Politica delle donne, Testi Il Più che danza Festival a Milano

pubblicato da Donatella Massara il 14 novembre, 2018

Più che danza! Festival 

26 NOVEMBRE – 2 DICEMBRE 2018

Teatro Fontana/ C.I.M.D via Boltraffio 20 Milano – Centro Internazionale di Movimento e Danza

Direttrice artistica: Franca Ferrari

Più che danza! nasce nel 2014 con un’attenzione specifica agli artisti del territorio della Lombardia e diventa da quest’anno un festival nazionale attento ai giovani e all’innovazione. Un festival che affianca giovani coreografi già affermati a due importanti azioni per la danza contemporanea del nostro territorio: il progetto di ricambio generazionale Incubatore C.I.M.D Per Futuri Coreografi e DanceMe – l’app creativa che è per l’artista una residenza artistica virtuale aperta all’incontro con il pubblico- che produce quest’anno 6 coreografi under35. Inoltre, sono introdotti in questa edizione tre laboratori creativi tenuti dai coreografi Marco D’Agostin, Daniele Ninarello e Davide Valrosso.

Più che danza! si configura sempre di più come un’occasione di sviluppo di pensieri, esperienze e scambio tra artisti e pubblico.

L’ideazione e direzione artistica è di Franca Ferrari in collaborazione con Teatro Fontana e con C.I.M.D – Centro Internazionale di Movimento e Danza, Perypezye Urbane e con il sostegno di Mibac e di Fondazione Cariplo. Collabora al progetto anche il festival ConFormazioni di Palermo.

14 spettacoli in una settimana di programmazione, un incontro, gli Appunti coreografici da Incubatore C.I.M.D e le opere della rassegna di video-danza Espressioni 2018 (Vacuumdi Salvatore Insana; Igual con 12mq; RhizophoraDavide De Lillis e Julia Metzger-Traber; DIH.breathdi Daša Grgič; How to disappear completelydi Camilla Martini). Ogni sera al Teatro Fontana, a partire dalle 20.30, il pubblico con un biglietto unico farà un vero e proprio pieno di Più che danza!

 

Il 26 novembre alle 18.30apre il Festival l’incontro-convegno dedicato quest’anno a Di Luce e d’ombra con la critica d’arte Emanuela De Cecco, Rossella Lepore, direttore artistico Teatro Fontana, Letizia Gioia Monda, docente di coreografia digitale all’Università Sapienza di Roma, Alessandro Pontremoli, docente Università degli studi di Torino-Dipartimento studi umanistici. La prima serata del festival prosegue con Biografia di un corpo di e con Davide Valrosso, percorso danzato che scandisce l’essenza di un corpo nudo, svelandone tutte le biografie possibili. Un lavoro sul dettaglio volto a evocare una creatura informe, una visione quasi mitologica. A seguire, Meru di Daria Menichetti (DanceMe) che si ispira all’omonimo monte sacro hinduista, buddhista e jainista. Nello spettacolo la vetta da scalare è il percorso di ascesi, che si compie “dal regno della materia alla cima dello spirito” e segue una narrazione onirica, una sorta di meditazione sul fluire mutevole dei paesaggi e delle sensazioni.

 

Il 27 novembre,Daniele Ninarello propone un work in progress delterzo lavoro di un ciclo di quattro rituali coreografici, Appunti su Pastorale. La Pastorale è un luogo utopico in cui la natura spalanca la propria bellezza all’uomo, uno spazio musicale in cui i corpi non solo si muovono ma anche sono mossi nella luce. A seguire Mai Mask di e con Marianna Andrigo (DanceMe) è un lavoro per dare vigore al corpo e all’anima, cercando rimedi possibili al difficile desiderio di vegliare il presente e all’impossibilità di essere sempre nell’attenzione che il mondo e gli altri richiedono.

 

Il 28 novembre si inizia la serata con Everything is okay di e con Marco D’Agostin, un esperimento sulla stanchezza del guardare.Il performer da vita ad una danza continua sottoponendo il pubblicoad un bombardamento d’immagini che porta ad una resae potrà aprire lo sguardo verso ciò che finora è stato invisibile. E Vav di e con Paola Ponti (DanceMe) nasce da un progetto fallito che subisce una trasformazione: è un esercizio sulla caduta, quella di un evento in quello successivo. La lettera Vav in ebraico significa “gancio” ed è l’archetipo della congiunzione: essa unisce concetti molteplici ed anche opposti, ed ha la forma di un gancio.

 

Il 29 novembre va in scena LevelUp! di e con Claudia Marsicano e Daniele Turconi, un tentativo di creare un personalissimo videogame prendendo spunto dalle regole, dalla storia e dai personaggi di “Super Mario Bros.” in un’ironica e costante negoziazione tra la realtà e l’immaginazione. E EXP: je voudrais commencer par sauter di Francesca Sproccati è una riflessione sull’odierna crisi del tempo, ovvero il “non avere tempo”. Il pubblico e i tre performer si incontrano come in una sorta di laboratorio scientifico alla ricerca di un risultato: il tempo attuale.

 

Il 30 novembreapre la serata It movesdi e con Matteo De Blasio è una performance/film su God, parola dal duplice significato: Dio in inglese, suona in francese come la parola “gode”, ovvero vibratore. Si sveglia improvvisamente nell’armadio e arriva fino al Teatro Fontana. La performance sarà introdotta da un breve e “vibrante” talk con l’artista. Segue The blue hour di Giorgio Azzone (DanceMe), performance per due danzatori sul momento della giornata in cui la notte svanisce nel giorno e in cui, sia per la natura che per gli esseri umani,  tutto si ferma per pochi secondi per chiudere un ciclo ed iniziarne uno nuovo.

