Politica delle donne, Testi: “Omaggio a Lina Merlin” di Franca Fortunato (Città Vicine)

pubblicato da Donatella Massara il 10 marzo, 2019

ARTICOLO DI FRANCA FORTUNATO PUBBLICATO SUL QUOTIDIANO DEL SUD IL 09.03.2019

OMAGGIO A LINA MERLIN

IN OCCASIONE dell’ 8 Marzo, Giornata Internazionale delle donne, voglio rendere omaggio a una grande donna, il cui nome in questi ultimi mesi è tornato ad essere pronunciato con insistenza da chi vorrebbe cancellare la legge che porta il suo nome, Lina Merlin, la donna a cui si deve il coraggio, la forza, la determinazione e la consapevolezza di fare la cosa giusta, nel portare avanti per dieci anni, in Parlamento e fuori, la battaglia per la chiusura delle “case chiuse”, luoghi di istituzionalizzazione dello sfruttamento, della violenza, dello stupro seriale a pagamento, della miseria della sessualità maschile ridotta a “sfogo”. Di tutto questo tantissimi uomini non  hanno alcuna consapevolezza, come dimostra anche il libro di Antonio Iannicelli sulle “case chiuse” a Catanzaro, “Curiosità erotiche e salute pubblica in Calabria”, dove ci si compiace di una immagine maschile della prostituzione e delle “case chiuse” soddisfacente, gradevole e piacevole solo per loro stessi, coprendo, così, con la complicità di una cattiva morale, una cattiva letteratura di autori calabresi e un linguaggio incivile , la verità sulla prostituzione, sulle “case chiuse”, sugli uomini che le frequentavano a pagamento. Uomini che sicuramente allora, come tantissimi altri, hanno osteggiato Lina Merlin e che oggi da vecchi guardano a quelle case con nostalgia, come luoghi di “piacere erotico” e di “libertà sessuale”, mostrando di non aver la minima consapevolezza del degrado della loro sessualità e del male fatto a tanta umanità femminile, su cui hanno rigettato la vergogna e lo stigma sociale della prostituta. Uomini che – come ebbe a dire la Merlin – andavano a messa la domenica e al bordello il lunedì, con indosso lo stesso cappotto “buono”. Nascondere oggi la verità sulla prostituzione e sulle “case chiuse”, di oggi e di ieri, non è più possibile né consentito. La verità è stata detta e da qui non si torna indietro. Una verità che Lina Merlin, la socialista che da maestra elementare si rifiutò di giurare fedeltà al regime fascista, che conobbe le patrie galere e partecipò alla lotta partigiana, aveva già capito allora. Ieri, a dire la verità sulle “case chiuse” e sulla prostituzione sono state le donne prostituite, come si può leggere nelle centinaia di lettere che scrissero alla Merlin, per incitarla ad andare avanti, a non dare ascolto agli uomini e alle tenutarie che della violenza sul corpo delle donne ne avevano fatto un business, come oggi l’industria del sesso. Alcune di quelle lettere la Merlin le pubblicò nel 1955, “Cara senatrice Merlin. Lettere dalle case chiuse”, ripubblicate nel 2008 e nel 2018 dal Gruppo Abele. Fu una mossa, la sua, geniale, perché quelle lettere scossero l’opinione pubblica e accelerarono l’approvazione della legge in Parlamento (20 febbraio 1958).  Oggi nel mondo, compresa l’Italia, è aperto un grande conflitto tra donne e uomini, e anche con alcune donne che chiedono il riconoscimento della prostituzione come un lavoro, che lo Stato dovrebbe tutelare. Lina Merlin già negli anni Cinquanta aveva capito la verità sulla prostituzione, era convinta che non fosse un lavoro – il “lavoro più antico del mondo” come amano ripetere ancora oggi tanti uomini per nascondere, consapevolmente o meno, la verità – e sognava il giorno in cui la prostituzione sarebbe stata eliminata. Quel giorno è arrivato, è qui, è il nostro tempo, grazie ad altre donne coraggiose come Rachel Moran che con il suo libro “Stupro a pagamento – La verità sulla prostituzione” ha trovato dentro di sé, scavando dolorosamente nella sua esperienza di ex prostituita, le parole giuste per dire quello che, nelle lettere alla Merlin, altre non avevano saputo dire. Quando la verità detta da una donna risuona come tale dentro altre che l’ascoltano e le credono, allora accade che il vecchio è finito ed è iniziata qualcosa di nuovo, il che non è detto che avvenga in modo indolore. È quello che è accaduto e accade con la fine del patriarcato, quando le donne non hanno dato più credito ad esso e gli uomini, incapaci di rapportarsi alla libertà femminile, le uccidono. È accaduto con il movimento #MoToo quando le donne hanno detto basta alle molestie sul posto di lavoro, sta accadendo con la prostituzione dopo la verità detta da Rachel Moran e da altre donne come Julie Bindel, con il suo libro “Il mito Pretty Woman. Come la lobby dell’industria del sesso ci spaccia la prostituzione”, dove demolisce il mito della “prostituta felice”. Indietro non si torna anche se al governo ci sono uomini misogini come Matteo Salvini, Lorenzo Fontana e al Senato come Simone Pillon, che pensano di avere il potere di riportare indietro l’orologio della storia delle donne a quando l’aborto era un reato, il divorzio era vietato e le case chiuse erano aperte. È di qualche giorno fa la sentenza con cui la Corte Costituzionale ha ribadito la costituzionalità della legge Merlin contro chi ne chiedeva la cancellazione. Quest’anno saranno quarant’anni dalla morte di Lina Merlin, morta all’età di 92 anni il 16 agosto 1979. Una grande donna, una madre della Costituzione italiana, una donna che amava le altre donne, e che non esitò nel 1961 da parlamentare, per restare fedeltà a se stessa e alla sua storia, a restituire la tessera al suo partito, dove era diventata sempre meno gradita e lei ci stava sempre più scomoda. Nel suo discorso di saluto disse di non dissociarsi dalle idee socialiste che ispirano il Partito ma dagli uomini che lo compongono. Rimase in Parlamento, passando al gruppo misto, fino alla fine della legislatura (1963), per essere fedele a coloro che l’avevano eletta. Non si ricandidò mai più. Lei è morta, ma vive nella coscienza di tante donne e nelle battaglie di donne come Rachel Moran e Jiulie Bindel, entrambe in Italia in questi giorni per presentare i loro libri in molti luoghi di donne e portare la loro lotta contro la prostituzione e l’industria del sesso.

