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INDICE
Famiglia
e condizione femminile
Diritti, dote e proprietà
delle donne
Mondo agricolo e lavoro femminile
Famiglia-donna-lavoro Le donne che
vanno a lavorare in città
Dalla manifattura alla fabbrica. Le condizioni
del lavoro femminile
Istruzione
-nuove
professioni
Tutela e solidarietà femminile nel
sistema produttivo
La legislazione protettiva
La stampa femminile
Le associazioni femminili e le protagoniste
dei movimenti politici delle donne
Bibliografia e indirizzi
internet.
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Emancipazionismo
italiano di fine Ottocento e dei primi del Novecento
L'emancipazionismo
di fine Ottocento e dei primi del Novecento struttura la sua azione
su tre fronti: verso le donne che ancora non avevano preso coscienza
dell'oppressione o che, avendola, erano però riluttanti ad esporsi
pubblicamente; verso l'opinione pubblica e le istituzioni politiche
e culturali; ed infine verso le stesse donne già impegnate nel
movimento, il cui processo di crescita era considerato ancora in corso.
In tale progetto la visibilità - e dunque l'organizzazione -
si rivelava un'esigenza primaria poiché mostrare la propria presenza
alle altre donne , al mondo, ed anche a se stesse, rivestiva una funzione
addirittura vitale per il senso di forza che rimanda l'immagine di una
struttura stabile ed estesa.
Già sul finire dell' Ottocento, quindi, si cominciarono a creare
collegamenti tra diverse associazioni; e più tardi si attivarono
federazioni che coordinassero, sul piano nazionale, organizzazioni che
avrebbero dovuto comunque continuare ad operare anche in ambito locale.
Questo è un tratto distintivo del movimento di emancipazione
nel Novecento: darsi ambizioni nazionali - o quanto meno dirsi nazionali
- anche quando non se ne avevano le strutture. Soltanto pochissime istituzioni
quali l'Unione femminile nazionale e il Consiglio nazionale delle donne
italiane furono infatti in grado di sostenere praticamente questo progetto.
Nel primo Novecento, inoltre, le emancipazioniste italiane perseguirono
con grande tenacia, sebbene con persistenti diffidenze reciproche, il
tentativo di coordinare i loro interventi individuando obiettivi comuni,
al di là dei rispettivi orientamenti politici generali.
La lotta per le riforme del codice in materia di stupro e di incesto
e soprattutto il voto rappresentò il terreno sul quale laiche,
femministe cristiane ed emancipazioniste socialiste sperimentarono,
pur tra gravi difficoltà, rapporti di collaborazione, di confronto,
di azione comune.
Negli anni 1905-1907 si costituirono in numerose città italiane
grandi e piccole (Torino, Milano, Roma, Napoli, Genova, ma anche Montalcino
o Cerreto Sannita) comitati pro suffragio e ad essi fu affidata per
un decennio ed oltre la visibilità politica del movimento. Si
trattava di organizzazioni formate da delegate di associazioni emancipazioniste
di diverso orientamento: a Milano ad esempio, il comitato era formato
da rappresentanti dell'Unione femminile, dalla Lega per la tutela degli
interessi femminili e dalla Federazione femminile cattolica.
Alla base di tali strutture c'era infatti la convinzione che i comitati
avrebbero dovuto operare una sorta di rifondazione tattica del movimento,
in vista di una campagna dura, ma breve e decisiva - si pensava che
la legge sul voto fosse imminente - dopo la quale ciascuna avrebbe potuto
riprendere la propria storia, nel caso che, al contrario di quante molte
speravano, l'esperienza non fosse servita a far emergere soprattutto
l'identità di sesso e la solidarietà femminile , come
nuovo modello di rapporti politici.
Annarita Buttafuoco,
Apolidi. Suffragismo femminile e istituzioni politiche dall'Unità
al fascismo, in Le donne e la Costituzione, Roma, Camera dei deputati,
1989; pp. 27-28
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