 

L’1 dicembre Tommaso Serratore è autore e interprete insieme a Elisabetta Bonfà e Miriam Cinieri di Passenger. Il coraggio di stare, coreografia sul cambiamento. Un magma di immagini, suoni, luci e corpi in movimento rivela la battaglia interiore necessaria per una rinnovata scoperta di sé. Anche Cambia-menti di e con Elisa Sbaragli (DanceMe) ruota intorno al tema del cambiamento e del processo che si attua per il raggiungimento di un nuovo stato diverso dal precedente, trovando in questo percorso sempre più consapevolezza di ciò che sta mutando e si sta trasformando.

 

L’ultima giornata del Festival, il 2 dicembre, prevede dalle ore 16.00 Phoenix di e con Luna Paese (DanceMe), tentativo della protagonista di entrare in comunicazione con altri esseri viventi, diventando, attraverso la danza, un medium tra gli spettatori e una pianta.Segue Kalsa di Giuseppe Muscarello è una storia d’amore che diventa vendetta per quattro danzatori, una leggenda ambientata nell’emblematico quartiere di Palermo e affidata esclusivamente alla fluidità e dinamicità del movimento.

 

Da martedì 27 novembre a sabato 1 dicembre, nei chiostri del Teatro Fontana, vengono presentate pillole (3/8 minuti)dei 9 giovanissimi partecipanti (tra 20e i 25 anni) al primo anno del progetto triennale Incubatore C.I.M.D., coordinato da Davide Valrosso. Appunti coreografici da Incubatore C.I.M.D vede dunque la prima presentazione pubblica dei lavori di: Cecilia Airaghi, Martina Auddino, Giovanni Careccia, Lorenzo De Simone, Giorgia Fusari, Giacomo Giannangeli, Lorenzo Morandini, Tullia Primultini.

27-28-29 novembre, al C.I.M.D in via Lattanzio 60/b il festival propone 3 masterclass-laboratorio con D. Valrosso, D.Ninarello, M.D’Agostin.

ISCRIZIONI: Valentina Gianuzzi danza@teatrofontana.it
€20 1 laboratorio
€30 3 laboratori

 

Più che danza! Festival (26 novembre – 2 dicembre 2018)

Teatro Fontana Via Boltraffio 21, 20159 Milano

BIGLIETTERIA: Tel. +39 02 6901 5733 (lunedì-venerdì dalle 09:30 alle 18.00)

ORARIO SPETTACOLI: lun-sab ore 20.30, dom ore 16.00

PREZZI: Intero € 15,00, Ridotto Over 65/Under 14  € 10,00

www.teatrofontana.it

www.cimd-danza.it/piu-che-danza/

 

Libri, Testi Michela Fontana, Nonostante il velo, VandA e publishing – Morellini, 2018

pubblicato da Donatella Massara il 4 novembre, 2018

Il libro di Michela Fontana “Nonostante il velo”, VandA e publishing – Morellini, 2018 ha vinto il Primo premio di Femminile, Plurale Allumiere 3,11,2018 Le motivazioni della giuria pubblicate sul sito della Casa editrice VandA e publishing

di Donatella Massara

Posto qui la relazione con cui l’avevo presentato alla Libreria delle donne a Milano 8,2,2017

“Nonostante il velo” è un libro che presenta le interviste alle donne saudite accompagnate dalle ricerche dell’autrice e dalle sue considerazioni. Per esempio Aisha è l’attivista che guidò nel 1990 la prima protesta delle auto. Un gruppo di donne si convocarono a Ryhad per guidare la propria auto perché l’Arabia saudita è l’unico paese dove alle donne è stato proibito. Solo recentemente hanno avuto questa concessione. Le interviste si estendono a donne diverse e inaspettatamente ci troviamo a contatto con giornaliste, donne della classe alta, media, mediche, una celebre oculista, donne d’affari, fondamentaliste, le giovani della generazione twitter, le scrittrici, organizzatrici di gruppi per il rafforzamento o il sostegno delle donne, dirigenti di banca. Il libro mi è piaciuto per la grande limpidezza della sua costruzione. Offre tutti gli elementi per potere giudicare insieme a un linguaggio leggero, ricercato ma essenziale.  Mi è piaciuto sia il rigore con cui sono esposti i dati e sia la passione, il coinvolgimento emotivo, l’amicizia che è scattata fra Michela e alcune delle intervistate. Mi piace che lei consideri le donne saudite la vera ricchezza di questo paese.

L’Arabia Saudita è un paese ossessionato dalla moralità che proibisce i contatti fra i sessi, e esclude le donne dalla sfera pubblica. Questo paese è tale per cui come dice Michela è quasi tutto proibito e poco è lecito.Ho fatto dei paralleli

“Le donne non sono riconosciute come soggetti liberi, giudicate incapaci di agire secondo ragione, sono subordinate alla potestà paterna e poi maritale. Per una qualunque transazione economica devono richiedere il permesso del marito, non hanno diritto di voto, non possono frequentare le stesse scuole dei maschi, non possono accedere alle carriere liberali” ma questa non è una citazione sull’Arabia Saudita bensì è una citazione storica sull’Italia e gli altri paesi europei nel corso del XIX secolo, periodo in cui i diritti delle donne arretrarono. Dopo la Rivoluzione francese viene sancita la vittoria del cittadino maschio che decreta l’incapacità politica delle donne. Con il Codice napoleonico le donne perdono tutti i diritti civili. Ecco quindi che in Italia lo stato liberale, a sessantanni dalla sua nascita, abolisce nel 1919 l’autorizzazione maritale quell’istituto giuridico per cui una donna non può gestire il proprio patrimonio e fare transazioni economiche. L’ Arabia Saudita stato assoluto è stato proclamato nel 1932 dopo la conquista di Ibn Saud che non a caso indicò nella scelta del nome che era di proprietà di un uomo e della sua famiglia. Questo stato comincia oggi, dopo ottantanni dalla sua nascita, a pensare di abolire la figura del ‘guardiano’ di colui che autorizza i movimenti delle donne e che può essere il padre, il fratello, lo zio, il marito. E’ infatti notizia di fine settembre 2016 che è arrivata al re la petizione di 14 000 donne saudite favorevoli a questa decisione.