 

 

Politica delle donne, Testi, “La libertà femminile nella scrittura” di Franca Fortunato (Città Vicine)

pubblicato da Donatella Massara il 6 marzo, 2019


ARTICOLO DI FRANCA FORTUNATO PUBBLICATO SUL QUOTIDIANO DEL SUD IL 05.03.2019

LA LIBERTA’ FEMMINILE NELLA SCRITTURA

“SCRIVERE con l’inchiostro bianco” è l’ultimo libro della scrittrice di origine siciliana, Maria Rosa Cutrufelli, ospite, insieme alla giornalista – scrittrice Annarosa Macrì, venerdì 1 marzo,                          ad un incontro con alcune scrittrici calabresi – Eliana Iorfida, Daniela Rabia, Giusy Staropoli Calafati, Giulia De Sensi, Marilia Ciconte, Nuccia Benvenuto, Daniela Lucia – , tenuto nel magnifico complesso San Domenico di Lamezia. La lodevole iniziativa, a cui ho partecipato insieme ad altre, che ha visto la presenza di qualche uomo e tante donne accomunate dall’amore per la lettura e la scrittura, è stata organizzata da Daniela Grandinetti, scrittrice, e Annamaria Persico giornalista e direttora di Reportage, giornale on line, insieme al Circolo dei lettori e delle lettrici Librellula in collaborazione con il Sistema Bibliotecario lametino e il Chiostro Caffè letterario. Un incontro “storico” l’ha definito la Macrì, perché “una cosa così in Calabria non si era mai fatta. Resterà negli annali culturali di questa regione”. Scrittrici calabresi giovani, talentuose, piene di entusiasmo, a cui il libro della Cutrufelli indica, a partire da sé, la strada per chi voglia arrivare a scrivere in fedeltà a se stessa e al proprio essere donna. Un saggio in cui l’autrice ripercorre la sua esperienza di donna che scrive romanzi e che negli anni si è affermata come una delle scrittrici più importanti nel mondo letterario. L’amore per la lettura e la scrittura fa parte della storia delle donne ed oggi, a differenza di ieri, di solo vent’anni fa, le donne pubblicano tanto, partecipano vittoriose a importanti premi letterari, tante sono recensite, più degli uomini, ma resta comunque un pregiudizio sui loro libri, è come se dovessero sempre dimostrare di essere all’altezza, di essere cresciute. I libri delle donne vengono recensiti soprattutto da altre donne, e “molte recensore preferiscono recensire uomini anziché donne, perché questo è come se fosse un di più, un punto in più nella carriera”. Convinzioni da emancipate in carriera! E se è vero, che la “tradizione letteraria” l’hanno scritta gli uomini, cancellando le donne, è anche vero che esiste una genealogia femminile di scrittrici – sconosciuta alle più – da cui ogni donna può attingere e imparare a scrivere narrativa, restando fedele a se stessa, mentre ancora molte sono le scrittrici, anche calabresi, che preferiscono rifarsi e affidarsi all’autorità di scrittori. Sta qui gran parte della forza della tradizione letteraria maschile, che si presenta come unica, neutra e universale. Gli uomini si sostengono a vicenda, si riconoscono e si danno autorità letteraria. E le donne? Sono molte in questa regione, e non solo, quelle che sostengono gli uomini, gli scrittori, nutrendo il loro narcisismo, supponenza e autoreferenzialità, come hanno dimostrato alcuni di loro, di cui ha parlato Annamaria Persico, in occasione del Salone del libro di Torino che hanno trovato “normale” che a rappresentare la Calabria letteraria fossero solo uomini, cancellando così le tante donne, giovani e no, che in questa terra si cimentano nella narrativa. Fare le vittime non serve, non paga, ma fare circolare autorità femminile, facendo riferimento l’una all’altra e alle grandi madri della letteratura e della narrativa, del passato e del presente, come Maria Rosa Cutrufelli