Cinema: “Laura” di Vera Caspary e il film “Vertigine”, 1944

by Donatella Massara on gennaio 19, 2019

“Vertigine” è un famoso film del 1944 girato a Hollywood con la regia di O. Preminger. E’ tratto dal romanzo Laura di Vera Caspary. Ho letto il libro e confrontato il film . Come già mi è successo mi stupisce sempre che quando vengono venduti i diritti d’autore la produzione di film con un romanzo acquistato può fare quello che vuole. Da un raffinato giallo psicologico nel romanzo il film è diventato un bel giallo. Niente di più, un classico della storia del cinema, quando della scrittrice non si ricorda più nessuno. La protagonista, l’attrice Gene Tierney è molto brava, non fa mai trapelare tracce di sensualità, come nel romanzo. E’ una donna generosa, intelligente che alla fine si innamora del poliziotto che indaga sul suo presunto omicidio. Quindi di chi si è occupato di lei, analizzando la sua vita, ascoltandola. Tutti si muovono attorno a un delitto di cui è difficile capire: movente assassino e addirittura chi sia la vittima. La ragazza uccisa non è Laura ma una modella a cui lei, nel romanzo, aveva prestato la casa. Mentre Vera Caspary, la scrittrice, agisce nel romanzo usando una fine logica che intreccia l’interesse degli uomini per le donne e viceversa, assecondando una precisa idea delle psicologie maschili e femminili, tutto questo gioco di chiari e scuri, nel film precipita nella pura azione. Spiegabile perchè il regista avesse detto alla scrittrice “Laura non ha sesso”. Troppo complicato era farglielo rappresentare. Il vero fallo è però quello che addita la stessa scrittrice, punto sul quale aveva rotto con Preminger. Era stata trattata da produttore e regista come una scema. Ma aveva ragione. L’arma del delitto nel romanzo è presente fin dall’inizio e potrebbe mettere sulle tracce dell’assassino, nel film va a finire dentro una pendola. Poco chiaro perchè l’investigatore innamorato vada a guardare proprio là dentro. Anche lievemente ridicola la situazione che all’improvviso si crea con questo arraffare dentro una pendola, che chiude il film con i pezzi delle lancette semidistrutti. La scrittrice aveva protestato quando aveva letto la sceneggiatura perchè le sue scelte oggettuali erano state oculate e fortemente simboliche. L’arma del delitto la scrittrice la nasconde dentro al bastone da cui mai si separa l’assassino. Cammina con un bastone ma non ne ha bisogno, lo fa per snobismo apparentemente. E’ un esteta che arriva a uccidere la donna che non possiede. L’altro il detective nasconde il difetto di una gamba zoppicante e quindi sarebbe lui a averne veramente bisogno.

L’inutile bastone di Waldo nasconde invece un’arma. La brama di possedere imperversa nell’assassino. Non nel detective definito “un vero uomo” dalla cameriera Bessie, l’unica veramente disperata per la presunta morte della sua padrona. Il detective vorrebbe solo avere il ritratto di Laura, quando crede ancora che sia lei la vittima. Ma niente fa mai pensare che brami dalla voglia di possesso. Lui “il vero uomo” non porta simboli, non ha neppure la pistola. Il simbolo del potere, lo esibisce l’assassino. E a riprova che Laura è una donna esteriormente ma nella mente di Preminger è asessuata c’è la scena del tentativo di ucciderla. E’ lei che si salva dal nuovo tentativo di femminicidio dell’assassino che non può averla, spostandogli l’arma così che devia il proiettile. E’ lei che ha una mossa forte capace di affrontare un’arma. Nel romanzo è il detective invece a salvare Laura. Perchè Laura che in fondo non riesce a innamorarsi veramente, ma solo a proteggere i suoi uomini, in questo caso ha trovato chi la salva dall’essere dolce e enigmatica ma priva di caratteristiche sensuali. Aspetti interessanti sacrificati per un film più comprensibile, dove per la psicologia femminile c’è poco posto.. E la scrittrice continuò a essere chiamata, come racconta, “bambola e dolcezza” dai produttori.