Cercando di venire a capo di questa matassa che avvolge insieme diritti delle donne, i nostri e i loro passati e presenti ho seguito l’interrogativo politico di Michela che si chiede come finirà questo esperimento delle donne saudite, basato sulla veloce crescita della loro partecipazione – pur se in regime di separazione sessuale. Ci sono luoghi dove i maschi stanno da una parte e le donne da un’altra e non si devono incontrare – sono i luoghi della vita pubblica, però questa partecipazione riguarda le  carriere, l’economia, gli affari, gli studi, i viaggi all’estero. Mi è piaciuto questo interrogativo che apre il discorso a quello che stanno facendo le donne secondo uno sguardo che è sì dall’alto ma che è rivolto alla differenza più che alla parità. Nonostante il velo, infatti le saudite alle elezioni dei consigli amministrativi comunale, le uniche che esistono, le donne hanno partecipato nel 2015 e sono state anche elette. Ed è stata eletta anche una donna come consigliera regionale della regione dove c’è La Mecca.

Mi sono domandata allora per sospendermi da interrogativi a cui manca per ora la risposta e per uscire dalla strettoia dei diritti: Che cosa desiderano queste donne? Ho messo insieme delle parole chiave: guidare, ma anche guidarsi perché c’è chi vuole  liberarsi del sistema di tutela maschile,  studiare perché sono il 58% della massa scolastica, e le studentesse pare si siano addirittura scontrate con la polizia per migliorare le condizioni di abbandono e sporcizia dei loro campus, twittare, usare i mezzi informatici perché su 5000 blog il 46% è stato creato dalle donne, e poi c’è: ANDARE VIA.  È qui, quando Michela chiude il suo libro sulla testimonianza di Wahda, la più emozionante di tutto il libro, che questa parola appare. Andare via è una parola nata dal lato più oscuro della condizione delle donne saudite  che rivela la violenza domestica. E’ una realtà coperta e sepolta, che non può venire denunciata né punita, non essendoci gli strumenti giuridici e politici per farlo, che viene tenuta nascosta, per proiettare all’esterno il decoro di una nazione compiaciuta e vittoriosa della sua moralità severa. L’Arabia saudita non è il paese delle mille e una notte, il sistema di segregazione e protezione delle donne invita a farne delle schiave, soggette all’ignoranza affettiva, se così può essere chiamata la mancanza di amore per chi ci sta a fianco se non all’aggressività di chi ha in odio le donne.  Ecco allora che  Wadha picchiata dal fratello e dal padre, una laureata con un buon lavoro, in cura psichiatrica, ha un desiderio preciso: fuggire da questo paese, chiedere asilo politico portando le prove degli abusi che subisce nella famiglia. Il libro si conclude con la notizia che Wadha dopo uscite e rientri drammatici e anche due tentativi di suicidio ce l’ha fatta a scappare, si è rifugiata in un paese che l’ha accolta e lavora come cassiera.

 

Donne di parola: “Alla ricerca di Camille Claudel”

pubblicato da Donatella Massara il 15 ottobre, 2018

Donne di parola presenta “Alla ricerca di Camille Claudel”  con Domitilla Colombo, Annamaria Indinimeo, Donatella Massara, Laura Modini  – ricerca immagini e elaborazione di Carla Cella e Donatella Massara – costumi di Carla Massara – supervisione di Milli Toja
Villa Pallavicini Milano via Meucci 3

24-10-2018
ore 20,30

Su You tube II sentiero dei draghi

pubblicato da Donatella Massara il 16 settembre, 2018

 

IL SENTIERO DEI DRAGHI: UN FILM

 

Un film è un’esperienza artistica e nello spazio di due ore ci fa partecipi di un punto di vista che prima non c’era. Da questa radicalità di esperienza non è possibile tornare indietro, anche se il film lo dimenticheremo. Un film non rilascia dichiarazioni roboanti, non sistema il giudizioso sapere per spiegare il mondo in cui viviamo. Mostra invece una comunicazione di immagini, di parole e di senso che prende esistenza nel momento in cui la percepiamo. Il significato è aperto.

“Il sentiero dei draghi” di Milli Toja, uscito in questo 2018, come gli altri della sua serie fantasy è un’opera delicata, poetica, tenera e comica. Una comunità femminile parla di sé ma facendo un passo laterale, invece di affrontarsi direttamente davanti a uno specchio, ricostruisce se stessa attraverso una sovrimpressione di due realtà. Sono questi livelli spareggiati che mettono in moto i legami più invisibili. La favola nomina esplicitamente quello che non vediamo. Lia, la Madre della Comunità delle donne, che vivono nei boschi, e Elinor, la Regina delle Elfe, che domina beatamente in un’altra dimensione, esprimono la forza dell’eros delle donne come esempi attivi dell’autorità femminile. Siamo di fronte all’autorità femminile, quell’oscuro oggetto del desiderio delle donne, che c’è ma fatica a dirsi in prima persona. Il film autorizza a pensarsi fuori dal tessuto connettivo che appartiene alla logica della quotidianità, e l’autorità femminile che esiste nel mondo ha qui un’autocoscienza che stiamo ancora aspettando che ci venga raccontata dalle sue interpreti nel mondo reale. L’autrice invece gli dà rappresentazione, è una figura dell’amore. Infatti quel qualcosa che tiene insieme le storie che Milli racconta è la traccia dell’amore fra donne, dell’eros, del “costant craving”, la brama costante, come canta KD Lang nella sua canzone.