insegna nel suo libro, questo sì che crea forza e libertà femminile, che non ha alcun bisogno del riconoscimento maschile. Dove siamo oggi? Dove ci collochiamo? Con quale libertà scriviamo? Sono domande che le donne che vogliono scrivere in fedeltà a se stesse si devono porre, come ha ripetuto nell’incontro la Cutrufelli. “Siamo diventate soggetto di scrittura, non siamo più muse ispiratrici, l’oggetto della scrittura maschile. Questa liberazione c’è stata”. Una liberazione che a lei e a tante donne è venuta con la presa di coscienza femminista degli anni ’70. Da lì è iniziato un percorso, che lei racconta nel libro, partendo da sé, per cercare e trovare nella scrittura “una propria voce” che non fosse la ripetizione di quella degli uomini, una voce libera, “originale” nel senso di un ritorno alle “origini”, che per ogni donna è la relazione con la madre, reale o simbolica, rappresentata nel libro dal mito di Demetra e Core, la coppia madre figlia sulla cui rottura gli uomini hanno costruito la loro civiltà, la loro cultura, la loro tradizione letteraria, da cui le donne sono state prima escluse ed oggi incluse, ponendo se stessi come unico metro di misura per una donna che vuole scrivere. Scrivere con voce libera – come ha ripetuto la Cutrufelli – significa diventare soggetto della propria immaginazione, il che è un’impresa non facile, perché “le voci maschili”, che ti vogliono insegnare come devi scrivere, sono un coro potente, la loro tradizione letteraria, con il suo immaginario, è un coro potente. Sottrarsi a quel coro, liberarsi dalla colonizzazione culturale dell’altro, dall’immaginario maschile, è passo decisivo per una scrittura libera, su cui, come donne “non ci siamo interrogate abbastanza”, in Calabria mai. Interrogarsi sulla libertà con cui scriviamo, cercare una nuova strada nel romanzo, come in ogni altro campo, è cruciale per ogni donna che ambisce a diventare veramente soggetto della propria scrittura. È quello che hanno fatto le grandi scrittrici. L’importante, come ha ripetuto la Cutrufelli, non è tanto scrivere libri e farli pubblicare – magari a pagamento, il che è poco professionale – quanto interrogarsi sulla libertà con cui scriviamo, e a quale immaginario facciamo riferimento quando scriviamo. Di questa libertà fa parte il linguaggio che non è mai neutro- come invece insegna la tradizione linguistica, scritta dagli uomini, dove il maschile si è elevato ad universale – neutro, cancellando la differenza femminile – ma è sempre incarnato in un corpo di donna o di uomo. La sessuazione del linguaggio da parte delle donne – come ci siamo autorizzate a fare molte di noi a partire dalla fine degli anni ’80 del Novecento – richiede un’assunzione consapevole della propria differenza e un darsi e dare all’altra l’autorità per significare quel “Io sono una donna” da cui si è partite, nel farsi soggetto di parola, pensiero e scrittura. È dalla libertà femminile nella scrittura, non solo in letteratura, che può scaturire un nuovo modo di guardare, raccontare, narrare la Calabria, fuori dalla complementarietà alla narrazione degli uomini, che hanno un loro schema narrativo ben consolidato. Libertà nella scrittura, è la questione da cui è partito l’incontro, questione poco indagata e poco interrogata anche lì. Alle donne che hanno organizzato l’incontro va il mio ringraziamento per aver creato l’opportunità di porre tra noi, per la prima volta, tale questione, che vale per chiunque di noi voglia scrivere, e mi auguro che possiamo riprenderla in altri incontri, in altre città, anche per moltiplicare, rafforzare e non disperdere quello che abbiamo iniziato a Lamezia.

