Articolo sull’origine del personaggio di Wonder Woman di Ileano Bonfà

pubblicato da Donatella Massara il 8 giugno, 2018

https://doi.org/10.5281/zenodo.1254050

 

Ricevo la segnalazione e volentieri pubblico


“Nell’articolo viene descritta la creazione del personaggio dei fumetti Wonder Woman da parte dello psicologo William Moulton Marston negli anni ’40 del ‘900. Le radici ideali del personaggio Wonder Woman si possono rintracciare nel femminismo americano degli anni dieci-venti del ‘900.”

LIBRI, Recensioni: Pinella Leocata legge Luciana Tavernini, Marina Santini, “Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua”, Il Poligrafo, 2016

pubblicato da Donatella Massara il 12 maggio, 2018

Mia madre femminista. Una storia del femminismo italiano

di Pinella Leocata

Una storia del femminismo italiano scritta da due donne che hanno trasformato in metodo storiografico le pratiche del femminismo. “Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua” (Il Poligrafo) è un testo insolito che cattura ed emoziona perché è un libro di storia, ma allo stesso tempo è un racconto di vita e di vite, a partire da quella delle due autrici. Marina Santini e Luciana Tavernini – docenti, da sempre impegnate nelle attività della Libreria delle donne di Milano e della Comunità di storia vivente – narrano la nascita e il procedere del femminismo seguendone le tappe storiche, ma lo fanno a partire da sé, con una cronologia al femminile e con una scrittura soggettiva che usa il linguaggio parlato e sessuato.
Un testo importante per le più adulte, per ripercorrere la propria storia, e soprattutto per le più giovani che potranno partecipare dello spirito del tempo e trarne spunto per nuovi sviluppi.
Il testo segue due percorsi che s’intrecciano. C’è la storia del femminismo che si sviluppa nel tempo e per argomenti – le parole per dire la novità della nuova coscienza delle donne, il corpo, i luoghi fisici e culturali di crescita, il lavoro – e ci sono le storie di donne in carne e ossa, ognuna delle quali racconta il momento in cui ha avuto inizio il proprio percorso di consapevolezza e di cambiamento.
Una storia corale, dunque, una storia di donne, al plurale, per ribadire che “non c’è un modo di essere donna e uomo, ma il senso libero della differenza, a partire da sé e dal dialogo tra le donne”. Questa è stata ed è l’autocoscienza, “il trasformare il parlare tra donne, il chiacchierare tra noi che c’è sempre stato, in atto pubblico e dunque politico”. Come ad esempio sta avvenendo oggi con la campagna #meetoo contro le molestie e il ricatto sessuale sul lavoro. “Un movimento rivoluzionario perché problematizza la questione facendo diventare le denunce azione politica. Ed è una presa di coscienza del fatto che il danno è grave, inammissibile, e richiede tempo per essere elaborato e denunciato”.
“Mia madre femminista” narra – nella forma di uno scambio epistolare tra una madre e una figlia che ha sofferto delle sue assenze per l’impegno politico – la storia delle tante conquiste delle donne, conquiste che hanno trasformato la nostra società sul fronte della legge e dei diritti civili (divorzio, aborto, stalking, stupro, finalmente reato contro la persona e non contro la morale), ma anche su quello delle pratiche e della cultura, dalla costituzione dei consultori e degli asili autogestiti, ai primi centri antiviolenza, alla rete di case protette, ai luoghi delle donne, alle librerie, alle riviste, ai festival cinematografici e teatrali… Processi di un cambiamento culturale di lungo periodo basati sull’ascolto di sé in dialogo politico con altre donne in relazione, nell’autocoscienza, a partire dal riconoscimento di essere parte di una genealogia femminile, e dunque della centralità del rapporto con la madre.
Nel corso di un incontro tenutosi a Catania, alla libreria La Fenice, promosso da La Città Felice le autrici hanno sottolineato come “La nostra origine è duale. Nasciamo tutti da una donna, e la forza del femminismo è nella relazione duale”. Di qui l’importanza del rapporto di sorellanza e soprattutto – dopo avere “sperimentato negli anni come questo può appiattire, e rischia di diventare disgregativo” – del rapporto di affidamento. “Abbiamo capito che bisogna ripartire dall’autorità, dall’affidarsi di ognuna ad un’altra donna grazie alla cui autorità crescere. Autorità non significa potere, ne è il contrario positivo, tanto che il nostro motto è ‘il massimo di autorità con il minimo di potere’. Sono io che scelgo una donna come punto di riferimento e lo rendo pubblico perché l’autorità necessita e presuppone un riconoscimento pubblico”. Un approccio lontano dalle politiche volte a rivendicare l’uguaglianza cui, invece, viene opposta la cultura della differenza considerata come il cuore della generatività fisica e culturale. “Per generare occorre una differenza, un’alterità. Quando le donne vogliono essere eguali agli uomini peggiora la vita di tutti, mentre bisognerebbe partire da sé, dalle differenze, anche per ottenere condizioni più rispettose dei bisogni collettivi”.

