LIBRI, Recensioni: "Io sono nessuno" Vita e morte di Annalena Tonelli, San Paolo, 2004
Ultimo aggiornamento Venerdì 25 Giugno 2010 02:41 Scritto da Donatella Massara Martedì 09 Marzo 2010 00:00
Annalena Tonelli è stata uccisa il 5 ottobre del 2003 a Borama in Somalia. Stava attraversando un pezzo di strada scoperta che unisce due dei reparti nell'ospedale da lei creato. Aveva sostato perchè lì erano accampati i nomadi del deserto e voleva dargli le medicine. Secondo le testimonianze due sicari le hanno sparato da un cespuglio. Dopo la sua morte lo stato del Somaliland ha arrestato varie persone ma finora non sono stati processati. Che la sua uccisione sia avvenuta di domenica come quella degli altri italiani assassinati in Somalia: il vescovo di Mogadiscio Monsignor Colombo, la dottoressa Graziella Fumagalli, Ilaria Api e Miran Hrovatin fa pensare che ci sia un filo che unisce tutte queste morti. Erano tutte persone alle quali le popolazioni somale dovevano rispetto e riconoscenza per il bene che gli stavano facendo, un atteggiamento che disturbava i gruppi locali interessati a mantenere un clima di guerra. Potrebbero anche da queste mafie locali essere stati visti come personaggi che attiravano grosse somme di denaro e sulle cui attività i signori della guerra avrebbero potuto interagire, una volta eliminati chi le difendeva. E comunque per alcuni era ancora una provocazione o lo era diventata: donna, bianca, cristiana e non sposata. A Annalena Tonelli abbiamo dedicato una parte dello spettacolo ANIMA MUNDI. La drammaturgia femminile, presentato l'8 marzo alla Biblioteca Sormani con la direzione di Ombretta De Biase, ideatrice della rassegna, su testo di Maricla Boggio e regia di Anna Battaglia.
Annalena Tonelli, nei suoi 30 anni di lavoro in Africa, aveva subito minacce e aggressioni fisiche, per cui sapeva di camminare in mezzo a gente che aveva bisogno di lei, 'i miei somali', come li chiamava, ma sapeva anche di essere, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, in una costante posizione di pericolo. Aveva sempre cercato di tenere al riparo della celebrità i luoghi dove si spendeva per aiutare i poveri, ammalati di tbc, handicappati, ciechi, malati di mente. Pensava che meno si metteva in vista e più la sua situazione personale e il progetto a cui stava lavorando erano protetti. C'è da aggiungere che faceva parte del suo profilo non mirare a niente che potesse metterla in vista o che includesse una dose di progettualità, di azione e di volontà inutile di fronte al puro e semplice aiutare gli altri. Perchè di questo si occupava Annalena Tonelli: di aiutare gli altri testimoniando attraverso l'amore per il genere umano, quello che più difficilmente accettava di essere amato e aiutato, la sua fede, il messaggio evengelico, la parola di Dio e l'amore per il Figlio, Gesù Cristo. La fedeltà al suo dovere la teneva fuori anche dagli ordini religiosi, non aveva preso i voti, non mirava a costruire grandi progetti che rimanessero nel tempo a sua memoria, voleva agire infaticabilmente là dove la gente soffriva, dove c'erano i poveri e il dolore, la fame, la guerra, la perdita di ogni sentimento anche di fronte alla morte dei figli bambini.
Per costruire questo ideale concreto di vita aveva lavorato più di 30 anni in Africa, prima in Kenia, con altre sei donne , nel periodo che lei chiama "il paradiso" e poi in Somalia, da sola, ma sempre organizzando case famiglia dove tenere i bambini orfani, scuole, ospedali. Diventata sempre più abile nella cura della TBC, era stata riconosciuta dall'OMS come una delle più esperte conoscitrici della malattia. Avevano chiesto a lei di descrivere il suo metodo con cui la gente malata, come diceva "rifioriva". <<Per la prima volta vengono sperimentati trattamenti a breve termine in Africa e una "policy" firmata Tonelli poi denominata Dots (Directly observe therapy short chemiontherapy)>> ("Io sono nessuno", op.cit.)