Cinema Recensioni Politica delle donne: “WIFE – Vivere nell’ombra”

pubblicato da Donatella Massara il 6 febbraio, 2019

“WIFE. Vivere nell’ombra” è il film uscito nel 2107, nell’ottobre 2018, per la distribuzione italiana, è diretto da Bjorn Runge, un regista svedese, ma è interpretato da Glenn Close, sceneggiato da Jane Anderson che ha elaborato il romanzo di Meg Wolitzer statunitense, (1958) figlia della scrittrice Hilama Wolitzer. La sceneggiatrice  ha poi riscritto il suo testo teatrale “The Mother of the Maid” (La madre della serva) del 2013, dove racconta la storia e la relazione fra Isabella e sua figlia adolescente che è Giovanna d’Arco, debuttando nel 2018 con protagonista Glenn Close. Jane Anderson è sposata con una compagna. “Wife” è dunque un film diretto da un regista ma con una presenza femminile così protagonista alla quale possiamo dire che lui ha reso un buon servizio. Il romanzo è stato pubblicato in traduzione italiana da Garzanti nel 2018 con lo stesso titolo del film ed era uscito in lingua originale nel 2003. La storia di “Wife” è piuttosto nota. Joan è la moglie di uno scrittore che ha vinto il premio Nobel. Il film parte dall’annuncio del ricevuto premio per spostarsi quasi subito a Stoccolma dove sono ambientate quasi tutte le scene del prima e dopo la cerimonia della premiazione, fino a quando lui muore e lei ritorna in USA con il figlio. La vera scrittrice è lei ma per comune decisione, in tutti questi anni, la coppia aveva deciso che lei sarebbe stata il ghost writer e  lui pubblicamente lo scrittore. Lei in trent’anni ha passato otto ore al giorno a scrivere, lui, scrittore poco riuscito, già professore di letteratura a Yale, si è speso a cornificarla, creandole occasioni di narrazione, e tutto quello che faceva erano le revisioni. Il motivo per cui lei gli ha ceduto così in fretta l’identità pubblica è che, dopo i primi tentativi di scrivere, era stata avvertita da una scrittrice che i suoi libri come donna sarebbero stati meno letti che se fosse stata un uomo. La sua passione di scrivere (perchè chi scrive non lo fa mai per pubblicare) e anche i successi e i guadagni che incassano insieme hanno mantenuto il patto attivo per trentanni, fino a che davanti al Premio Nobel, lei non regge più e decide di lasciarlo. Ancora una volta lui, vecchio e malato, si era fatto distrarre da una bella fotografa con 50 anni meno di lui. Non è successo nulla fra i due ma a Joan è bastato il sospetto. C’è qualcosa che va molto oltre la gelosia. Il film quindi si gioca su questi passaggi psicologici, sulla verità nascosta, che chi guarda conosce, ma su cui continua a dubitare, sui doppi ruoli, su come le cose spesso non sono come sembrano ma guardando più da vicino, oltre le convenzioni, possono essere anche viste per come sono. Un film giocato quindi prima di tutto sulla grandezza della recitazione della protagonista, di Glenn Close, già nominata per numerosi premi, fra cui l’Oscar, e, anche della sua spalla, l’inglese Jonathan Pryce. Lui è un marito superficiale che continua mangiare e sfodera vecchie battute che solo l’aura che alita intorno a chiunque sia nato per destino con i cromosomi XY e si autodefinisca di successo può rendere credibile. C’è poi l’abilità di chi ha romanzato la trama, la scrittrice, e poi di chi, partendo da lì,  ha sceneggiato il film. Il regista è riuscito a giocare sulle riprese, distribuendole fra chi è il protagonista di facciata e chi questa facciata la costruisce veramente nell’ombra. Per tutto il film siamo tenuti sulle porte della verità che la coppia custodisce. Fino a che c’è l’esplosione e la copertura va in mille pezzi. Quando lui fa i consueti ringraziamenti alla moglie, definita “la sua coscienza” lei inizia a chiudere il patto. Glielo aveva detto “non ringraziarmi pubblicamente, almeno non farmi passare come la povera moglie che sta umilmente al tuo fianco”. Ma lui non può non fregiarsi di questa possibilità, non può non stare nelle convenzioni. E’ una vanità a cui non può rinunciare. Perché lui ci crede che senza di lui lei non avrebbe trovato di che scrivere. E’ l’estrema presunzione maschile di chi pensa che la propria vita ‘forte’ ispiri chi scrive. Come se non vivessero, tutte e tutti, quelle e quelli che non sono morti. Ma tradurre in parole ‘la vita’ è una grande fatica, e ancora più faticoso è uscire dal piacere di scrivere per farsi pubblicare e al sommo della scala delle difficoltà c’è accettare che non tutte e non tutti siamo dotati della stessa intelligenza, sensibilità e degli stessi poteri davanti ai soldi, ai premi, alle edizioni. 

Il film racconta una storia che può sembrare, oggi, inverosimile. Un altro film “Big Eyes” di Tim Burton descrive invece la vera storia di Margaret Keane, che negli anni ’50 dipingeva i quadri dei bambini con gli occhi grandi che erano attribuiti al marito Walter. Nel 1958 Margareth raccontò la verità, i due ex coniugi finirono a processo perché lui non voleva riconoscerla e non voleva darle i soldi incassati. Alla fine la pittrice ebbe ragione sulle pretese dell’ex marito. 