Ho scritto un saggio “Non solo Lword. La comunità femminile fra immaginario e realtà nel cinema, nel teatro e nella letteratura delle donne” (in “Riflessioni critiche sul femminismo contemporaneo” a cura di Rossella Pisconti, Limina Mentis, 2014) per spiegare anzitutto a me stessa come fosse rappresentata la comunità femminile. Ma sento il bisogno di tornare a pensare alle opere di Milli, mia amica, mia regista, donna che sostengo e stimo perché voglio dire che è l’amore il motivo più interessante dei suoi film, la dismisura del coinvolgimento amoroso fra le donne, le “cattedrali di luce nel cuore” (B.Lauzi) che smobilitano le oggettivazioni scontate. “Ma esiste poi un amore aggettivabile? Filiale, sororale, amicale, coniugale, passionale-ogni aggettivo sembra togliere qualcosa alla misteriosa complessità dell’amore” (Margherita Giacobino, “Ritratto di famiglia con bambina grassa”, 2015 e book pos. 2868). L’amore ha le sue congiunzioni astrali fatte a volte di amicizia, altre di sensualità, di autorità e rispetto, ma sempre sono ostinatamente rivolte a riprodursi.

Le storie di Milli sono ben girate, ben raccontate, ben montate. Tutto questo non basterebbe a estrarle dal filone in cui modestamente vanno a mettersi: il fantasy. Non per deprezzarlo, ma per non ripiegare queste storie dentro a un genere, collocazione che può essere anche fuorviante, penso che siano assai di più e stiano oltre i generi. Nonostante sia proprio in questa costruzione fantastica che Milli prende l’ispirazione per scrivere e poi per girare e dirigere un notevole cast con la sua troupe. È una scelta che anzitutto va rispettata. Il fantasy è un genere pregevolissimo come abbiamo visto nella saga del “Signore degli anelli”, però non lo capiscono in molte e molti che pensano non li riguardi, perché sono adulti e prima ancora di vederlo sono convinti di annoiarsi. Mi capita che due amiche che non frequento mi dicano che le relazioni fra donne le annoino. Tacitamente questa affermazione vuole dire: mi diverto più con gli uomini. Nella mia esperienza c’è una narrazione della vita che ho ricevuto da mia madre, le mie nonne, dalle scrittrici della mia infanzia con cui ho sempre fatto i conti, accettandola o rifiutandola magari distanziandomene. Poi nel movimento delle donne ho trovato la grande scommessa di darci le parole dell’esperienza nel momento in cui la stavamo vivendo. Ho capito che cosa c’è “fra la pelle e l’anima” (Paola Molgora “Drago alato”). E abbiamo costruito un pensiero, indipendente. Infatti con quel discorso pensato abbiamo criticato la scienza, la letteratura, l’arte, la storia, rigenerandole, non solo per noi donne.  Non abbiamo certamente avuto il tempo di annoiarci. Nei film di Milli c’è questa relazionalità di donne che non si annoiano perché corre fra di loro la tensione dell’amore per le altre, per il progetto di comunità, per la politica, per una donna. È la dismisura di quest’amore che chiede di essere raccontata alterando il principio di realtà, armando la fantasia che attraversa il reale non per nasconderlo ma per dargli una visibilità inedita.

Alcuni film buoni o meno buoni hanno uno sguardo romantico che li conduce alla storia d’amore dove la relazione fra donne ha una traccia che, a volte, è quasi insostenibile: è la copia della coppia eterosessuale. Lo sguardo ironico di Milli non si è mai adeguato a questa rappresentazione, nei suoi film ogni scena d’amore è sempre assolutamente comica. Però c’è e non si può non farci i conti. Non è possibile non vedere l’eros, non sentirsi coinvolte e pensare anche solo per un attimo, mentre ridiamo di cuore, che non è mai troppo tardi per dire: in questo racconto “voglio esserci anch’io”.

Mi dispiace che queste pellicole, alle quali partecipo dal 2010, ma che Milli sta girando da decenni, non abbiano un corso riconosciuto nei festival. Qualcosa fa ostacolo. Certamente c’è della incompetenza da parte di chi li organizza, una mancanza di autonomia, uno sguardo non abituato a vedere se non attraverso immagini diciamo di ‘repertorio’. Non aveva questi pregiudizi Luki Massa, precocemente scomparsa, che aveva proiettato l’opera di Milli nel festival da lei fondato “Some prefer cakes”. Ci è stato detto che questi festival privilegiano le pellicole straniere. E mi è anche stato detto che questo avviene perché in Italia di donne che fanno cinema -dove si parli delle relazioni fra donne- non ce ne sono. Ho parlato dei film che facciamo con Milli, già proiettati negli anni passati, appunto. Ma non ho più ricevuto parola. Mi auguro che qualcosa cambi.