Città Vicine, Articoli: Eterologa e utero in affitto non sono la stessa cosa di Franca Fortunato

pubblicato da Donatella Massara il 5 maggio, 2018

ARTICOLO DI FRANCA FORTUNATO PUBBLICATO SUL QUOTIDIANO DEL SUD IL 05.05.2018
ETEROLOGA E UTERO IN AFFITTO NON SONO LA STESSA COSA
NEI GIORNI scorsi i mass media hanno dato la notizia che a Torino un bambino è stato registrato all’anagrafe come <> e a Roma un altro come figlio di << due padri>>, facendo intendere che stavano parlando di una medesima condizione umana. Ma così non è, basta rifletterci un po’ per capirlo. Perché un bambino o una bambina vengano al mondo – come è evidente – ci vuole una donna, perché ci sia un padre ci vuole una madre. Ebbene nel caso delle due madri, una di loro ha fatto ricorso alla fecondazione eterologa ed ha portato avanti la gravidanza fino al parto senza interrompere la relazione con la sua creatura, come fa la madre che acconsente alla venuta al mondo di ognuna e ognuno di noi. La seconda madre non cancella né si sostituisce alla prima, ma si accompagna a lei nella cura e nella crescita del bambino. Che questo venga iscritto anche nel diritto ci può stare. Diversa è la situazione dei “due padri”. Perché ci sia un padre ci vuole una madre, a meno che non si creda che i bambini li porta la cicogna o che nascono sotto un cavolo. Chi è la madre del bambino? Come hanno fatto i due a proclamarsi “padri” senza una madre? E’ subito detto. Uno dei due con un regolare contratto commerciale, mettendo di suo lo sperma, ha commissionato a una donna feconda il bambino, programmandone deliberatamente l’interruzione della relazione che la creatura piccola vive con la madre durante la gravidanza e questo solo per poter soddisfare il suo desiderio di paternità, visto che gli uomini non fanno i figli. Per farlo, entrambi sono andati in Canada, dal momento che la pratica dell’utero in affitto, o gestazione per altri (Gpa) o maternità surrogata, in Italia è proibita, mentre la fecondazione eterologa – a cui ha fatto ricorso la donna di Torino – non lo è. Quanto hanno pagato quella creaturina, visto che in un contratto commerciale non basta il desiderio ma occorrono anche i soldi? I due “padri” si sono autoproclamati tali cancellando la madre, dopo aver rotto deliberatamente senza necessità la relazione madre/figlio (figlia), su cui per millenni si è retta la civiltà umana. Quale civiltà moderna è quella che non riconosce il primato della relazione materna, non la salvaguarda né la valorizza ma la cancella e ad essa sostituisce la forza del mercato e del denaro, che mercifica il corpo fecondo femminile e la venuta al mondo di un essere umano? I bambini e le bambine non si vendono e non si comprano, come nessun altro essere umano, e non importa se a farlo siano coppie omosessuali o eterosessuali. Conosco la forza del desiderio e so che è cosa buona e giusta perché ci tiene in vita, ci dà le energie per andare avanti, ma so anche come il desiderio di suo può non avere fondo e limiti e se poi si incontra con la forza del denaro – di cui non ho esperienza perché ne ho sempre avuti pochi – e la tecnica, allora il desiderio diventa incommensurabile come dimostra la pratica della compravendita di una creatura non ancora nata. Questa è una strada – come scrive Luisa Muraro nel suo libro “L’anima del corpo” – che non si doveva prendere come quella di fabbricare armi atomiche, negli anni Quaranta del secolo scorso, armi che continuano a fare paura. Qualche grande scienziato lo capì e si rifiutò di collaborare. Il rischio, se non si cambia strada, è che a lungo andare comprare e vendere il corpo fecondo di una donna, commissionare una creatura dietro pagamento, interrompere la relazione materna, luogo delle origini di ognuno e ognuna di noi, diventi una pratica “normale” per venire al mondo, a cui ci si assuefà e non ci si scandalizza più. Il modo in cui è stata data ed accolta la notizia dei “due padri” ne è un forte segnale. Non si tratta di essere pro o contro, tutte/i possiamo portare “buone” ragioni per sostenere l’una o l’altra tesi – gli uomini hanno sempre trovato “buone ragioni” per fare cose sbagliate, come le guerre- ma si tratta di ragionare, di pensare e di prendere coscienza che non è il fine che giustifica i mezzi ma – come scrive Simone Weill – sono i mezzi che giustificano il fine, sapendo che nel modo come si viene al mondo la posta in gioco è molto alta, ne va della nostra civiltà e umanità. Se tutto questo non diventa coscienza e consapevolezza condivisa, prima di tutto tra donne, allora col tempo prevarranno la forza della legge, i divieti, le pene e le punizioni, con le correlative trasgressioni. Ma non è questo che io voglio, né voglio essere complice di quanto sta accadendo.
Franca Fortunato