Politica delle donne, Testi: Fare comunità, ‘storia vivente’, “La spirale del tempo”: un dibattito

pubblicato da Donatella Massara il 2 febbraio, 2019

 

Dopo la recensione al libro della Comunità di storia vivente, “La spirale del tempo” qui pubblicata aggiungo alcune considerazioni alla luce delle osservazioni suscitate, in questi giorni, dalla mia recensione. La prima è stata quella di Daniela Pellegrini, femminista storica che ha ricordato, in risposta alla mia recensione al libro sulla storia vivente, che l’autocoscienza, secondo lei, è stata abbandonata, commettendo un grande sbaglio, alla fine degli anni ’70. Altre osservazioni hanno sottolineato che il libro vuole spingere la storiografia a cambiare, mettere fine al monopolio maschile, non solo raccontare storie negate. Le  osservazioni di Laura Modini, Luciana Tavernini, Marina Santini, Giovanna Palmeto, Marie Therese Giraud e Anna Potito, fra le autrici del libro, sono state invece di apprezzamento oltre che di gratitudine. Loretta Meluzzi, Paola Elia Cimatti, amministratrici con me della pagina Facebook La Biblioteca femminista, hanno comprato il libro, dicendosi, la prima, d’accordo con me che il libro “muove e ‘smuove’ “, e la seconda interessata per essere stata autrice di racconto autobiografico.

Alle prime osservazioni faccio presente che l’invenzione femminista, l’autocoscienza (la self rising consciousness, come la chiamarono le americane), negli anni ’60 e poi ’70, generò un’onda rivoluzionaria teorica, pratica, epistemologica. Avvenne uno slittamento importante nella vita di molte donne. Passammo  dal parlare ‘sulle donne’, al parlare di noi stesse insieme alle altre. Spiega bene questo passaggio, mettendolo in atto nella costruzione del suo libro, Gisella Modica in “Come voci in balia del vento”, Iacobelli, 2017. Dal femminismo e dalla pratica politica che avevamo inventato, la storiografia, oltre che la politica, ricevettero un forte colpo. Una rottura del muro di silenzio, appunto. Quella rottura di cui con molta passione ha parlato Carolyn G. Heilbrun (il cui alias è Amanda Cross) in “Scrivere la vita di una donna” La Tartaruga, 1990. E’ un’autrice che, come Donne di parola (www.donnediparola.eu) ci ha ispirato un radiodramma. Carolyn G. Heilbrun spiegò come furono le poete femministe americane, negli anni ’50 e ’60, quando iniziarono a parlare di sé, a rompere la complicità con il pensiero maschile, rivelando aspetti taciuti della vita delle donne. E racconta che lei stessa, docente universitaria, sulla loro spinta, trovò la forza, più tardi, negli anni ’70, di parlare, mettersi allo scoperto, rendendo pubblica, come avevano fatto quelle poetesse, la storia personale raccontata oltre i quattro muri della propria casa. Il muro di silenzio è già caduto. Ora, se dice Milagros Rivera Garretas, una delle autrici del libro, che questo non sarebbe avvenuto per ciò che ci riguarda più visceralmente, ciò sarà anche vero. Per lei, almeno. Sento però necessario riconoscere da dove partiamo, l’origine, una origine almeno. E poi definirci dentro a questa orizzontalità della storia femminista che esiste da almeno cinquant’anni. Ora che (la storia vivente) serva a raggiungere finalità di redenzione dell’intera storiografia a me per ora non  interessa. Voglio però pensare al passato, dove ci sono esempi di come la storiografia abbia taciuto su aspetti sostanziali per la cultura occidentale. F. Nietzsche nel 1881 inizia a scrivere “Così parlò Zarathustra” testo celebre e forse uno dei più diffusi anche fra chi non ha mai studiato filosofia. L’ho riletto, in questi giorni, perché Zarathustra è “il danzatore”. E sono interessata alla storia della danza. Mentre rientravo in un libro, che, rispetto a quando ho preso la laurea in filosofia ha perduto, per me, la inattaccabilità del capolavoro, mi sono trovata a pensare “Ma questo è il libro di un omosessuale”. Non una grande scoperta. Liliana Cavani, nel 1977, aveva fatto il film “Al di là del bene e del male” sul triangolo fra Paul Ree, Nietzsche e Lou Andreas Salome. Ma io mi sono riaccostata al libro di Nietzsche, pura, come lui voleva, per un desiderio innocente. Ho visto uno che non può dire quello che veramente è o è stato, magari nella sua infanzia. Sublimare vuole dire questo? Oppure se Nietzsche avesse fatto tesoro della storia vivente, magari in segreto, oggi non avremmo davanti a noi un capolavoro della filosofia di cui sappiamo veramente poco. Allora che la storia vivente continui e continui e continui ancora, è giusto. Ma il muro di silenzio non copre solo la storia vivente, nel senso di quella che Nietzsche magari non ha mai raccontato. Io penso che abbiano rotto il muro di silenzio tutte e tutti quelli che hanno scritto le bellissime biografie di donne. C’è un muro che nasconde le storie straordinarie che la storiografia maschile ignora. Studio la storia della danza, come ho detto, e ho scritto un libro su Carla Strauss, una grande rivoluzionaria delle pratiche della ginnastica, partita dalla danza libera di Isadora Duncan, per arrivare a inventare un suo metodo di ginnastica dolce rivolta soprattutto al corpo femminile. Carla Strauss non è presente nelle storie della danza, della ginnastica, e delle pratiche del corpo. È ignorata, nonostante abbia fondato la sua scuola, scritto decine di libri e sia stata una personaggia carismatica, apprezzata da allieve, mediche, artiste. La storia va così perchè la ricerca storica, oggi, viene fatta soprattutto, non più negli archivi ma nel passaggio di contenuti, dove i soggetti nominati sono quasi sempre gli stessi. La ricerca asseconda il canone, deciso da chi ha il potere di pubblicare. Voglio ancora citare proprio perché mi ha molto colpito, una grande danzatrice Ida Rubinstein (1885-1960) ormai sconosciuta anche forse a chi di danza si occupa. Fu lei stessa una protagonista, a Parigi scelta da Djaghilev,  per ballare in coppia con Nijinsky.

