Il libro
apre la Collana Hesperiae dell'Editrice ETIS, collana che si propone
di pubblicare Testi di creazione fra Italia, Spagna e America Latina;
si presenta in un'elegante veste editoriale bianca e blu, in copertina
un ardimentoso cavalluccio marino, determinato a mettere in collegamento,
attraverso il mare e gli oceani, l'Europa e l'America di lingue latine.
E già la prima autrice, Marica Martinengo Pelli, con i suoi
scritti - in versi nella prima parte, in prosa nella seconda - protende
gentilmente la mano ad allacciare i due mondi.
Mi piace aprire
questa riflessione sulle sue poesie, citando due suoi versi interrogativi:
Resterà
a qualcuno caro
ciò che siamo stati? (p. 75)
per poter rispondere
subito affermativamente: Alessandro Martinengo ha raccolto le sue
opere e le ha pubblicate ed io non sarei qui a scrivere queste note,
se non serbassi una cara memoria di lei, se il suo ricordo non mi
fosse costantemente presente.
Le sessantacinque
liriche raccolte nel volume, raggruppate in tre periodi, complessivamente
si stendono fra gi ultimi anni cinquanta e i primi duemila, si distribuiscono
lungo il corso di molti decenni quindi, viceversa la vena che le percorre
dall'inizio alla fine, sostanzialmente e linguisticamente, varia poco.
Sono espressione tutte di un'intellettuale, in cui le emozioni sono
sorvegliate e la lingua svolge la sua funzione controllata.
Le poesie degli anni 1958-66 scaturiscono da animo fermo e sereno,
appena incrinato da oscure consapevolezze, lo sguardo è affacciato
sul mondo circostante, curioso di coglierne lampi di vitalità
e di colore; fanno parte di questa sezione le poesie sull'isola d'Elba,
luogo di cari e ripetuti soggiorni, su Lugano, sua città natale,
fresca d'acque e di montagne:
Tranquilla, la
notte generosa
i giardini ci regala
d'ignoti vicini
(p. 26)
su Pisa, città
di residenza per molti anni:
Facile sarebbe
amarti, Pisa,
se tu fossi racchiusa nel tuo duomo
viola cenere sul prato verde; (p. 12)
Per un suono
di campane inusitato
è trasvolata la vecchia città
(p. 31)
dove sempre quello
che l'occhio vede incide lampeggiante nel profondo, il piano dell'immagine
non è mai fine a se stesso, ma stimolo al pensare, dove il
personale si fa voce di tutti e tutte; ampi orizzonti, paesaggi ancora
ignoti, scene appena intraviste urgono e muovono l'immaginazione;
emerge anche una larga e fitta rete di relazioni amicali; verso la
fine del periodo appaiono le parole "dolore" e "morte",
inquietanti premonizioni.
Nella sezione
successiva, quella che spazia dal '68 agli anni '80, le poesie traggono
ispirazione dall'esperienza emozionale, come la morte del padre e
la nascita tanto attesa del figlio Giovanni; qui la poesia dedicata
all'evento è calata nel proprio vissuto di madre più
che rivolta al nuovo nato. Poi invece nella triade poetica (pp. 53-54)
e in altre successive, si curva sul figlioletto, per il quale inventa
parole e immagini di delicata tenerezza.
In questo periodo sono maggiormente presenti gli affetti, familiari,
la madre e il padre, il marito, Alessandro, il figlio, la sorella
Tatiana, viceversa morte, nascite, distacchi, gli eventi esistenziali,
ora tristi ora lieti, non pare segnino profondamente lo spirito dell'autrice,
che sempre si leva dalla contingenza quotidiana ad atmosfere dove
spazia e domina pensiero universale.
L'andirivieni
fra il "fare" e il pensare o sovente il non-abbandono del
pensare durante il "fare" sono una caratteristica costante
della poetica di Marica, un andirivieni arricchente, proprio delle
donne che alternano l'attività intellettuale o artistica con
quella manuale e relazionale. Io ho esperienza di tale modalità:
quando interrompo la scrittura pensante, essa mi insegue nel lavoro
domestico, continua a macinare dentro, raffinandosi e giungendo a
maturazione, pronta per la pagina bianca.
Mi pare che in Marica segni con incidenza maggiore, rispetto all'evento
eccezionale, il vissuto di ogni giorno, ciò che quotidianamente
appare sotto i nostri occhi che, in virtù della sensibilità
e dell'acume della poetessa, si fa poesia; Marica sembra dirci: "Le
cose semplici, sovente trascurate, custodiscono arcane verità".
"Ho le anguille,
belle le arselle
"
L'anguilla, nel cesto, è più in là
della vita. Il silenzio l'ha invasa.
E guarita d'essere la vittima
Le arselle nelle loro conchiglie
ritentano il discorso dei vivi
impietrate nel loro buio mondo:
la luce le finirà come una spada
folgorante di qualche verità. (p. 13)
Oppure, la cura
per la casa non si ferma alla superficie, a una routine scontata e
magari opaca, ma anima gli oggetti, rendendoli cari e partecipi, come,
per esempio, ne La fuga del lampadario:
Col crepuscolo si è appeso
il mio lampadario al cielo
e con aria di evaso irride
me e le cure che gli presto.
