Il cinema e la somiglianza di noi con la storia
di Donatella Massara
Il desiderio di
somiglianza; c'è, non lo nego perché assomigliarsi significa
vedersi, specchiarsi, identificarsi.
E l'identità quando è duratura, relazionale, intuibile
è leggera, spiritosa, piacevole. Nell'immaginario la similarità
è qualcosa di somigliante, è allusione. E' uno scorcio
possibile dell'esserci, è esempio, è citazione, è
simbolo.
Nei film delle registe alle quali mi dedico politicamente con altre,
come Nilde Vinci, Laura Milani, Laura Modini, Giuliana Borgonuovo,
Silvana Ferrari, Zina Borgini, vedo che il problema della somiglianza
è un aspetto importante.
In questi film contemporanei andiamo cercando la storia delle donne
o la storia del nostro tempo.
Un'amica che ci ha lasciato Gabriella Lazzerini si era proposta di
verificare nei film delle registe le trasformazioni della nostra società
e il protagonismo delle donne. Nei film c'è quindi molto lavoro
del simbolico femminile. Nel cinema le somiglianze non sono mai letterali
e riescono a fare parlare all'unisono più livelli di discorso.
Un bel film di una regista so che mette insieme la psicologia dei
due sessi, la storia delle donne del nostro tempo, la storia del cinema,
l'eros che c'è nelle relazioni femminili e ciò che produce
in nuovi significati. Cosa hanno a che vedere con il femminismo questi
film ?
Quello che troviamo nei film delle registe è forse un risultato
del cosidetto "femminismo diffuso" - come recita il titolo
di un libro recentemente ristampato e in verità scritto già
più di vent'anni fa ?
Non so rispondere.
Parlare di femminismo diffuso mi fa pensare a una seminagione avvenuta
e a un raccolto compiuto, mentre preferisco pensare a una rivoluzione,
a una trasformazione simbolica che non torna indietro, non richiede
nuova inseminazione. Il femminismo se si è diffuso è
per contagio, assimilazione, emulazione. La somiglianza è un
coefficiente certo.
Questa somiglianza agisce nelle formazioni dell'immaginario ?
So qualcosa attraverso i film delle registe. Prendo in considerazione
due film usciti recentemente nel circuito commerciale.
Ti do i miei occhi della spagnola
Iciar Bollain è il film vincitore del festival internazionale
della regia femminile di Creteil per l'edizione 2004 e Il vestito
da sposa dell'italiana Fiorella Infascelli è stato
presentato alla Mostra internazionale del cinema di Venezia per l'edizione
del 2003. Questi due film diversi per validità - secondo me
- hanno entrambi il merito di non nascondere la differenza sessuale.
Anzi. In questa costruzione narrativa svolta intorno al tema della
violenza subita, in entrambi i film ho visto qualcosa che va ben oltre
la sociologia, il problema sociale. C'è un risultato, un percorso
d'arrivo che fa parlare -senza fraintendere- la differenza sessuale
interprete della soggettività delle donne. Non c'è possibilità
di confondersi, di giocare a immedesimarsi nella zona grigia del film
né tantomeno nella violenza maschile. La vittima del film,
il personaggio principale, trascende la letteralità del male
- la sua cronaca - incontra altre donne che hanno agito dietro allo
schermo e che hanno visto e pensato sul film; fanno insieme coppia
unica e compatta, senza possibilità di defilarsi, stare oltre
l'identità maschile e femminile.
In tutti e due
i film è visibile l'obiettivo di centrare il discorso sulla
soggettività femminile, una soggettività che riguarda
anzitutto le spettatrici chiamate a identificarsi con la protagonista
femminile. Impossibile deviare lo sguardo. Oltre la letteralità
del testo questi film sono fatti per coinvolgere le donne, farle pensare
e discutere mettendo allo scoperto i sentimenti e le identificazioni.
Non c'è possibilità di equivocare, chiamarsi fuori,
entrare in una zona di neutralità e indifferenza, l'alternativa
essendo quella di non esserci, non esistere. I protagonisti maschili
sono infatti ritagliati sulla loro differenza di genere e di questa
portano tutti i segni negativi oltre che profondamente sofferti. Giudico
che questa offerta di soggettività femminile, questa potenza
dell'identificazione simbolica sia la vera maturazione della regia
femminile oggi che ha accolto la critica del femminismo e guarda alla
realtà attraverso il filtro agito della differenza sessuale.
Rimane scoperta
nel film della Infascelli la parte che giocano oggi le relazioni fra
donne. Nel film di Milli Toya L'alito
del drago troviamo le relazioni femminili che fanno addirittura
diritto e accolgono la vittima-vendicatrice in una società
alternativa in un mondo a parte, sotto il segno della dea-madre. Fiorella
Infascelli fa vedere che la vittima ha solo la madre e un pallido
incontro con un'amica a controbattere allo strapotere maschile. Il
film della Bollain racconta il femminismo attraverso relazioni fra
donne autorevoli e vanno ben oltre i soccorsi famigliari della madre
e della sorella, pure fondamentali.
Non voglio entrare troppo nel merito del giudizio su questi film che
mi sono piaciuti in modo molto diverso.