Ida Rubinstein promosse spettacoli, in cui oltre a essere lei interprete, coinvolse, ispirò e finanziò decine delle menti più creative del suo tempo. Nacque grazie a lei, uno dei pezzi più conosciuti della storia della musica. Il Bolero di Ravel. Scritto per un suo spettacolo. Su lei c’è un muro di silenzio che ha dell’inspiegabile. Rotto appunto da alcune donne e uomini che hanno seguito le sue tracce e rimontato, con i cocci, la sua storia. Mi sono accorta che come la intendo io la ‘storia vivente’ ha la potenza di entrare e di scorrere dentro le storie personali e di rileggere le storie di altre. Ma discutendo con Luciana Tavernini e con Marie-Therese Giraud  mi hanno convinta che è bene tenere la storia vivente per quello che è. Per rispettare il punto di vista che ho guadagnato attraverso “La spirale del tempo”,  per il quale la ricerca storica non sia semplicemente storia delle donne, potrei chiamarla: una storia partecipata. Questa storia invita a fare ricerche su chi non ha più parola, e su ciò che ci riguarda e continua a vivere per noi. Fare comunità, una grande comunità, penso sia la direzione verso cui muoverci quando il pensiero, la politica e l’agire femminile diventano sempre più forti. Fare comunità vuole dire per me avere riferimenti, stimoli, pensieri non omologanti ma che facciano da comune riferimento alle donne. Fare comunità contro ogni forma di isolamento, di solidarietà populista o di valorizzazione generica di concetti come la sorellanza, il doppio femminile dell’idea maschile di fratellanza.

Politica delle donne, Testi, Comunità di storia vivente di Milano, “La spirale del tempo. Storia vivente dentro di noi”, Moretti & Vitali, 2018

