Città Vicine: Quei lenzuoli conto la mafia di Franca Fortunato

by Donatella Massara on maggio 28, 2020

ARTICOLO DI FRANCA FORTUNATO PUBBLICATO SUL QUOTIDIANO DEL SUD IL 28.05.2020

QUEI LENZUOLI CONTRO LA MAFIA

NEL GIORNO del 28esimo anniversario della strage di Capaci dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, magistrata, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, sui balconi di Palermo e di altre città sono riapparsi i lenzuoli contro la mafia.

Pochi sanno, nessun giornale o telegiornale nel darne notizia l’ha ricordato, l’origine di quella protesta, inventata dalle donne di Palermo in quell’estate del 1992. L’idea è partita da una di loro, Marta Cimino, un’altra donna l’ha sostenuta e poi altre ancora, fino a dare vita al Comitato dei lenzuoli. Nello scrivere di quell’esperienza mi affido al racconto che ne fa una delle protagoniste, la scrittrice Clelia Lombardo nel suo libro “La ragazza che sognava la libertà – Storia di Lia Pipitone giovane vittima della mafia”. Tutto ebbe inizio la mattina dopo i funerali delle vittime. Marta Cimino era nel suo ufficio e insieme alle colleghe si chiedeva come fosse possibile rientrare nella quotidianità. Sottovoce disse: “Se mettessimo dei lenzuoli ai balconi con scritte di protesta?”, “Si può fare” rispose una sua collega. All’inizio i lenzuoli furono pochi, presto si moltiplicarono. “Il lenzuolo che i servizi di cronaca mostrano macchiato di sangue sui corpi senza vita, velo alla scompostezza della morte violenta – scrive la storica Giovanna Fiume – lo abbiamo lavato e candeggiato e appeso ai balconi delle nostre case”, per mostrare al mondo intero la tragedia, che aveva colpito Palermo. Lenzuoli bianchi tirati fuori dai cassetti di casa, su cui si scriveva: Per Falcone, No mafia, Via la mafia, o i nomi dei poliziotti uccisi. Al passaggio dei cortei la gente si affacciava e li srotolava dalle ringhiere battendo le mani. Le donne del Comitato dei lenzuoli prepararono anche dei piccoli lenzuolini, pezzetti di stoffa di pochi centimetri che appuntavano sulle camicie, sui vestiti con uno spillino con la testa colorata. Li distribuivano alla gente e, durante la grande manifestazione del 27 giugno li appuntavano sulle magliette dei manifestanti.
Poi arrivò la strage di Via D’Amelio con l’uccisione del magistrato Paolo Borsellino e della sua scorta. Alcune delle donne del Comitato dei lenzuoli portarono in piazza sedie, tavolini, una tenda canadese e iniziarono lo sciopero della fame per chiedere le dimissioni di coloro che nelle istituzioni non avevano protetto il giudice. “Ho fame di giustizia, digiuno contro la mafia” era scritto in un cartoncino giallo che le donne del digiuno tenevano appeso al collo. Rimasero in piazza per un mese, notte e giorno. Anche questa volta partirono in poche e ben presto si ritrovarono in molte. La piazza divenne luogo d’incontro e di confronto, appendevano striscioni, lenzuoli, facevano comunicati stampa, letture, pezzi teatrali, spiegavano cos’è la mafia agli stranieri. Al funerale semideserto di Rita Atria, la collaboratrice di giustizia che si suicidò dopo la morte del giudice Borsellino, alcune di loro portarono a spalla la bara.
Cancellare, rimuovere dalla memoria collettiva, come si è fatto anche in questa occasione, questa che non è storia di donne per donne ma storia, per donne e uomini, è un modo per cancellare la differenza femminile ed impoverire la lotta contro la mafia. Non cancellare le donne è il primo passo per quel cambio di civiltà già in corso e che ci impone anche il dopo coronavirus.