L’opera di Milli non ha certo bisogno di una mia difesa. Voglio dire però che questo punto di vista sui titoli stranieri preferiti nei festival italiani mi ha richiamato la mia adolescenza. Quando facevo le medie, eravamo tutte donne, e ascoltavamo la musica italiana. Poi sono andata al liceo e è esploso il fenomeno beat. Sono arrivati i Beatles e con le amichette, accompagnate da mio padre, andammo al concerto dei Rolling Stones, allora poco più che ventenni, al Palalido. La musica italiana non esisteva più. Ignoravo allora i bravissimi musicisti italiani, penso alla Scuola dei cantautori genovesi, di quelli, fra noi adolescenti, si salvava Fabrizio De Andrè. A stento riconoscevamo ma con diffidenza una grande Caterina Caselli, ci piaceva Nada ma non avremmo mai comprato un suo disco, era impossibile sottrarsi al fascino di Patti Pravo, ma nessuna lo diceva.  Forse non c’entra molto, anzi non mi piace paragonare i film di Milli a “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli, quando lei stessa da vecchia hippy adora la musica pop dai Deep Purple a Kate Bush, però ho il sospetto che nelle giurie dei festival delle donne ci sia, fra gli altri, anche un atteggiamento esterofilo. Guardare all’estero non è solamente un sano sguardo aperto oltre casa propria è, anche, accettare un fenomeno di mercato. Il circuito dei festival si palleggia i titoli, accettandone alcuni e ostentandoli mentre ignora molti altri. Purtroppo in questo modo ci troviamo di fronte una tappa bruciata che viceversa darebbe una visibilità più ampia, una recettività critica, un’apertura di dialogo che sollecitando la creatività di altre produrrebbe nuove opere. Le idee quando ci sono vanno discusse, fatte girare, messe in parola e immagini.

“Il sentiero dei draghi” il film di Milli Toja presentato in prima visione nel 2018 è ora disponibile sulla rete. Su You Tube trovate l’intero film in 12 episodi di 10’ https://www.youtube.com/playlist?list=PLTMwSJbQkNDp8OhKgzQA7KBYed7aSgSaT

L’intero film è su Vimeo https://vimeo.com/253386273segnalato, come tutti gli altri film di questa regista, sul sito della Galleria delle donne Sofonisba Anguissola http://www.galleriadelledonne.org

 

Cinema, Immagine storia: Su “A quiet passion” di T. Davies: oscuramenti di non poca importanza in un grande film

pubblicato da Donatella Massara il 24 giugno, 2018

A proposito del film “A quiet passion” di Terence Davies, 2018 su Emily Dickinson un grande film con oscuramenti di non poca importanza.
Ieri l’ho visto non riesco a credere che sia riuscito a fare quasi del tutto sparire la relazione fra Emily e Susan la cognata. Addirittura il regista ha inventato che fanno conoscenza dopo il matrimonio con Austin il fratello di Emily!!! Invece probabilmente si erano conosciute ai tempi della scuola e avevano un’amicizia che fa pensare a un intreccio amoroso. Poiché Susan era povera inventano questo matrimonio per stare vicine. Poi Austin la porta via e ritorneranno con un figlio. Tutto troppo difficile per Terence Davies che scrive la sceneggiatura e riduce a quello che vedrete. Mi affido per questa lettura a Milagros Garretas Rivera grande storica femminista spagnola fondatrice di Duhoda all’univ di Barcellona che ha tradotto in spagnolo tutte le poesie di Emily. E ha visto molti aspetti taciuti o ignorati in biografie della Dickinson. Fra cui anche la relazione quasi forse chissà incestuosa con Il fratello. Il riferimento bibliografico è E.D. Poemas v.1,2,3 edicion bilingue, Sabina editorial, 2012 sgg. Detto questo il film ha una Stupenda fotografia e regia che da’ il ritmo di un’altra epoca precisissimo di dettagli d’epoca e anche semplice allo stesso tempo molto serio con molte citazioni delle sue poesie girato quasi sempre con primi piani o campi medi con qualche lento spostamento di macchina e piani sequenza che arrivano al momento giusto molto bravi gli interpreti Davies non smentisce di essere un grande regista però vorrei che le donne ci avessero lavorato e ne avessero avuto la voglia e la forza!!

LIBRI, Segnalazione. Gisella Modica “Come voci in balia del vento”, Iacobelli , 2017

pubblicato da Donatella Massara il 21 giugno, 2018


Ricevo con molto piacere da Gisella Modica questo suo nuovo libro “Come voci in balia del vento. Un viaggio nel tempo tra storia personale e storie collettive” Iacobelli editore, 2017. Un’idea originale, una sincera voglia di creare esperienza con la scrittura, una rielaborazione meditata di una ricerca svolta negli anni ‘70. L’autrice ritorna nei luoghi dove raccolse le testimonianze delle donne che occuparono le terre siciliane. Le riascolta e riguarda se stessa ripensando alle altre. Come scrive María Concetta Sala nella prefazione “schiva di continuo il rischio di rimanere ancorata a se stessa” per “nascere una seconda volta”. Quei racconti furono da lei pubblicati dopo anni in due raccolte di Stampa Alternativa del 2000. Eppure quelle voci vive di storie viventi in lei “sortirono l’effetto imprevisto e dirompente di sommuovere le certezze ideologiche, un tempo granitiche di Gisella Modica.”. Un libro di grande interesse per come trova il proprio punto di partenza nel vissuto dell’autrice includendovi tutte le altre donne a iniziare dalla relazione con sua madre e con sua figlia.

Articolo sull’origine del personaggio di Wonder Woman di Ileano Bonfà

pubblicato da Donatella Massara il 8 giugno, 2018

https://doi.org/10.5281/zenodo.1254050

 

Ricevo la segnalazione e volentieri pubblico


“Nell’articolo viene descritta la creazione del personaggio dei fumetti Wonder Woman da parte dello psicologo William Moulton Marston negli anni ’40 del ‘900. Le radici ideali del personaggio Wonder Woman si possono rintracciare nel femminismo americano degli anni dieci-venti del ‘900.”