pubblicato da Donatella Massara il 29 gennaio, 2019

di Donatella Massara

Comunità di storia vivente di Milano, “La spirale del tempo. Storia vivente dentro di noi”, Moretti & Vitali, 2018,  libro distribuito agli inizi di quest’anno. La Comunità di storia vivente accoglie alcune donne impegnate nella ricerca sulla storia soggettiva, è stata promossa nel 2006 da Marirì Martinengo già fondatrice della Comunità di pratica e riflessione pedagogica e di ricerca storica. Questo libro attinge, rielaborandole, con lo sguardo della storia vivente, alle storie personali delle autrici, nasce da una profonda riflessione collettiva durata anni. I racconti non sono quindi semplici spunti autobiografici ma nascono dall’incontro con altre, mirato, attraverso la relazione politica, a fare uscire allo scoperto, per metterlo in parole, il nucleo più resistente emozionalmente, quello condizionante lo svolgimento nel tempo, della nostra storia.
Il libro mi è piaciuto veramente molto. Consiglio di non farselo sfuggire. Anche se la veste grafica è poco attraente, fa pensare a un noioso lavoro politico che magari non abbiamo voglia di leggere. Invece è brillante come un romanzo. E c’è da ringraziare Luciana Tavernini per l’amorosa e attenta lettura dei testi. Giovanna Palmeto, a questo proposito, riconosce a Luciana Tavernini “la sapiente e generosa cura con cui ha saputo porsi con lei in relazione di ascolto, confronto e riflessione”. Ci sono scritti come il suo e quello di Marie-Therese Giraud che sono dei gioielli preziosi ricavati parola per parola da una confessione con se stesse che solo  la presa di distanza da sè hanno fatto diventare una riflessione da cui imparare, apprendere, cercare la mediazione per storie nostre magari molto differenti. In questa differenza da un’altra che si è resa disponibile attraverso percorsi interiori meditati, ho visto la nascita del pensiero, della riflessione che ci fa capire di più il mondo in cui siamo vissute e viviamo. Prendo una citazione di Simone Weil dallo scritto di Giovanna Palmeto perchè mi ha colpito particolarmente proviene da “La prima radice”, testo che conosco bene e il cui senso è  bene concentrato in questa frase: “La nozione di obbligo sovrasta quella di diritto, che le è subordinata […] C’è obbligo verso ogni essere umano, per il solo fatto che è un essere umano, senza che alcun’altra condizione abbia a intervenire”. Mi riconosco in questa frase ampia. E’ questa vibrazione che ha a che vedere con l’erotismo, con la nostra vita passata, con la corrispondenza di amorosi sensi. Ma a volte non ci si sceglie, il vedersi e stare in relazione accade. Nella vita vera non c’è preferenza, come in una classe, una sala da ballo, un concorso. Credo nel lasciare che l’accadere avvenga senza pilotarlo con le convenienze. La ‘preferita’ suona come una scelta fredda, razionale, volutamente ‘cattiva’ che seleziona. E questa selezione la si subisce e la si esercita. Non mi piace. Quindi ognuno di questi racconti lo accolgo. Non ho preferenze. Ho ammirato e capito molto dai racconti di Marie Therese Giraud e Giovanna Palmeto. C’è nei loro racconti quella consonanza di soggettivo e oggettivo, che cita Laura Minguzzi da Chiara Zamboni, la nozione hegeliana di coincidenza di astratto e concreto. Io la chiamo capacità di giudizio sintetico, di legame semplice. Lo vedo in quei racconti precisi, che ho citato, ricchi di legami, dove fatti e valutazioni cadono insieme, come quando la punta della matita sul foglio disegna con una minima pressione i segni della mente. Non amo le troppe spiegazioni, l’intrigo delle identificazioni, chiamare una situazione per spiegarne un’altra che in quella starebbe nascosta. La biografia riguadagnata nel ricordo, nell’analisi, nella mossa di un’altra che ricade su di noi, quando avviene, in un’apertura, lascia posto a chi legge per lavorare di suo. Il racconto di Marirì Martinengo mi ha dato il respiro di un tempo e di una società di relazioni che mi hanno incuriosita. Il racconto di Laura Modini lo conoscevo già, l’avevo ascoltato letto da lei e mi aveva emozionata. La scrittura mi ha tolto quel di più di partecipazione, adesso penso che gli occorrano molte più parole. Ecco leggere mi ha dato la certezza che il suo racconto chiede di essere approfondito, non può essere condensato, come una preghiera, recitata in nome dell’amore per sua madre. Il racconto di Laura Minguzzi mi ha fatto entrare dentro un mondo di cose, luoghi, azioni, movimenti. Anche la sua storia già conoscevo, la morte di sua madre ancora mi ha commossa. Questa volta il fantasma di sua madre, che non ho mai visto in fotografia, ha preso le fattezze di Domitilla Colombo. L’ho vista a teatro recitare “La sposa di Ade”, proprio poche ore prima di leggere il racconto di Laura. Domitilla ha recitato un lungo monologo dove racconta la storia, le probabili emozioni, i possibili pensieri di una giovane sposa, abbandonata dal futuro marito, il giorno delle nozze, che, con indosso il suo abito bianco si getta, in quello stesso giorno, dal balcone di viale Monza a Milano. È una storia realmente accaduta su cui l’autore, Danilo Caravà, nipote della sposa mancata, ha lavorato, dissotterrando il ricordo che lo ha accompagnato fin da bambino. Ecco per me la madre di Laura è diventata quella sposa in abito bianco di seta, con le scarpette d’oro che la bella amica Domitilla ha interpretato.

Necessarie mappe dei concetti che trasferiscono senso politico alla storia vivente in Milagros Rivera Garretas e in Marina Santini. “La storia vivente è quella storia che continua a vivere dentro di noi” così l’ha definita all’origine Marirì Martinengo, inventrice di questa pratica che è stata raccolta da Milagros Rivera Garretas, se una è la madre della storia vivente l’altra è la sua madrina. Intenso il testo di Luciana Tavernini che approda, dopo una lunga narrazione su sua madre, suo padre e lei stessa, al concetto di trasformazione della necessità in libertà. Questo è il senso dell’agire delle nostre madri. Riprendono le storie con il gruppo di storia vivente di Foggia, aperto da poco tempo ma già pronto a raccontare per coinvolgere chi legge. Dopo che le amiche della Comunità di storia vivente di Milano ci hanno fatto strada, illuminando le braccia della pianta della vita dove trasferiamo i nostri ricordi, molte storie si avvicinano a comporre il quadro del fare comunità.