Politica delle donne. Testi: Riflessioni sulle Cinque Vie a Milano alla ricerca di Nanda Vigo

pubblicato da Donatella Massara il 22 aprile, 2018

Passando davanti alla Statale entro per vedere le installazioni del Fuori salone. Il mio occhio esperto di pratica della differenza mi dice che qui non c’è niente di interessante. Un’installazione promette Il luogo dell’origine confezionato da uno studio di uomini. Alti tubolari con led luminosi accompagnano e chiudono un percorso. Me ne esco confermata della pochezza di un evento a cui non può legarmi che la curiosità. Pochi mobili moderni mi sono piaciuti in vita mia e non spenderei più di 10 euro per comprare una tazza, l’architettura di un edificio sfugge necessariamente al mio senso critico, mi colpiscono solo i luoghi antichi. Ma c’era di peggio in realtà scopro, dal commento di un’amica, che guardando meglio l’installazione offriva il divanetto che rievoca il seno materno dove è anche possibile “ricaricare i devices”. L’amica cinquantenne ci ha visto sarcastica un esempio di milanesità, invece io la chiamerei banalità con un retrogusto di spesso spirito maschile, di cui magari l’architetto non se ne è accorto. Leggo il giorno dopo sul Corriere però che il cuore del Fuori salone è il quartiere delle Cinque vie. Ci vado sabato pomeriggio, la situazione mi piace di più. Ho fatto un primo giro. L’area delle Cinque vie e zone limitrofe sono l’origine di Milano. E’ il cuore della città romana di cui ancora sono conservati i resti. Prende da sempre questo nome perchè in un punto preciso, quello affiancato dal palazzo della vecchia Borsa, c’è l’incontro a raggiera di Via Santa Maria, Via Santa Maria Podone, Via Santa Maria Fulcorina, Via Bocchetto, Via del Bollo. Nel Fuori Salone delle Cinque Vie un posto d’onore fra le decine di esposizioni, vendite, mostre, installazioni lo occupa Nanda Vigo, l’artista designer architetta, nata nel 1936. E così sono tornata stamattina a cercare i luoghi dove promettevano incontri con la sua opera. Ho visto una piccola exibition di opere fatte con il neon, alla vecchia sede del Ferramenta Meazza. Qui a piazza Cardinal Massaia, fino a una decina d’anni fa, c’era un famoso negozio dove Nanda racconta che andava a cercare i pezzi per le sue opere. Era un posto frequentatissimo dai designer. Proseguo nel percorso Vigo. Purtroppo a via santa Marta l’Archvio è chiuso, forse perchè è domenica e così è chiuso il negozio di via Gorani dove, dalla vetrina, ho visto una bellissima esposizione delle sue lampade, triangoli irregolari al neon colorato. E’ per merito di Nanda Vigo, della voglia che avevo di visitare le sue opere che mi sono immersa nella zona delle Cinque Vie. Lei mi piace molto, adoro la sua versatilità. E’ una versatilità che ha anche fatto interpretato su se stessa. Le fotografie, sul suo sito, fanno vedere come non sia mai stata troppo fedele a se stessa, è sempre diversa, nel trucco, nei capelli, negli abiti che seguono una moda rivisitata dalla sua genialità. Grande protagonista degli anni dell’avanguardia del design la vedo ritratta con i coniugi Ponti, con Lucio Fontana, anche con il marito Piero Manzoni, non lo sapevo che fossero stati sposati perchè come dice lei: non mai ha usato il cognome acquisito. La vedo ritratta in una fotografia con Yoko Ono. Le sue opere seguono la sua ispirazione, non uno stile preciso, eppure sono allo stesso tempo molto rigorose, pulite, accennano alla capacità di rigenerarsi, senza ripetizione. Perchè questo lei rimprovera ai giovani artisti di oggi. Dice “Noi” – gli artisti della sua generazione – “non avevamo niente”, non c’erano i critici, non c’erano le gallerie, non c’erano le committenze.“Adesso che hanno tutto” alle opere degli artisti di oggi manca la sostanza, non sappiamo come possano proseguire.