Ti do i
miei occhi costringe a identificarci vedendo i due generi
e quasi sollevandoci oltre la storia proprio perché con le
immagini la regista riesce a fare scattare i significati, sospendendo
il giudizio diretto e tracciando invece quello che sta avvenendo nel
nostro tempo. All'inizio i due protagonisti lui e lei si guardano
ravvicinati e separati attraverso una feritoia del portone, simile
alla grata dei conventi che permetteva ai parenti di parlare alle
monache di clausura nascoste allo sguardo degli interlocutori. Poi
nel corso del film vediamo la città, Toledo, sempre diversa,
scorci di via, percorsi lineari, vedute romantiche fino a che la città
ripresa dall'alto è aperta allo sguardo, accompagna il finale
liberatorio della protagonista mentre lascia il marito con l'aiuto
delle due amiche e nuove colleghe di lavoro. E' in scena la condizione
dell'essere maschio, e allo stesso tempo godiamo della potenzialità
carica di eros delle relazioni femminili.
I due sessi sono spiegati dentro a una storia che la bravura della
regista fa diventare qualcosa di più. Ti do i miei occhi
è un film partecipativo e che unifica l' esterno e l'interno
dei personaggi imponendo una coralità fra chi fa lo spettacolo
e chi lo gode. Anna Di Martino in Segno Cinema (sett.ott. 2004)
pag 66 dice che è <<Un film intenso e toccante, pluripremiato,
che si avvale di una sceneggiatura veramente perfetta, dove, come
capita raramente, non c'è una battuta fuori posto.>>
(pag. 67)
Ammirevole è anche Il
vestito da sposa di Fiorella Infascelli. Nel film italiano
la donna protagonista ha a fianco il suo 'altro'. E' uno strano personaggio
che finisce ammazzato sotto un autobus di turisti stranieri. La regista
-per sua dichiarazione- è la psicologia del personaggio maschile
che ha voluto approfondire. La storia è ispirata al un fatto
di cronaca veramente accaduto su di una ragazza violentata e che poi
si è innamorata dell'uomo che non aveva potuto riconoscere
ed era stato il suo stupratore. Cambiato il finale della storia veramente
accaduta, dove la vittima uccise lo stupratore diventato amante, Fiorella
Infascelli svolge la sua vicenda scegliendo Maya Sansa attrice protagonista.
Lei, la vittima, che non ha visto i criminali in volto e ne ha solo
sentito l'odore orribile, inconsapevolmente ritorna alla sartoria
e all'abito da sposa ormai rifiutato e mai ritirato, rivede l'uomo
che lo confezionò e che la condannò allo stupro del
branco. Benchè sia lui -'che sa' e finge- a guidare l'ambiguità
del racconto, nonostante questa lateralità apparentemente sovrastante
e trascendente sulla sua compagna, è lei, la ragazza, inconsapevole,
vittima e vendicatrice, che ordisce la vera tensione del racconto.
Perché è lei che ci sta raccontando il movimento interno
alla storia. Lei è letteralmente sottratta ai codici, quindi
inventa, crea una dinamica che arriva a intrecciare una storia d'amore
con l'oppressore. E' l'uomo che attenendosi al codice del branco ripete
un identico che non fa storia, non inventa e quando tenta di uscire
con una soggettività in proprio, innamorandosi veramente e
redimendosi, muore. Compito della spettatrice è cercare le
tracce più profonde e inconsce del dolore e del desiderio di
rinascita della protagonista perché la regista attraverso la
relazione con la madre, rasserenante e potente non riesce a dircele.
Ritagliando duramente i fatti come in una cronaca, la regista ottiene
un film che non può non fare discutere, non sollevare dibattiti
e interpretazioni soprattutto fra un pubblico giovane di donne e di
uomini. E soprattutto ci dà in mano la carta di una storia
delle donne estranea all'obbedienza idealizzata dell'onore o della
legge. E' una carta non prevista. Il femminismo ha dibattuto per anni
la legge contro la violenza sessuale. Abbiamo dibattuto la denuncia
d'ufficio che la legge prevede, al posto della più libera denuncia
di parte. Nel film diventa irrilevante punire, né la vittima
né la madre e il fidanzato denunciano i suoi oppressori. Alla
fine la protagonista viene, però, convinta a sporgere denuncia
contro ignoti. E' in quel momento che lui sta diventando un altro:
ha già un'altra immagine di sé che tuttavia non lo salva.
Questa maturazione del cinema delle registe colloca la soggettività
femminile a contatto e in discorso con le spettatrici. E questa scelta
si gioca in modo forte, senza lasciare spazio a zone neutre o equivoche.
Ancora diversi erano i film degli anni '30 di Dororthy Arzner; quello
che poteva essere definito "il cinema di una donna per le donne"
puntava alla creazione di miti femminili. Voglio ricordare Katherine
Hepburn in La Falena d'argento. Penso ai miti odierni
come La Sposa
di Kill Bill vol. 1 e vol 2 che sono bisessuati, costruzioni dell'immaginario
fatte per piacere ai due generi.
C'è
di mezzo la compassione invece nei due film che ho citato; l'ho vista
anche in un film maschile che ha avuto molto successo in questi mesi:
La passione di Cristo di Mel Gibson. I film di Bollain e di
Infascelli suscitano la compassione che -a differenza di Gibson -
non si avvale di una tradizione e di una storia ecumenica e forte
come è quella cattolica. La storia delle donne non è
potente, non ha simboli, è sempre storia nascosta che diventa
grande storia quando riesce a trovare chi la sa leggere e interpretare
non come storia di un'altra ma come storia propria, storia del genere
che ci riguarda.
segue