo stesso libro del 2000. Negli altri capitoli ripensa a quelle interviste, le riascolta. Il suo vissuto riottiene un posto importante nel racconto e porta in primo piano il lutto, per la morte di sua madre. Da questo impasto di voci lontane, di riordinamento, insieme alla storia, dei ricordi, Gisella compie quell’opera di pulizia che ci raggiunge, nel romanzo del nostro racconto. I frammenti del vissuto si spezzano non lasciando macerie ma la sostanza che ci congiunge. Ognuna/o riceve qualcosa dal lavoro di storia vivente che ha fatto l’autrice. La sua storia si fa storia mentre la racconta, togliendola dal troppo delle ridondanze della memoria. Essa può tradire ma sperimenta in continuazione, se la sappiamo accettare, il sentimento originario. La storia di queste donne deposita, non solo emozioni,  ha una durata, una cronologia, i suoi fatti. Ma anche le sue metafore, quali ‘terre’ aveva occupato mia madre, così lontana dalla Sicilia, e che non le furono riconosciute – questa è stata la domanda che mi ha creato il libro.  Laura Modini, e io, come Donne di parola, abbiamo costruito una lettura scenica, con alcuni testi del libro, suggeriti dall’autrice, li interpretiamo mixati con le musiche.

L’occupazione delle terre siciliane fra la metà degli anni ’40 e il 1957 interessava sterminate distese di terra lasciate incolte. Le famiglie contadine in Sicilia, come in quasi tutto il sud italiano, vivevano nelle enormi ristrettezze causate da secoli di lavoro agricolo a servizio del latifondo. Questa condizione di quasi schiavitù significava lavoro in cambio di una parte del raccolto, vale a dire neppure il sufficiente per sfamare sé e la prole. Le terre sognate e mai avute vengono occupate in quegli anni del dopoguerra sotto la guida del Partito Comunista e dei sindacati. Fino al 1947 il PCI con altri partiti di sinistra ha alle elezioni la maggioranza. Poi arriva il 1 maggio del 1947 con la strage di Portella delle ginestre. Le famiglie contadine si convocano per festeggiare. La Piana degli Albanesi è una distesa circondata da colline. Su queste sono sistemati i  banditi guidati da Salvatore Giuliano, gruppi della mafia e altre formazioni. Improvvisamente e per dieci minuti la folla è colpita da fuochi di fucili, ma non solo anche da una mitragliatrice che non apparteneva alla banda Giuliano, per non parlare delle ferite da granate riscontrate sulle vittime che mai fu provato da chi furono lanciate. Le vittime furono undici, fra cui una bambina e decine di uomini donne furono ferite. Da allora il potere politico passerà alla Democrazia cristiana. Ancora adesso non è chiaro esattamente cosa abbia causato la strage e quale sia stato il movente e chi gli esecutori e chi i mandanti. Il processo riguarderà solo la banda di  Giuliano, all’epoca già morto ammazzato dal suo vice G. Pisciotta che farà sconcertanti confessioni mai provate sulla collusione fra lui e il potere politico. Anche Pisciotta in carcere sarà ammazzato da un sicario. Sono usciti dei film molto belli su quanto accadde. Il capolavoro neorealista è Salvatore Giuliano di F. Rosi girato negli anni ’60. Il regista usò come comparse ma anche per alcune parti  attrici e attori presi fra la gente dei paesi siciliani dove stavano girando. Una straordinaria presenza, indimenticabili sono le scene con le donne che Rosi mette in primo piano e riprende durante la messa in scena delle occupazioni e della vita di quegli anni. Più recente e decisamente meno interessante, americano e sceneggiato al seguito di Mario Puzo è Il siciliano di Michael Cimino.  Invece un film forte girato pochi anni fa da un regista controcorrente sempre pronto a indagare con la cinepresa le verità storiche è Segreti di stato di Paolo Benvenuti, del 2003 girato quando fu tolto il segreto di  stato ai documenti sulla strage.