Conserva forse , in segreto
un vago ricordo del mio affetto.(p. 25)
Oppure:
Mentre faccio la lista della spesa
(p. 65)
o ancora:
traspare dalla casa
che lucida si specchia
(p. 18)
Marica ha la conoscenza
dei due tempi, che alterna con sapienza e sensibilità, il cronos
e il kairos, i momenti esistenziali e i "momenti di essere",
come li chiama Virginia Woolf, quando anche il gesto o l'azione temporale
più semplice e quotidiana origina pensiero e si carica di "grazia".
La casalinghitudine, la materialità dell'esistenza, diventa
generatrice di poesia e filosofia.
Si fa creatrice. E Marica è consapevole del suo essere poeta:
Sono, per quel
poco che sono,
un poeta diurno
dagli occhi ben chiari
sul foglietto e con la matita
in ore solari
(p. 47)
Poeta fulminante
nelle sue cristalline intuizioni tanto da fissarle subito, su foglietti
volanti, sul primo spazio bianco che si trova a portata di mano e
con la matita. Quasi volesse che l'attimo fosse sì fissato,
ma non durevolmente.
La natura è inesausta fonte d'ispirazione, perché lei
certo osserva il mondo, ma non da spettatrice, al contrario per distillarne
un senso alla pena umana:
La natura attonita ci guarda,
bosco di cerri, ruscelli,
forse fragole
(p. 42)
Lieto, il sole
ottobrino
col pulviscolo impastato
mi dipinge la casa
(p. 14)
Il vento gonfiava
le valli,
i vespri correvano al monte
(p. 27)
Ora sono qui
con il cielo rosato,
le nuvole tranquille
(p. 32)
La natura con
la sua variegata bellezza di cieli, di terre e di acque, svolge una
funzione maieutica: fa nascere il pensiero, lo accompagna nel suo
primo crescere, cedendo poi alla mente e al cuore l'incombenza di
svilupparlo fino alla sua piena fioritura.
A volte è
di sollievo
fermare al belvedere,
come una "rìa" avere
sogni aperti verso il mare
e dolori
verso nebbie in sogno
della Galizia d'estate. (p. 43)
Il dolore è
un filo sottile serpeggiante in tutte le poesie, dalle prime alle
ultime, forse più carsico in quelle, più scoperto e
trasparente in seguito; è un dolore che l'autrice fronteggia,
senza piangere, senza dibattersi, ne porta lucida testimonianza. Si
può solo sperare in una tregua:
non venga
almeno per poco
dolore a sconfinarmi la mente
(p. 20)
Attenzione al
dolore di altre:
f erma la
vecchia all'ombra dei dolori. (p.27)
Come al proprio:
Oggi si
lamenta il dolore
che non incontra una mano
cara, per sempre, a tenere (p. 22)
Io filo un filo
esile,
gracile, spezzato,.
nei giorni, nei dolori,
nei risucchi di malinconia
(p. 35)
Le parole usate
per il dolore
sono, come le altre, di vario spessore..(p. 40)
Signore, qui è
molto difficile,
qui è tutto molto difficile, Signore
(p. 45)
Nella sezione
Poesie ultime (1980-2003) sono collocate appunto le liriche
degli ultimi anni: in esse le riflessioni sulla malattia, la vecchiaia,
sulla fine della vita si susseguono e l'ispirazione si scioglie nella
preghiera. Marica era donna di fede forte e profonda, vissuta e praticata
fino alla fine, anni in cui la sua poesia è intrisa di una
religiosità fervente e segnata da un più frequente rivolgersi
al Signore, percepito come affidabile conforto nel tempo della sofferenza
estrema; ma anche qui la poetessa muove dalla contemplazione della
natura per "volare" lontano o per "scendere"nelle
profondità interiori:
La luna si spegne
nel giorno:
ore sei di mattino in montagna.
Riprendono miti contorni i monti,
le fatiche di vita.
La luce che rara vediamo,
la luce che rara crediamo
concedici, nostro Signore,
concedi ai nostri peccati,
concedi ai nostri dolori. (p. 76)
Corrispondenze di viaggio
(1961-1965)
Durante l'anno
di permanenza in Colombia Marica inviò al settimanale savonese
Il Letimbro (che la pubblicò) una serie di impressioni
sul paese nel quale si trovava e che, nei primi anni sessanta in Italia
era poco conosciuto: i grandi viaggi allora erano rari. Sono reportages
di sapore ottocentesco, stampe o disegni, quando né cinema
né televisione si incaricavano di trasmetterci le loro lucide
e colorate immagini, corrispondenze vivaci e molto ben scritte tanto
che leggendole e gustandole, ho provato un moto di riconoscenza verso
di lei che usava la penna invece della macchina fotografica digitale;
viene da chiedersi come mai Marica, così dotata per la scrittura
e aperta e sensibile agli stimoli esteriori, non abbia scritto di
più.
Curiosamente qui l'autrice, al contrario di quanto avveniva in poesia,
dove l'essere donna era datore di senso e via a una creatività
di segno femminile, nel suo narrare l'esperienza di viaggiatrice,
si percepisce al neutro, nascondendosi dietro la maschera di "viaggiatore
europeo".
La prosatrice segue lo stesso procedimento che le è caro in
poesia, cioè vede o ascolta e subito scende nella propria interiorità
per riflettere e ragionare: sono ragionamenti ispirati a un senso
di grande umanità, di comprensione per il diverso.
Gli ultimi testi sono racconti di viaggi in Europa, Spagna e Svizzera.