Due film di registe:
Da quando Otar è partito di Julie Bertuccelli,
Francia, 2003 e Lost in translation, (alla lettera Perduto
nella traduzione, tradotto con L'Amore tradotto) di Sofia
Coppola, USA, 2003.
Il primo film è ambientato a Tbilisi (capitale della Georgia).
E' la storia tutta femminile di tre donne, tre generazioni che aspettano
il ritorno di un uomo, il figlio della matriarca. Otar è medico
emigrato in Francia dove fa il muratore. Muore nel cantiere. La madre
lo ama con tutta se stessa e la notizia della sua morte le altre donne,
la figlia e la nipote, non osano comunicargliela.
Film questi due
molto diversi eppure uniti. Mi piace segnalarne i motivi accomunanti.
Nel film francese come in Lost in traslation c'è un
luogo lontano dove convergono i desideri delle protagoniste. Tokio
nel film di Sofia Coppola e Parigi in quello di Julie Bertuccelli.
La famiglia di Otar, il georgiano, venera la Francia, tutti parlano
il francese, la nonna lo ha insegnato alla nipote, i libri della collezione
del nonno sono preziosi volumi francesi rilegati in pelle e custoditi
nella biblioteca.
Nei momenti comuni ai due film avvertiamo allo stesso tempo ciò
che li differenzia, l'equilibrio delle tensioni, di
repulsione oltre che di attrazione. Dove Tokio è un newyorkese
spazio della libertà facilmente raggiungibile ma anche contenitore
della disperazione nella solitudine, Parigi è invece il non
luogo dell'est povero e colto, spazio raggiungibile attraverso un
grosso sacrificio ideale più che materiale (la vendita dei
libri della biblioteca del nonno).
D'altra parte se è alto il sacrificio per andare verso il luogo
dei desideri, è alta anche la pretesa del film di Julie Bertuccelli
nel sapere leggere la società di oggi. Il rapporto fra uomini
e donne si conclude nella sostituzione quasi perfetta da parte delle
donne al ruolo maschile. E' un motivo che sta oltre la letteralità
del film e che, allo stesso tempo, parla attraverso questa perchè
senza debordarne tenta di superarla. Spiega Melissa
Chemam di aVoir-aLire: <<Pas d'hommes, dans cette
lignée où les femmes restent toujours debout, lorsque
les pères, les fils, les époux n'assurent plus leur
rôle.>>
Le lettere che
la nipote scrive fingendosi lo zio, fino all'abbandono del luogo di
nascita per Parigi a occupare il posto ideale di Otar, spiegano la
sensazione che gli uomini appartengano a un passato mitico, però
annullato e negato. Nel tempo della riproducibilità infinita,
attraverso le parole una donna può sostituire l'altro. Il senso
della perdita va oltre il fatto stesso; si rispiega allora dentro
un'elaborazione, lente di ingrandimento della quotidianità,
non intessuta però di vissuti isolati e singolari, ma di genealogia
femminile che passa e ripassa sugli avvenimenti rafforzandosi, invece
che indebolirsi, acquisendo l'altro. La comunicazione attraversa le
tre generazioni, che depositano nel tempo sapere, intuizione e coerenza.
Alla giovane, allora, è consentito saltare l'ideologia politica,
gli affetti nella vicinanza, per sporgersi su di un futuro proprio
e allo stesso tempo costruito nella storia della famiglia: scegliere
il capitalismo, non ritornare alla casa della nonna e nella sua patria.
La casa, il giardino
e la dacia della nonna, la dolcezza del paesaggio georgiano, sono
luoghi densi, a sè stanti, che però si insinuano nell'immaginario
e accompagnano le protagoniste, Eka, Marina e Ada. Alle loro immagini,
ai loro movimenti si mischia senza sforzo l'evocazione delle nostre
possibili storie personali, tutte uguali e tutte differenti.