LIBRI, Recensioni: Pinella Leocata legge Luciana Tavernini, Marina Santini, “Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua”, Il Poligrafo, 2016

pubblicato da Donatella Massara il 12 maggio, 2018

Mia madre femminista. Una storia del femminismo italiano

di Pinella Leocata

Una storia del femminismo italiano scritta da due donne che hanno trasformato in metodo storiografico le pratiche del femminismo. “Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua” (Il Poligrafo) è un testo insolito che cattura ed emoziona perché è un libro di storia, ma allo stesso tempo è un racconto di vita e di vite, a partire da quella delle due autrici. Marina Santini e Luciana Tavernini – docenti, da sempre impegnate nelle attività della Libreria delle donne di Milano e della Comunità di storia vivente – narrano la nascita e il procedere del femminismo seguendone le tappe storiche, ma lo fanno a partire da sé, con una cronologia al femminile e con una scrittura soggettiva che usa il linguaggio parlato e sessuato.
Un testo importante per le più adulte, per ripercorrere la propria storia, e soprattutto per le più giovani che potranno partecipare dello spirito del tempo e trarne spunto per nuovi sviluppi.
Il testo segue due percorsi che s’intrecciano. C’è la storia del femminismo che si sviluppa nel tempo e per argomenti – le parole per dire la novità della nuova coscienza delle donne, il corpo, i luoghi fisici e culturali di crescita, il lavoro – e ci sono le storie di donne in carne e ossa, ognuna delle quali racconta il momento in cui ha avuto inizio il proprio percorso di consapevolezza e di cambiamento.
Una storia corale, dunque, una storia di donne, al plurale, per ribadire che “non c’è un modo di essere donna e uomo, ma il senso libero della differenza, a partire da sé e dal dialogo tra le donne”. Questa è stata ed è l’autocoscienza, “il trasformare il parlare tra donne, il chiacchierare tra noi che c’è sempre stato, in atto pubblico e dunque politico”. Come ad esempio sta avvenendo oggi con la campagna #meetoo contro le molestie e il ricatto sessuale sul lavoro. “Un movimento rivoluzionario perché problematizza la questione facendo diventare le denunce azione politica. Ed è una presa di coscienza del fatto che il danno è grave, inammissibile, e richiede tempo per essere elaborato e denunciato”.
“Mia madre femminista” narra – nella forma di uno scambio epistolare tra una madre e una figlia che ha sofferto delle sue assenze per l’impegno politico – la storia delle tante conquiste delle donne, conquiste che hanno trasformato la nostra società sul fronte della legge e dei diritti civili (divorzio, aborto, stalking, stupro, finalmente reato contro la persona e non contro la morale), ma anche su quello delle pratiche e della cultura, dalla costituzione dei consultori e degli asili autogestiti, ai primi centri antiviolenza, alla rete di case protette, ai luoghi delle donne, alle librerie, alle riviste, ai festival cinematografici e teatrali… Processi di un cambiamento culturale di lungo periodo basati sull’ascolto di sé in dialogo politico con altre donne in relazione, nell’autocoscienza, a partire dal riconoscimento di essere parte di una genealogia femminile, e dunque della centralità del rapporto con la madre.
Nel corso di un incontro tenutosi a Catania, alla libreria La Fenice, promosso da La Città Felice le autrici hanno sottolineato come “La nostra origine è duale. Nasciamo tutti da una donna, e la forza del femminismo è nella relazione duale”. Di qui l’importanza del rapporto di sorellanza e soprattutto – dopo avere “sperimentato negli anni come questo può appiattire, e rischia di diventare disgregativo” – del rapporto di affidamento. “Abbiamo capito che bisogna ripartire dall’autorità, dall’affidarsi di ognuna ad un’altra donna grazie alla cui autorità crescere. Autorità non significa potere, ne è il contrario positivo, tanto che il nostro motto è ‘il massimo di autorità con il minimo di potere’. Sono io che scelgo una donna come punto di riferimento e lo rendo pubblico perché l’autorità necessita e presuppone un riconoscimento pubblico”. Un approccio lontano dalle politiche volte a rivendicare l’uguaglianza cui, invece, viene opposta la cultura della differenza considerata come il cuore della generatività fisica e culturale. “Per generare occorre una differenza, un’alterità. Quando le donne vogliono essere eguali agli uomini peggiora la vita di tutti, mentre bisognerebbe partire da sé, dalle differenze, anche per ottenere condizioni più rispettose dei bisogni collettivi”.

Città Vicine, Articoli: Eterologa e utero in affitto non sono la stessa cosa di Franca Fortunato