La bellissima cartina mi orienta per questo percorso di vie che per vari anni della mia vita sono state come casa mia. Negli anni ’70 e dopo, c’è stata una vivace polvere di industriosità politica che ha coperto magicamente le più varie esperienze. In questa zona c’era la casa occupata di via Lanzone, già dimora di cardinali, lasciata dalla Chiesa a diroccarsi, c’era la casa occupata di via Morigi altra dimora nobiliare, in disuso, c’erano sparsi per questo intrico di vie appartamenti grandi pieni di stanze, mai ristrutturati, con riscaldamento autonomo, neanche a pensarci sull’uso dell’ascensore. Qui abitavano le e gli studenti fuori sede e ci sono stanze anche per noi milanesi che iniziamo, ventenni, a fare i primi passi verso l’autonomia dalla casa natale. Curioso che quelle di noi che provenivano da famiglie abbienti abitassero in palazzi vicini ben conservati nel loro secolare prestigio: a Palazzo Borromeo, in via Cappuccio, in via Santa Maria Fulcorina o in una più rampante via Sambuco, e comunque sempre a pochi metri dalle abitazioni più povere. Poi tutto è diventato business, speculazione, spinta fare più soldi. Eppure da quegli anni per una contaminazione che non saprei sciogliere nascono anche le sedi politiche femministe, dal 1975 in poi, nello stesso tracciato milanese. La Libreria delle donne ha la prima sede nel 1976 in via Dogana, non tanto distante da qui, perchè percorrendo fino in fondo via Torino o tornando verso il Duomo, prendendo via dei Mercanti ci si inoltra nell’intrico di vie del vero centro storico milanese. In via Via Col di Lana, c’è stata la storica sede del movimento femminista milanese, dal 1976, da qui, attraversata piazza XXIV Maggio, percorso il corso di Porta Ticinese, oltrepassata la Porta Ticinese con le Colonne di San Lorenzo, è facile infilarsi dentro all’area delle Cinque Vie, entrando in via Cesare Correnti dove, di fronte al palazzo che ospitava, nel 1990, la prima sede del Circolo della Rosa, c’è la piccola via del Torchio che porta dentro alle viuzze delle Cinque Vie. I reperti murari di Milano capitale, dal 286 al 402 d.C., dell’Impero romano d’Occidente sono ancora visibili, conservate in mezzo alla città che sale. Puntando dritto attraverso via San Sisto, via santa Marta, poi via san Maurilio arriviamo a Via Gorani, al numero 9 nasce nel 1981, il locale per sole donne Cicip e Cicip tenuto aperto da Daniela Pellegrini e Nadia Riva, con qualche interruzione, per almeno una trentina d’anni. Luogo, direi, che mai è stato chiuso rimanendo la memoria del luogo ben presente. E’ per questo che non nutro alcuna nostalgia dei tempi lontani, essendo che da lì sono state originate le ore migliori della mia esistenza, fino a oggi compreso, per cui rimango in evoluzione permanente, riacchiappata la mia infanzia, sono affiancata da queste presenze che, nella città hanno il loro segno riconoscibile per la geografia dei sentimenti. Mi sento di conseguenza affrancata dalla contingenza e da ciò che per esserci costringe a misurare la materialità dell’essere, perchè so che, viceversa, l’essere smaterializza l’agire in prossimità con le idee, i ricordi, le sensazioni per rimaterializzarsi su quanto avviene. Ci determinano le presenze che nutrono la mia fatica quotidiana in un esercizio, più che di memoria, di vera coniugazione di un’esperienza, anche se avulsa dalle solide mura in cui è stata, in passato, figura del tempo.

E io credo che la sostanza sia anche, in questo caso, quella della storia dei luoghi che substratano gli edifici. Una storia che matura insieme a quello che è possibile portare dentro a questi edifici, dandogli quel coefficiente di valore molto difficile da circoscrivere quando chi riaccoglie i luoghi nella geografia urbana non sa poi rifare il segno di che cosa li ha fatti diventare quello che sono.

