Politica delle donne, Testi: Fare comunità, ‘storia vivente’, “La spirale del tempo”: un dibattito

by Donatella Massara on febbraio 2, 2019

 

Dopo la recensione al libro della Comunità di storia vivente, “La spirale del tempo” qui pubblicata aggiungo alcune considerazioni alla luce delle osservazioni suscitate, in questi giorni, dalla mia recensione. La prima è stata quella di Daniela Pellegrini, femminista storica che ha ricordato, in risposta alla mia recensione al libro sulla storia vivente, che l’autocoscienza, secondo lei, è stata abbandonata, commettendo un grande sbaglio, alla fine degli anni ’70. Altre osservazioni hanno sottolineato che il libro vuole spingere la storiografia a cambiare, mettere fine al monopolio maschile, non solo raccontare storie negate. Le  osservazioni di Laura Modini, Luciana Tavernini, Marina Santini, Giovanna Palmeto, Marie Therese Giraud e Anna Potito, fra le autrici del libro, sono state invece di apprezzamento oltre che di gratitudine. Loretta Meluzzi, Paola Elia Cimatti, amministratrici con me della pagina Facebook La Biblioteca femminista, hanno comprato il libro, dicendosi, la prima, d’accordo con me che il libro “muove e ‘smuove’ “, e la seconda interessata per essere stata autrice di racconto autobiografico.

Alle prime osservazioni faccio presente che l’invenzione femminista, l’autocoscienza (la self rising consciousness, come la chiamarono le americane), negli anni ’60 e poi ’70, generò un’onda rivoluzionaria teorica, pratica, epistemologica. Avvenne uno slittamento importante nella vita di molte donne. Passammo  dal parlare ‘sulle donne’, al parlare di noi stesse insieme alle altre. Spiega bene questo passaggio, mettendolo in atto nella costruzione del suo libro, Gisella Modica in “Come voci in balia del vento”, Iacobelli, 2017. Dal femminismo e dalla pratica politica che avevamo inventato, la storiografia, oltre che la politica, ricevettero un forte colpo. Una rottura del muro di silenzio, appunto. Quella rottura di cui con molta passione ha parlato Carolyn G. Heilbrun (il cui alias è Amanda Cross) in “Scrivere la vita di una donna” La Tartaruga, 1990. E’ un’autrice che, come Donne di parola (www.donnediparola.eu) ci ha ispirato un radiodramma. Carolyn G. Heilbrun spiegò come furono le poete femministe americane, negli anni ’50 e ’60, quando iniziarono a parlare di sé, a rompere la complicità con il pensiero maschile, rivelando aspetti taciuti della vita delle donne. E racconta che lei stessa, docente universitaria, sulla loro spinta, trovò la forza, più tardi, negli anni ’70, di parlare, mettersi allo scoperto, rendendo pubblica, come avevano fatto quelle poetesse, la storia personale raccontata oltre i quattro muri della propria casa. Il muro di silenzio è già caduto. Ora, se dice Milagros Rivera Garretas, una delle autrici del libro, che questo non sarebbe avvenuto per ciò che ci riguarda più visceralmente, ciò sarà anche vero. Per lei, almeno. Sento però necessario riconoscere da dove partiamo, l’origine, una origine almeno. E poi definirci dentro a questa orizzontalità della storia femminista che esiste da almeno cinquant’anni. Ora che (la storia vivente) serva a raggiungere finalità di redenzione dell’intera storiografia a me per ora non  interessa. Voglio però pensare al passato, dove ci sono esempi di come la storiografia abbia taciuto su aspetti sostanziali per la cultura occidentale. F. Nietzsche nel 1881 inizia a scrivere “Così parlò Zarathustra” testo celebre e forse uno dei più diffusi anche fra chi non ha mai studiato filosofia. L’ho riletto, in questi giorni, perché Zarathustra è “il danzatore”. E sono interessata alla storia della danza. Mentre rientravo in un libro, che, rispetto a quando ho preso la laurea in filosofia ha perduto, per me, la inattaccabilità del capolavoro, mi sono trovata a pensare “Ma questo è il libro di un omosessuale”. Non una grande scoperta. Liliana Cavani, nel 1977, aveva fatto il film “Al di là del bene e del male” sul triangolo fra Paul Ree, Nietzsche e Lou Andreas Salome. Ma io mi sono riaccostata al libro di Nietzsche, pura, come lui voleva, per un desiderio innocente. Ho visto uno che non può dire quello che veramente è o è stato, magari nella sua infanzia. Sublimare vuole dire questo? Oppure se Nietzsche avesse fatto tesoro della storia vivente, magari in segreto, oggi non avremmo davanti a noi un capolavoro della filosofia di cui sappiamo veramente poco. Allora che la storia vivente continui e continui e continui ancora, è giusto. Ma il muro di silenzio non copre solo la storia vivente, nel senso di quella che Nietzsche magari non ha mai raccontato. Io penso che abbiano rotto il muro di silenzio tutte e tutti quelli che hanno scritto le bellissime biografie di donne. C’è un muro che nasconde le storie straordinarie che la storiografia maschile ignora. Studio la storia della danza, come ho detto, e ho scritto un libro su Carla Strauss, una grande rivoluzionaria delle pratiche della ginnastica, partita dalla danza libera di Isadora Duncan, per arrivare a inventare un suo metodo di ginnastica dolce rivolta soprattutto al corpo femminile. Carla Strauss non è presente nelle storie della danza, della ginnastica, e delle pratiche del corpo. È ignorata, nonostante abbia fondato la sua scuola, scritto decine di libri e sia stata una personaggia carismatica, apprezzata da allieve, mediche, artiste. La storia va così perchè la ricerca storica, oggi, viene fatta soprattutto, non più negli archivi ma nel passaggio di contenuti, dove i soggetti nominati sono quasi sempre gli stessi. La ricerca asseconda il canone, deciso da chi ha il potere di pubblicare. Voglio ancora citare proprio perché mi ha molto colpito, una grande danzatrice Ida Rubinstein (1885-1960) ormai sconosciuta anche forse a chi di danza si occupa. Fu lei stessa una protagonista, a Parigi scelta da Djaghilev,  per ballare in coppia con Nijinsky.