pubblicato da Donatella Massara il 5 maggio, 2018

ARTICOLO DI FRANCA FORTUNATO PUBBLICATO SUL QUOTIDIANO DEL SUD IL 05.05.2018
ETEROLOGA E UTERO IN AFFITTO NON SONO LA STESSA COSA
NEI GIORNI scorsi i mass media hanno dato la notizia che a Torino un bambino è stato registrato all’anagrafe come <> e a Roma un altro come figlio di << due padri>>, facendo intendere che stavano parlando di una medesima condizione umana. Ma così non è, basta rifletterci un po’ per capirlo. Perché un bambino o una bambina vengano al mondo – come è evidente – ci vuole una donna, perché ci sia un padre ci vuole una madre. Ebbene nel caso delle due madri, una di loro ha fatto ricorso alla fecondazione eterologa ed ha portato avanti la gravidanza fino al parto senza interrompere la relazione con la sua creatura, come fa la madre che acconsente alla venuta al mondo di ognuna e ognuno di noi. La seconda madre non cancella né si sostituisce alla prima, ma si accompagna a lei nella cura e nella crescita del bambino. Che questo venga iscritto anche nel diritto ci può stare. Diversa è la situazione dei “due padri”. Perché ci sia un padre ci vuole una madre, a meno che non si creda che i bambini li porta la cicogna o che nascono sotto un cavolo. Chi è la madre del bambino? Come hanno fatto i due a proclamarsi “padri” senza una madre? E’ subito detto. Uno dei due con un regolare contratto commerciale, mettendo di suo lo sperma, ha commissionato a una donna feconda il bambino, programmandone deliberatamente l’interruzione della relazione che la creatura piccola vive con la madre durante la gravidanza e questo solo per poter soddisfare il suo desiderio di paternità, visto che gli uomini non fanno i figli. Per farlo, entrambi sono andati in Canada, dal momento che la pratica dell’utero in affitto, o gestazione per altri (Gpa) o maternità surrogata, in Italia è proibita, mentre la fecondazione eterologa – a cui ha fatto ricorso la donna di Torino – non lo è. Quanto hanno pagato quella creaturina, visto che in un contratto commerciale non basta il desiderio ma occorrono anche i soldi? I due “padri” si sono autoproclamati tali cancellando la madre, dopo aver rotto deliberatamente senza necessità la relazione madre/figlio (figlia), su cui per millenni si è retta la civiltà umana. Quale civiltà moderna è quella che non riconosce il primato della relazione materna, non la salvaguarda né la valorizza ma la cancella e ad essa sostituisce la forza del mercato e del denaro, che mercifica il corpo fecondo femminile e la venuta al mondo di un essere umano? I bambini e le bambine non si vendono e non si comprano, come nessun altro essere umano, e non importa se a farlo siano coppie omosessuali o eterosessuali. Conosco la forza del desiderio e so che è cosa buona e giusta perché ci tiene in vita, ci dà le energie per andare avanti, ma so anche come il desiderio di suo può non avere fondo e limiti e se poi si incontra con la forza del denaro – di cui non ho esperienza perché ne ho sempre avuti pochi – e la tecnica, allora il desiderio diventa incommensurabile come dimostra la pratica della compravendita di una creatura non ancora nata. Questa è una strada – come scrive Luisa Muraro nel suo libro “L’anima del corpo” – che non si doveva prendere come quella di fabbricare armi atomiche, negli anni Quaranta del secolo scorso, armi che continuano a fare paura. Qualche grande scienziato lo capì e si rifiutò di collaborare. Il rischio, se non si cambia strada, è che a lungo andare comprare e vendere il corpo fecondo di una donna, commissionare una creatura dietro pagamento, interrompere la relazione materna, luogo delle origini di ognuno e ognuna di noi, diventi una pratica “normale” per venire al mondo, a cui ci si assuefà e non ci si scandalizza più. Il modo in cui è stata data ed accolta la notizia dei “due padri” ne è un forte segnale. Non si tratta di essere pro o contro, tutte/i possiamo portare “buone” ragioni per sostenere l’una o l’altra tesi – gli uomini hanno sempre trovato “buone ragioni” per fare cose sbagliate, come le guerre- ma si tratta di ragionare, di pensare e di prendere coscienza che non è il fine che giustifica i mezzi ma – come scrive Simone Weill – sono i mezzi che giustificano il fine, sapendo che nel modo come si viene al mondo la posta in gioco è molto alta, ne va della nostra civiltà e umanità. Se tutto questo non diventa coscienza e consapevolezza condivisa, prima di tutto tra donne, allora col tempo prevarranno la forza della legge, i divieti, le pene e le punizioni, con le correlative trasgressioni. Ma non è questo che io voglio, né voglio essere complice di quanto sta accadendo.
Franca Fortunato

Politica delle donne. Testi: Riflessioni sulle Cinque Vie a Milano alla ricerca di Nanda Vigo

pubblicato da Donatella Massara il 22 aprile, 2018

Passando davanti alla Statale entro per vedere le installazioni del Fuori salone. Il mio occhio esperto di pratica della differenza mi dice che qui non c’è niente di interessante. Un’installazione promette Il luogo dell’origine confezionato da uno studio di uomini. Alti tubolari con led luminosi accompagnano e chiudono un percorso. Me ne esco confermata della pochezza di un evento a cui non può legarmi che la curiosità. Pochi mobili moderni mi sono piaciuti in vita mia e non spenderei più di 10 euro per comprare una tazza, l’architettura di un edificio sfugge necessariamente al mio senso critico, mi colpiscono solo i luoghi antichi. Ma c’era di peggio in realtà scopro, dal commento di un’amica, che guardando meglio l’installazione offriva il divanetto che rievoca il seno materno dove è anche possibile “ricaricare i devices”. L’amica cinquantenne ci ha visto sarcastica un esempio di milanesità, invece io la chiamerei banalità con un retrogusto di spesso spirito maschile, di cui magari l’architetto non se ne è accorto. Leggo il giorno dopo sul Corriere però che il cuore del Fuori salone è il quartiere delle Cinque vie. Ci vado sabato pomeriggio, la situazione mi piace di più. Ho fatto un primo giro. L’area delle Cinque vie e zone limitrofe sono l’origine di Milano. E’ il cuore della città romana di cui ancora sono conservati i resti. Prende da sempre questo nome perchè in un punto preciso, quello affiancato dal palazzo della vecchia Borsa, c’è l’incontro a raggiera di Via Santa Maria, Via Santa Maria Podone, Via Santa Maria Fulcorina, Via Bocchetto, Via del Bollo. Nel Fuori Salone delle Cinque Vie un posto d’onore fra le decine di esposizioni, vendite, mostre, installazioni lo occupa Nanda Vigo, l’artista designer architetta, nata nel 1936. E così sono tornata stamattina a cercare i luoghi dove promettevano incontri con la sua opera. Ho visto una piccola exibition di opere fatte con il neon, alla vecchia sede del Ferramenta Meazza. Qui a piazza Cardinal Massaia, fino a una decina d’anni fa, c’era un famoso negozio dove Nanda racconta che andava a cercare i pezzi per le sue opere. Era un posto frequentatissimo dai designer. Proseguo nel percorso Vigo. Purtroppo a via santa Marta l’Archvio è chiuso, forse perchè è domenica e così è chiuso il negozio di via Gorani dove, dalla vetrina, ho visto una bellissima esposizione delle sue lampade, triangoli irregolari al neon colorato. E’ per merito di Nanda Vigo, della voglia che avevo di visitare le sue opere che mi sono immersa nella zona delle Cinque Vie. Lei mi piace molto, adoro la sua versatilità. E’ una versatilità che ha anche fatto interpretato su se stessa. Le fotografie, sul suo sito, fanno vedere come non sia mai stata troppo fedele a se stessa, è sempre diversa, nel trucco, nei capelli, negli abiti che seguono una moda rivisitata dalla sua genialità. Grande protagonista degli anni dell’avanguardia del design la vedo ritratta con i coniugi Ponti, con Lucio Fontana, anche con il marito Piero Manzoni, non lo sapevo che fossero stati sposati perchè come dice lei: non mai ha usato il cognome acquisito. La vedo ritratta in una fotografia con Yoko Ono. Le sue opere seguono la sua ispirazione, non uno stile preciso, eppure sono allo stesso tempo molto rigorose, pulite, accennano alla capacità di rigenerarsi, senza ripetizione. Perchè questo lei rimprovera ai giovani artisti di oggi. Dice “Noi” – gli artisti della sua generazione – “non avevamo niente”, non c’erano i critici, non c’erano le gallerie, non c’erano le committenze.“Adesso che hanno tutto” alle opere degli artisti di oggi manca la sostanza, non sappiamo come possano proseguire.