Libri, Testi: “Nessuno torna indietro” di Alba De Cespedes romanzo e film

pubblicato da Donatella Massara il 25 marzo, 2018

“Nessuno torna indietro” è il secondo romanzo di Alba De Cespedes. Esce nel 1938, in pochi mesi vende 10.000 copie con varie ristampe. Dal 1939 al 2003 ha avuto 32 traduzioni. Viene osteggiato dal fascismo per il passato antifascista dell’autrice, è proibito ai librai di esporlo nelle vetrine. Ebbe 24 ristampe e alla 17esima il fascismo lo proibì ma continuò a circolare clandestinamente. E’ a tutt’oggi un bellissimo romanzo che racconta i modi di pensare delle ragazze del tempo, mia madre allora aveva 16 anni e studiava in collegio da 6 anni. Le sette protagoniste del romanzo invece hanno dai 20 ai 25 anni, solo Augusta è più anziana, studiano all’università sono ospiti di un pensionato di suore, maggiorenni che nel Collegio Grimaldi hanno molte restrizioni alla libertà. Le vite di queste ragazze vengono raccontate dalla scrittrice con uno sguardo diretto che non indulge in nessun romanticismo e idealizzazione, sono ragazze vere con vite diverse e aspirazioni verosimili, stanno facendo un’esperienza di autonomia da cui non torneranno più indietro. Vogliono laurearsi ma vogliono anche sposarsi, innamorarsi, solo Silvia e Augusta ambiscono una allo studio e l’altra alla scrittura giudicando la vita matrimoniale oppressiva per una donna. Emanuela la più ricca per estrazione sociale ha già avuto una figlia ma la tiene nascosta, va a trovare quando può la sua bambina, in un lussuoso collegio, poi incontra un giovane che vorrebbe sposarsi con lei, non gli dice la verità della sua condizione, se non in prossimità delle nozze e lui la lascia. Anna vuole laurearsi ma anche sogna le sue proprietà e la vita in campagna, tornerà al suo paese dopo la laurea sposandosi con un ritrovato amico di infanzia, Valentina la sua amica del cuore in realtà la invidia e sospira di elevarsi socialmente, sogna ogni notte l’incontro con un principe indiano, Milly è molto malata, suona l’organo, è innamorata di un organista cieco, morirà prima di realizzare il suo sogno d’amore e d’arte, Vinca è una spagnola che insegue l’amore per un suo connazionale, ma questo ripartirà per la Spagna richiamato dalla guerra civile e si sposerà con una ragazza ricca, Xenia non riesce a passare la laurea (a quei tempi era come un esame, e qualcuno la leggeva veramente,) si vergogna di tornare dai genitori che avevano venduto la vigna per mantenerla agli studi e scappa dal collegio, dopo avere rubato un anello di Emanuela, lavorerà come segretaria per diventare poi l’amante di un giovane imprenditore e quando lui finisce in prigione, passa al socio del suo amante, per non rinunciare alla vita agiata, accetta un uomo molto più vecchio di lei che non le suscita alcuna attrazione fisica. Questo intreccio poco sognatore e intraprendente verso le condizioni in cui vivevano le donne e la volontà di spiegare le scelte che potevano fare, è accusato di immoralità dal fascismo. L’anno dopo la pubblicazione del libro, la scrittrice inizia la sceneggiatura del film ispirato al romanzo. Alba de Cespedes vive un adattamento sofferto alla scrittura cinematografica e lo racconterà in un articolo, è, allo stesso tempo, attratta dal vedere le sue personagge e i suoi personaggi diventare reali sullo schermo. Il film sarà cosceneggiato dal regista Alessandro Blasetti e dalla scrittrice, con altri. Blasetti relazionerà al Ministero della cultura le sue intenzioni di trarre dal romanzo un film educativo e morale, uscirà dopo la guerra suscitando una montagna di critiche da parte dei critici e degli intellettuali del tempo. Blasetti stava rimontando la china dopo avere aderito al fascismo e nel film ci sono tutte le grandi attrici dei ‘telefoni bianchi’. A me è abbastanza piaciuto anche solo per il protagonismo femminile che espone e perchè alcune attrici nonostante tutto sono brave come Mariella Lotti, Maria Denis, Elisa Cegani, Valentina Cortese. Però sono i cambiamenti avvenuti sul romanzo che disturbano. Ogni personaggia è stata coscientemente privata delle caratteristiche narrative che potevano andare contro le aspettative di un immaginario convenzionale. Immaginario nel quale per prima cosa deve risaltare la magnanimità maschile, l’eroismo, capace di sfidare anche le norme comuni per amore. Emanuela quindi non viene lasciata dall’aspirante marito perché ha scoperto che ha una figlia ma sfidando tutto lui le si riavvicina. Vinca non è preferita a una più ricca ma il suo compagno muore in battaglia. La moglie del professore di Silvia non lo sta tradendo con un amante per questo tenta il suicidio ma sta male perchè è incinta. Xenia non preferisce gli agi alla coerenza con se stessa ma torna immiserita in carcere a trovare il primo amante. La stessa suor Lorenzina che nel romanzo è bella, ama le sue ragazze ed è poi un poco suonata per il mobbing che le fa la suora che le è sottoposta, nel film è diventata una zitella anche piuttosto imbruttita e bigotta. C’è lo scopo evidente di buttare via tutte le acute novità che la scrittrice aveva creato per le sue ragazze e con cui le accompagnava nel mondo per radunarle intorno a un plot melodrammatico, prevedibile che le priva di qualsiasi spinta di autonoma concezione della propria vita. lo scopo evidente di buttare via tutte le acute novità che la scrittrice aveva creato per le sue ragazze e con cui le accompagnava nel mondo per radunarle intorno a un plot melodrammatico, prevedibile che le priva di qualsiasi spinta di autonoma concezione della propria vita. Forse il cambiamento più significativo è avere espulso addirittura una delle sette ragazze, protagoniste: Augusta, la più selvaggiamente femminista. E’ una figura che oggi è decisamente lesbica. La scrittrice interrogata a proposito disse che non aveva voluto coscientemente descrivere un’omosessuale ma che se qualcuna ce l’avesse vista sarebbe stata un’identità pertinente. Lucia Cardone, studiosa di cinema, di scrittura femminile e di interpretazione delle figure femminili nell’immaginario, ha analizzato “la siderale distanza fra la pagina e lo schermo” in un saggio molto bello: “Pelle e pellicola. La scrittura femminile e lo sguardo in “”Nessuno torna indietro” di Alba De Cespedes e Alessandro Blasetti”. Il saggio sta nel volume Saverio Chemotti (a cura di), “Le graphie della cicogna. La scrittura come ri-velazione” Atti del convegno tenuto a Padova 11.13 novembre 2010, edizione Il Poligrafo, 2012. Il saggio di Lucia Cardone è stato messo in rete e leggibile per chiunque.

Libri, Recensioni: Ramona Caligiuri, “Dentro te, un mondo meraviglioso” Erache, 2018