Per seguire la sua scelta di vita Annalena Tonelli aveva lasciato una famiglia di cinque fratelli e sorelle a Forlì e una madre che quando lei morì aveva più di 90 anni e era ancora in vita. Aveva preferito a un mondo di affetti familiari e di amicizie vive e progettuali, il mondo degli ultimi e dei più poveri della terra, in luoghi, in Africa, dove la fame è una tragedia dove non c'è nessuna possibilità di lavorare se si è diseredati e senza soldi, e dove c'è guerra, violenza, droga, fondamentalismo. Si rappresentava lei stessa come una madre, ma non simbolica giudicava di essere come una madre naturale per l'amore che aveva costruito, specialmente, con gli orfani; se ne occupava infatti fino a che erano diventati grandi, cercando soldi, dandogli protezioni e consigli. Pensava che non servisse a nulla mandare in Africa preti poco motivati o medici che non amavano i poveri, sentiva che ci voleva una vocazione autentica e la seguì fino alla fine affermando che la sua vita era piena di gioia. Seguiva un desiderio che per lei era stato, nel cuore di quella fede che aveva visto dentro di sé da bambina, un affermarsi avventuroso, forse anche contro la coazione di una vita ordinaria. Nella lettera a don Adriano Ranieri del 1 settembre 1968 scritta da Londra dove è alla pari per perfezionare il suo inglese, leggiamo <<Io mi alzo la mattina, scopo, passo lo straccio, cucino da mangiare, vado a scuola, insegno, torno a casa, mangio, lavo i piatti, scopo, torno a scuola, insegno, sorveglio le pulizie delle ragazze, torno a casa, lavo, cucino da mangiare per i miei vecchi, porto qualche malato all'ospedale, poi di nuovo torno a casa [...]>>
Il brano prosegue descrivendo l'esattezza delle operazioni domestiche e lavorative e quindi la ripetitività di queste azioni e conclude <<E allora comincio a pensare che se andassi da qualche altra parte, le cose andrebbero meglio, che se potessi dedicarmi tutta all'apostolato nelle capanne toccherei risultati con mano concreta ...che infine, se fossi rimasta in Italia avrei addirittura fatto scintille>> E così annuncia all'amico che sta per diventare autentica missionaria e che prenderà il primo aereo per Nairobi. Da quegli anni in poi non tornerà più in patria se non per periodi a trovare la madre e anche per chiudersi in un eremo a pregare e rafforzarsi per poi ritornare fra la sua gente. ("Io sono nessuno" op.cit.)
Annalena Tonelli oggi è tuttora poco conosciuta e addirittura ignorata da chi va in questi paesi con le organizzazioni di cooperazione e non governative, di lei oggi ci rimane una sterminata corrispondenza non pubblicata se non per quelle lettere agganciate alla sua biografia.
“Io sono nessuno” Vita e morte di Annalena Tonelli è stata scritta per le edizioni San Paolo nel 2004 dai due giornalisti Miela Fagiolo D'Attilia e Roberto Italo Zanini. E' come un romanzo di avventure e si legge tutta d'un fiato seguendo le orme di questa donna dai grandi occhi azzurri, entusiasta, instancabile e che per sé non reclamò mai niente. Scritta di suo pugno è la conferenza testimonianza resa in Vaticano il 1 dicembre del 2001 Un silenzio che grida di Annalena Tonelli, Pimedit, 2005, il cui testo si trova anche su Internet nel sito del Centro Annalena Tonelli (http://www.centroannalenatonelli.it/index.php)
Rimane aperto l'interrogativo: come mai Annalena Tonelli non prese i voti? Si possono fare varie supposizioni. Primo perchè sicuramente comportava darsi un valore di facciata, lontano dalla sua ispirazione più autentica; secondo perchè avrebbe portato nella sua vita il compito del proselitismo in cui non si riconosceva. Lei vedeva cristiani anche i musulmani che lavoravano con lei, condividendo l'amore per gli altri. Infatti nel suo centro c'era la scuola di Corano e i bambini venivano cresciuti seguendo la fede musulmana. Ma queste spiegazioni non bastano. Annalena Tonelli aveva una percezione di sé come donna, lo prova l'identità di madre che si riconosceva nel servizio di aiuto, cura e conforto che rivolgeva ai malati, ai bambini e agli adulti. Nelle bellissime fotografie che la ritraggono sorridente alla cerimonia dove ricevette, come operatrice umanitaria, il prestigioso Premio Nansen per i rifugiati – con il quale inoltre incassava per il suo ospedale la somma di centomila dollari – ha anche un'ombra di rossetto rosa. Straordinaria è stata la sua battaglia contro le mutilazioni genitali, ben prima che diventasse un tema pubblico, quando il tema era un tabù che neanche fra madre e figlia era rotto e che lei stessa non osava affrontare con le sue allieve. Decide di rompere il silenzio da sola come aveva sempre agito, incurante delle grandi scale di misura, si rivolge a chi ha intorno. Lei infatti agiva dove era, sul piccolo, convinta che i semi lasciati sul terreno avrebbero dato frutti insperati, che un nuovo mondo sarebbe rinato da quello vecchio. Così si impegna sullo scottante tema femminile: dopo avere tenuto seminari con le istituzioni del luogo e parlamentato con l'imam convince le stesse 'mammane' che la praticavano a girare fra le donne dei villaggi con videocassette per dimostrare che l'infibulazione anzitutto non è affatto richiesta dal Corano e che è un inutile dolore passato in eredità alle proprie figlie.
Mi sono chiesta, non avendo niente per potere dimostrare che sia vero, se, soprattutto, Annalena Tonelli non avesse voluto diventare suora per un insopprimibile rifiuto a sottostare alla divisione dei compiti, dei ruoli e delle gerarchie che la Chiesa cattolica impone ai maschi e alle femmine. Lei era sicuramente molto più libera di mente, di cuore e nell'agire di quanto la Chiesa non osi pensare, abbastanza somigliante a Simone Weil per la coerenza dell'impegno, sua compagna per la fermezza del pensiero e la fedeltà a se stessa, alla parola interiore che si manifesta nella purezza dell'azione.
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