Bellissima è la nonna che, all'improvviso si rivela 'stalinista',
Esther Gorintin, l'attrice, vecchia donna curva per gli anni (nella
vita reale sono 90), innamorata del figlio, per lei superlativo,
ma capace di contenere, reagire al lutto di questa perdita per amore
dell'altra figlia e della nipote. Anche lei è adattata alla
sostituzione, alla elaborazione che copre i vuoti e anzi li perfeziona.
Porta in campo senza ombre l'amore per il figlio lontano e, allo stesso
tempo, di questo insegnamento di comprensione e di pietà verso
l'altro sesso è maestra quando, inventando lei l'immagine finale,
allontana la presenza di Otar, morto, facendolo emigrare, nella sua
immaginazione.
Con questa emigrazione
inventata arriva l'America nel film francese e gli estremi dei due
film si toccano un'altra volta. Con lo sguardo al film di Julie Bertuccelli
ci accorgiamo che non ci sono relazioni significative fra donne nel
film americano. La storia originale e imprevedibile fra un divertente
attore cinquantenne, Bill Murray, e una giovane intellettuale, moglie
di un fotografo, sembrerebbe non averne necessità, se le telefonate
della giovane alla madre non ci rivelassero anche qui lo sfondo inaspettato
della lente femminile che guarda la realtà. Veramente brillante
questo rapporto de-erotizzato che accade fra i due incastrato nel
grande hotel e nella splendida cornice di una Tokio uguale a New York.
Come scrive Mariuccia Ciotta (Il Manifesto 14, 12, 2003):<<sotto
i pannelli pubblicitari che scorrono sugli edifici - stesso controcampo
immaginario e stessa marca di wisky - Tokyo come New York si imbastardisce
nel più inebriante dei tre mondi. I mille espedienti, dispositivi,
astuzie antagoniste pervadono la metropoli consegnata in apparenza
ai marchi. È questa l'intuizione cinematografica di Sofia Coppola>>.
Ancora una volta
un incontro controcorrente fra due singolarità, però,
che rappresentano<<un uomo senza più desideri e una ragazzina
che non li ha ancora trovati>> (M.C. id.). La comprensione di
una donna per l'altro rinasce nella distanza di età ed esperienza,
è questa distanza che, filtrata attraverso se stessa, ricongiunge,
configurando una possibilità di incontro più maturo
e comprensivo dei due sessi. Se di amore ed eros si tratta, non è
rappresentabile.
Segnala l'amica
Nilde Vinci assidua frequentatrice dei film delle donne, sostenitrice
e organizzatrice della loro scommessa sull'arte che le registe sono
ancora una minoranza e questa doppia presenza è una novità.
Le registe non è che siano poche perchè le donne non
ne scelgono la professione, tutt'altro. Fra le nuove professioni femminili
l'industria dello spettacolo - teatro, cinema, fotografia - annovera
la presenza di molte donne. Sono poche quelle che riescono a imporsi
sui grandi schermi mettendosi dietro la mdp.
Le due registe sono figlie di registi, famosissimo Francis Ford Coppola,
poco conosciuto è Jean Luis Bertuccelli, regista per lo più
televisivo.
Sofia Coppola, nata nel 1971, è anche un'icona internazionale,
ha fatto servizi di moda come modella per celebri fotografi. E' apparsa
su Vogue e in occasione di questo film troviamo la sua immagine
su molte riviste femminili.
Julie Bertuccelli
è quasi sconosciuta. Nata nel 1968 ha conseguito una laurea
in filosofia e poi si è formata sulla realizzazione di documentari
allo studio Varan. Questo è il suo primo passaggio alla finzione,
precedentemente aveva girato una dozzina di documentari. E' stata
assistente di Otar Iosseliani. E il film è un omaggio al regista
georgiano. Ha vinto svariati premi, come il Prix Marguerite Duras
e il primo premio alla Semaine de la Critique di Cannes 2003.