pubblicato da Donatella Massara il 24 marzo, 2018

RECENSIONE DI FRANCA FORTUNATO PUBBLICATA IL 20.03.2018 SU SPETTACOLIAMO.IT
DENTRO TE, UN MONDO MERAVIGLIOSO
“SII fedele a te stessa e fa di tutto per non tradirti mai” è l’incipit con cui inizia quella che è una lunga lettera di una madre alla propria figlia , divenuta un libro, profondo e intenso, dal titolo “Dentro te, un mondo meraviglioso” di Ramona Caligiuri, giovane donna catanzarese, residente a Reggio Calabria, al suo esordio letterario. La relazione madre figlia è fondante del senso di sé per ogni donna, è la prima relazione che dà senso, nel bene e nel male, all’essere donna e l’autrice questo lo comprende stando accanto alla sua bambina, che giorno dopo giorno cresce sotto il suo sguardo amorevole e l’accompagna nella crescita ascoltando la bambina che è stata e la donna che è diventata, per dare a sua figlia quello che lei non ha avuto da piccola, il bene più prezioso per una donna, la propria libertà, l’amore per se stessa, la fedeltà a se stessa perché “solo allora potrai dire di aver vissuto la tua vita, la tua e non quella di un’altra”. La storia di ogni donna ha inizio nella relazione con la/nostra madre, la donna che ci ha dato la vita e la parola introducendoci nel mondo. E’ quello che l’autrice fa con sua figlia sin dal momento in cui sente dentro di sé quei “due corpi in uno”e riconosce e si riconoscere nella sua bambina, in quanto dello stesso sesso. La donna, la madre che ha dato la vita alla sua creatura, viene da questa rimessa al mondo perché è nella relazione con lei che trova la forza e il coraggio di guardare dentro di sé, dentro il suo mondo interiore, “quello più nascosto, ignorato e messo a tacere per troppo tempo” e capire la sua storia di donna per poter ricominciare a vivere . “Ho iniziato a capire la mia storia osservando te”. E così lo sguardo libero della madre – che l’autrice non ha sentito su di sé crescendo, lasciandole dentro un grande vuoto – va dalla “mia bambina” all’ “Iobambina”, per accarezzare, consolare, curare le ferite di quella creatura di dieci anni “silenziata”, “violata”, “umiliata”, sola ed isolata, che per sopravvivere e non impazzire si era rinchiusa nei libri e nello studio e si era creata un mondo tutto suo, dove stare bene con il suo amico immaginario Toby, fino a quando la madre “l’ha fatto scappare per sempre”. E’ la vita di una donna, vissuta e cresciuta nella convinzione di essere “sbagliata” perché diversa da come gli altri la volevano, che ha rinunciato a se stessa per essere accettata, prima di tutto da sua madre, e che, lasciata sola, ha finito – come ogni altra donna – col perdere se stessa, col perdersi in un mondo che nega la libertà ad una donna. La presa di coscienza, anche se dolorosa – come mostra l’autrice e il femminismo – è la strada obbligata per ogni donna in ogni età per una “rinascita”, per riappropriarsi di sé e della propria vita. Quell’ Iobambina , guardata con “assoluta dolcezza”, nella sua riconosciuta “singolarità e unicità irripetibile” di donna, oggi, può “finalmente mettere le ali e spiccare il volo” con tutto il mondo meraviglioso che si porta dentro. Per andare dove?L’autrice risponde verso la vita. Chi l’accompagnerà per evitare di perdersi di nuovo? Chi le insegnerà a perdonare sua madre come ha perdonato se stessa? Un libro, una lunga lettera di una madre alla figlia scritta bene,che coinvolge ed emoziona, perché è scritta col sangue di una donna sulla carne del suo corpo.
“Dentro te, un mondo meraviglioso” di Ramona Caligiuri ed. Erache pgg. 83 € 11,00

Libri, Recensioni: Else Jerusalem, “Liberazione”, Via del Vento, 2017

pubblicato da Donatella Massara il 19 gennaio, 2018

Nel 1908 Vienna è al massimo della sua effervescenza, la creatività artistica espone i grandi talenti conosciuti come Schiele, Klimt l’architettura moderna nasce con Loos e Freud sta aprendo la sua clinica per la cura delle nevrosi con la talking cure. Non mancano anche i talenti letterari come Schnitzler, Roth, Musil e Kraus. Sono riuniti nel gruppo d’avanguardia Jung-Wien. Eppure pochissime conoscono una scrittrice veramente interessante che al gruppo partecipava : Else Jerusalem scoperta guardando una trasmissione televisiva su Vienna e il 1908. È in questo anno che la scrittrice pubblica “Der heilige Sckarabaeus” “Lo scarabeo sacro”. Nel romanzo Else femminista anarchica racconta la vita di un bordello. Sbeffeggia gli uomini che la frequentano e va a vedere da vicino la doppia morale che tiene insieme una società sull’orlo della catastrofe. Su 1 milione e settecentomila viennesi c’erano 50.000 prostitute. Il libro ha 40 ristampe offre la sceneggiatura per un film tedesco e viene poi bruciato con altri libri ‘degenerati’ dai nazisti. Mai tradotto in italiano questo romanzo abbastanza straordinario divise i giudizi del tempo. Introvabile la sua edizione americana “The red house”. La casa editrice Via del vento di Pistoia ha pubblicato di Else i racconti precedenti al romanzo. Sono tre contenuti nel libro “Liberazione” tradotti e curati da Claudia Ciardi, testimoniano l’interesse di Else per il mondo femminile e l’occhio affatto benevolo con cui guardava al sesso maschile descritto come misogino, volgare e vanesio. Oppure come nel primo racconto inneggiante al principio del piacere, il pittore moribondo “onesto pagano”, spinge la suora che lo assiste a togliersi il velo per dedicarsi alla vita dei campi e ad adottare un orfano a cui darà il suo nome. La suora che aveva ucciso un figlio per il disagio economico in cui viveva rinuncia alla vita da penitente religiosa e inizia una nuova vita. Scrittrice di grande interesse meriterebbe altre traduzioni.