La bellissima cartina mi orienta per questo percorso di vie che per vari anni della mia vita sono state come casa mia. Negli anni ’70 e dopo, c’è stata una vivace polvere di industriosità politica che ha coperto magicamente le più varie esperienze. In questa zona c’era la casa occupata di via Lanzone, già dimora di cardinali, lasciata dalla Chiesa a diroccarsi, c’era la casa occupata di via Morigi altra dimora nobiliare, in disuso, c’erano sparsi per questo intrico di vie appartamenti grandi pieni di stanze, mai ristrutturati, con riscaldamento autonomo, neanche a pensarci sull’uso dell’ascensore. Qui abitavano le e gli studenti fuori sede e ci sono stanze anche per noi milanesi che iniziamo, ventenni, a fare i primi passi verso l’autonomia dalla casa natale. Curioso che quelle di noi che provenivano da famiglie abbienti abitassero in palazzi vicini ben conservati nel loro secolare prestigio: a Palazzo Borromeo, in via Cappuccio, in via Santa Maria Fulcorina o in una più rampante via Sambuco, e comunque sempre a pochi metri dalle abitazioni più povere. Poi tutto è diventato business, speculazione, spinta fare più soldi. Eppure da quegli anni per una contaminazione che non saprei sciogliere nascono anche le sedi politiche femministe, dal 1975 in poi, nello stesso tracciato milanese. La Libreria delle donne ha la prima sede nel 1976 in via Dogana, non tanto distante da qui, perchè percorrendo fino in fondo via Torino o tornando verso il Duomo, prendendo via dei Mercanti ci si inoltra nell’intrico di vie del vero centro storico milanese. In via Via Col di Lana, c’è stata la storica sede del movimento femminista milanese, dal 1976, da qui, attraversata piazza XXIV Maggio, percorso il corso di Porta Ticinese, oltrepassata la Porta Ticinese con le Colonne di San Lorenzo, è facile infilarsi dentro all’area delle Cinque Vie, entrando in via Cesare Correnti dove, di fronte al palazzo che ospitava, nel 1990, la prima sede del Circolo della Rosa, c’è la piccola via del Torchio che porta dentro alle viuzze delle Cinque Vie. I reperti murari di Milano capitale, dal 286 al 402 d.C., dell’Impero romano d’Occidente sono ancora visibili, conservate in mezzo alla città che sale. Puntando dritto attraverso via San Sisto, via santa Marta, poi via san Maurilio arriviamo a Via Gorani, al numero 9 nasce nel 1981, il locale per sole donne Cicip e Cicip tenuto aperto da Daniela Pellegrini e Nadia Riva, con qualche interruzione, per almeno una trentina d’anni. Luogo, direi, che mai è stato chiuso rimanendo la memoria del luogo ben presente. E’ per questo che non nutro alcuna nostalgia dei tempi lontani, essendo che da lì sono state originate le ore migliori della mia esistenza, fino a oggi compreso, per cui rimango in evoluzione permanente, riacchiappata la mia infanzia, sono affiancata da queste presenze che, nella città hanno il loro segno riconoscibile per la geografia dei sentimenti. Mi sento di conseguenza affrancata dalla contingenza e da ciò che per esserci costringe a misurare la materialità dell’essere, perchè so che, viceversa, l’essere smaterializza l’agire in prossimità con le idee, i ricordi, le sensazioni per rimaterializzarsi su quanto avviene. Ci determinano le presenze che nutrono la mia fatica quotidiana in un esercizio, più che di memoria, di vera coniugazione di un’esperienza, anche se avulsa dalle solide mura in cui è stata, in passato, figura del tempo.

E io credo che la sostanza sia anche, in questo caso, quella della storia dei luoghi che substratano gli edifici. Una storia che matura insieme a quello che è possibile portare dentro a questi edifici, dandogli quel coefficiente di valore molto difficile da circoscrivere quando chi riaccoglie i luoghi nella geografia urbana non sa poi rifare il segno di che cosa li ha fatti diventare quello che sono.