Ida Rubinstein promosse spettacoli, in cui oltre a essere lei interprete, coinvolse, ispirò e finanziò decine delle menti più creative del suo tempo. Nacque grazie a lei, uno dei pezzi più conosciuti della storia della musica. Il Bolero di Ravel. Scritto per un suo spettacolo. Su lei c’è un muro di silenzio che ha dell’inspiegabile. Rotto appunto da alcune donne e uomini che hanno seguito le sue tracce e rimontato, con i cocci, la sua storia. Mi sono accorta che come la intendo io la ‘storia vivente’ ha la potenza di entrare e di scorrere dentro le storie personali e di rileggere le storie di altre. Ma discutendo con Luciana Tavernini e con Marie-Therese Giraud  mi hanno convinta che è bene tenere la storia vivente per quello che è. Per rispettare il punto di vista che ho guadagnato attraverso “La spirale del tempo”,  per il quale la ricerca storica non sia semplicemente storia delle donne, potrei chiamarla: una storia partecipata. Questa storia invita a fare ricerche su chi non ha più parola, e su ciò che ci riguarda e continua a vivere per noi. Fare comunità, una grande comunità, penso sia la direzione verso cui muoverci quando il pensiero, la politica e l’agire femminile diventano sempre più forti. Fare comunità vuole dire per me avere riferimenti, stimoli, pensieri non omologanti ma che facciano da comune riferimento alle donne. Fare comunità contro ogni forma di isolamento, di solidarietà populista o di valorizzazione generica di concetti come la sorellanza, il doppio femminile dell’idea maschile di fratellanza.