Prefazione di Luciana Tavernini Anna Paola Moretti, “Considerate che avevo quindici anni”. Il diario di prigionia di Magda Minciotti tra Resistenza e deportazione, Collana di ricerche storiche dell’Istituto Storia Marche, Edizioni affinità elettive, Ancona 2017.

pubblicato da Donatella Massara il 29 ottobre, 2017

È stata una sorprendente scoperta leggere il diario di Magda Minciotti, la scrittura di una ragazza che illumina l’esperienza della deportazione per lavoro coatto e nello stesso tempo le forme di resilienza femminile a situazioni di sradicamento.
Un documento rarissimo dove lo scrivere, per quasi un anno tra il 1944 e il 1945, su minuscoli blocchetti di ricevute diventa un esempio di come fare di necessità libertà. Magda sa che le parole possono salvarci perché riescono a mostrare una narrazione della realtà in cui abbia esistenza anche ciò che per noi ha valore, qualcosa che ci guidi nell’agire in situazioni terribili e tra persone che vorrebbero annientare la nostra umanità. Non si tratta di sovrapporre fantasie ma di salvaguardare dentro di sé la propria forza e di saperla giocare nei rapporti con gli altri esseri umani, anche quelli che ci fanno del male.
Così, leggendo le sue parole, capiamo come l’amore di e per sua madre sia una costante guida e un conforto, e come il pensiero della nonna e delle amiche costituisca un mondo femminile di riferimento che le permette di aprirsi a nuove e variegate relazioni, sapendo giudicare ma anche affidarsi.
Vediamo che la cura del proprio corpo è intrinsecamente legata al rispetto di sé, al darsi valore e a valorizzare chi le è vicino, e come la bellezza possa improvvisamente apparire o farsi udire nei luoghi più deprivati e dare gioia.
Partecipiamo ai momenti di paura e abbattimento di cui il diario diviene confidente segreto perché un modo di resistere è anche mantenere allo sguardo altrui un’immagine di intangibilità.
Seguiamo con apprensione il viaggio della deportazione, la vita schiavile nelle fabbriche e la coabitazione negli alloggiamenti comuni, la sopravvivenza sotto i bombardamenti e il dolore per il distacco e poi la morte del fratello deportato con lei.
Scopriamo il punto di vista di una giovane donna, cosa vede, cosa prova, come agisce e interagisce, come costruisce la sua soggettività in una storia che coinvolge tante altre persone e istituzioni.
Ho accennato solo ad alcuni elementi di questa narrazione ricchissima a cui il lavoro di ricerca empatica e allo stesso tempo rigorosa della storica Anna Paola Moretti ha dato un ampio respiro.
Nel libro il diario dialoga con documenti familiari, fotografie, memorie coeve, incontri con testimoni, visite a luoghi dove si è radicata la memoria, oltre che con molti studi storiografici anche recentissimi. Il racconto si spinge indietro nel tempo per ricostruire la biografia di Magda e il contesto della sua storia singolare, creando quasi un romanzo di formazione di un’adolescente cresciuta in una famiglia mazziniana, che crede nel valore della solidarietà e della cultura per uomini e donne e agisce in prima persona nella Resistenza e nella lotta contro fascisti e nazisti. Quindi prosegue accompagnando Magda prigioniera delle SS con testimonianze sul viaggio di deportazione e sul lavoro coatto in Germania. Va oltre descrivendo la situazione del Dopoguerra in Italia dove la rimozione collettiva costringe al silenzio ma spinge anche a una salvaguardia personale della memoria, di cui la storiografia più avveduta ha colto la necessità politica.
Il libro ci offre una visione non semplificatoria (non tace sui conflitti interpretativi né sulle cancellazioni) soprattutto degli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso in Italia e Germania, un periodo storico attraversato da eventi drammatici e grandi cambiamenti, sapendo mostrarci la capacità originale di azione femminile intrecciata a quella maschile.
È affascinante seguire le modalità innovative della ricerca storica, messa a punto da Anna Paola Moretti, che dal “cerchio di fiducia”, attraverso cui ha conosciuto l’inedito documento, ha potuto, e noi con lei, seguire la protagonista nei suoi spostamenti, intrecciando relazioni con chi si sta muovendo per una storia dove il modo di agire femminile abbia rappresentazione non omologata a quella maschile, grazie anche alla capacità della storica stessa di mettere in gioco la propria soggettività.
Un percorso storiografico di cui l’autrice dà conto nella preziosa introduzione. Assistiamo allo svelamento di una storia a lungo rimossa perché, come molte e molti deportati segnaleranno, prevaleva il desiderio di dimenticare nello slancio della ricostruzione; perché il contributo femminile alla Resistenza, vista soprattutto come un fatto militare, è stato letto come ancillare e non strutturale, con l’idea di far ritornare le donne a ruoli tradizionali; perché la memoria storica venne legata alla forma partito, creando spesso veri e propri “feudi interpretativi”. Una storia che, messa in luce, ci permette di cogliere quanto ancor oggi il “libero” spostamento di migranti e profughe/i sia di fatto coatto e possiamo vedere lo stretto legame tra uno sviluppo di tipo capitalistico e una manodopera precaria e asservita, come accadde per Magda con il reclutamento quale “libera lavoratrice” da parte di dirigenti della Siemens di Norimberga.
Anna Paola Moretti ci sorprende per il suo sguardo libero e per la sua erudita conoscenza (basta vedere l’accuratezza delle note) che le permettono di rendere vivo il soggetto della sua ricerca, lasciandone risuonare la voce, invece di proporre un’immagine agiografica o operare illusorie proiezioni, e inoltre di trovare nessi inediti che illuminano il presente senza sovrapporlo al passato. Riesce così a prendere autorevolmente le distanze da interpretazioni convenzionali, a volte riduttive se non cieche.
Ci troviamo di fronte a un libro-scrigno dalle molte sfaccettature che, grazie anche all’accurata, limpida e avvincente scrittura, alla struttura che si apre di volta in volta su nuovi aspetti della realtà, costituisce non solo una lettura intensa e preziosa per le persone adulte e per quelle esperte della materia ma soprattutto per le giovani e i giovani che vi possono trovare spunti di riflessione e di confronto tra passato e presente, suggerimenti per aumentare il proprio coraggio, le propria capacità di relazione e di azione.

Cinema, Recensioni, “Strange colors” di Alena Lodkina

pubblicato da Donatella Massara il 7 settembre, 2017

“Strange colors” della regista australiana Alena Lodkina di anni 28 è stat presentato alla 74a Mostra del cinema di Venezia alla sezione Orizzonti. Milena è figlia di Max, uno degli strani tipi, tutti maschi che hanno preso la via dell’outback, del mettersi fuori dalla vita normale tornando indietro a un sistema di vita rurale. Max come altri ha la concessione di una miniera di pietre naturali, come gli opali dagli strani colori. Milena studentessa di psicologia va a trovare il padre che l’ha chiamata perché gravemente ricoverato in ospedale. Milena è imbarazzata davanti a questo padre che è un colosso con i capelli che gli arrivano a metà schiena, gli avambracci tatuati e gli occhi azzurrissimi che la scrutano per dirle che si vede quanto sia a disagio nel parlare con lui. Raggiunge la concessione e va a installarsi nella costruzione di legno dove vive il padre, un accampamento dove tutto è quasi all’aperto: doccia, cucina, letto per dormire, appena coperti da un tetto. Siamo in Australia gli spazi sono immensi, gli abitanti pochi e in questa porzione di terra, sono tutti uomini, anziani, che bevono volentieri birra come fosse acqua, hanno le facce cotte dal sole, portano i capelli lunghi e dicono che chi arriva là non se ne va più perché ci sta troppo bene. Milena fa amicizia con questi vecchi amici del padre, gioca a biliardo, ride, beve con loro, va visitare la miniera e scopre che un pitone è un animale inoffensivo. Intanto il padre si autodimette dall’ospedale e ritorna alla miniera. Si sta affezionando di nuovo alla figlia che non vedeva da anni, e lei gli dice che vuole imparare “a non avere più paura di lui”, ma dopo poco Milena gli comunica che se ne andrà il giorno dopo. Lui si arrabbia e le fa vedere che conserva in un vasetto ” il suo sudicio fucking dentino da latte”, prende il suo camion e se ne va alla miniera. Milena lo raggiunge perché sente che è in pericolo, lo ritrova in fondo a un cunicolo che respira a stento. Riesce a riportarlo nel suo letto. E il film si chiude qui. Uno strano film sulla relazione fra un padre e una figlia girato ai limiti della civiltà, a contatto con una natura pacata, immobile, più che ostile. Un film di una giovane donna che riesce a sfiorare il senso di questa relazione su cui di solito i film raccontano molte bugie.

Cinema, Recensioni,”Les Bienheureux” di Sofja Djalma

pubblicato da Donatella Massara il 7 settembre, 2017

“Les Bienheureux” di Sofja Djalma è il film di produzione franco-belga, esordio alla regia del lungometraggio di questa giovane regista algerina, presentato alla Mostra del cinema di Venezia per la sezione Orizzonti. E’ un film che racconta la realtà algerina del 2008 alla fine di vent’anni di guerra civile: di morti sgozzati, donne stuprate, carneficine. Ancora rimane nell’aria, la paura, il segno del passato, la sfida al fanatismo. Una bella personaggia è Felel, la giovane che vive con il padre e il fratello, decisa, incurante di quello che pensano di lei, ha un’amarezza d’approccio agli altri ironica e sprezzante, unita alla voglia di ridere. Solo alla fine del film sappiamo che sua madre è stata costretta al suicidio per tutto quello che ha subito. Felel ha una gigantesca cicatrice sul collo che nasconde con un foulard, ma non sappiamo che cosa le sia successo. Molti sono i non detti di questo film ma molte sono le scene dove gli scontri fra le persone, le situazioni che accadono, le parole dette indicano l’oppressione incombente. Tutto all’improvviso può cambiare e l’ago della bilancia spostarsi verso il terrore se un poliziotto più osservante degli altri decide che una donna sola in auto di notte può essere messa in galera per guida in stato d’ebbrezza. Felel è una giovane donna che afferma la sua libertà, passando attraverso il dolore. La sua ferita è quella del lutto subito, di una giovinezza che è già stata offesa ma che continua a affermare la sua vitalità, una libertà di vivere che è una sfida alle pretese degli uomini di mettere le donne al loro posto e azzittirle. Un bel film che ha avuto ottime recensioni, che fa entrare dentro a una realtà socio politica difficile, in una città ampiamente ripresa, Algeri, di cui non riusciamo a vedere niente di bello, se non l’amore con cui i suoi abitanti ci vivono, e ci restano e resistono perché andarsene vuol dire essere considerati dei vigliacchi.