 

 

Cinema: “Laura” di Vera Caspary e il film “Vertigine”, 1944

pubblicato da Donatella Massara il 19 gennaio, 2019

“Vertigine” è un famoso film del 1944 girato a Hollywood con la regia di O. Preminger. E’ tratto dal romanzo Laura di Vera Caspary. Ho letto il libro e confrontato il film . Come già mi è successo mi stupisce sempre che quando vengono venduti i diritti d’autore la produzione di film con un romanzo acquistato può fare quello che vuole. Da un raffinato giallo psicologico nel romanzo il film è diventato un bel giallo. Niente di più, un classico della storia del cinema, quando della scrittrice non si ricorda più nessuno. La protagonista, l’attrice Gene Tierney è molto brava, non fa mai trapelare tracce di sensualità, come nel romanzo. E’ una donna generosa, intelligente che alla fine si innamora del poliziotto che indaga sul suo presunto omicidio. Quindi di chi si è occupato di lei, analizzando la sua vita, ascoltandola. Tutti si muovono attorno a un delitto di cui è difficile capire: movente assassino e addirittura chi sia la vittima. La ragazza uccisa non è Laura ma una modella a cui lei, nel romanzo, aveva prestato la casa. Mentre Vera Caspary, la scrittrice, agisce nel romanzo usando una fine logica che intreccia l’interesse degli uomini per le donne e viceversa, assecondando una precisa idea delle psicologie maschili e femminili, tutto questo gioco di chiari e scuri, nel film precipita nella pura azione. Spiegabile perchè il regista avesse detto alla scrittrice “Laura non ha sesso”. Troppo complicato era farglielo rappresentare. Il vero fallo è però quello che addita la stessa scrittrice, punto sul quale aveva rotto con Preminger. Era stata trattata da produttore e regista come una scema. Ma aveva ragione. L’arma del delitto nel romanzo è presente fin dall’inizio e potrebbe mettere sulle tracce dell’assassino, nel film va a finire dentro una pendola. Poco chiaro perchè l’investigatore innamorato vada a guardare proprio là dentro. Anche lievemente ridicola la situazione che all’improvviso si crea con questo arraffare dentro una pendola, che chiude il film con i pezzi delle lancette semidistrutti. La scrittrice aveva protestato quando aveva letto la sceneggiatura perchè le sue scelte oggettuali erano state oculate e fortemente simboliche. L’arma del delitto la scrittrice la nasconde dentro al bastone da cui mai si separa l’assassino. Cammina con un bastone ma non ne ha bisogno, lo fa per snobismo apparentemente. E’ un esteta che arriva a uccidere la donna che non possiede. L’altro il detective nasconde il difetto di una gamba zoppicante e quindi sarebbe lui a averne veramente bisogno.

L’inutile bastone di Waldo nasconde invece un’arma. La brama di possedere imperversa nell’assassino. Non nel detective definito “un vero uomo” dalla cameriera Bessie, l’unica veramente disperata per la presunta morte della sua padrona. Il detective vorrebbe solo avere il ritratto di Laura, quando crede ancora che sia lei la vittima. Ma niente fa mai pensare che brami dalla voglia di possesso. Lui “il vero uomo” non porta simboli, non ha neppure la pistola. Il simbolo del potere, lo esibisce l’assassino. E a riprova che Laura è una donna esteriormente ma nella mente di Preminger è asessuata c’è la scena del tentativo di ucciderla. E’ lei che si salva dal nuovo tentativo di femminicidio dell’assassino che non può averla, spostandogli l’arma così che devia il proiettile. E’ lei che ha una mossa forte capace di affrontare un’arma. Nel romanzo è il detective invece a salvare Laura. Perchè Laura che in fondo non riesce a innamorarsi veramente, ma solo a proteggere i suoi uomini, in questo caso ha trovato chi la salva dall’essere dolce e enigmatica ma priva di caratteristiche sensuali. Aspetti interessanti sacrificati per un film più comprensibile, dove per la psicologia femminile c’è poco posto.. E la scrittrice continuò a essere chiamata, come racconta, “bambola e dolcezza” dai produttori.

Politica delle donne, Testi: Qualche idea sulla politica del femminismo scaturita dal dibattito in La Biblioteca femminista

pubblicato da Donatella Massara il 5 gennaio, 2019

Qualche idea sulla politica del femminismo scaturita dal dibattito in La Biblioteca femminista di Donatella Massara

“Lottare per avere gli stessi diritti”  è quello che dicono molte donne del femminismo intersezionale. Le ho conosciute in rete durante un lungo dibattito nel gruppo FB La Biblioteca femminista, di cui sono con altre amministratrice. L’uguaglianza è un’aggiunta poco significativa per il femminismo. Gli stessi diritti ce li abbiamo da tempo, maschi e femmine non più solo uguali davanti a Dio come dicevano secoli fa, ma uguali davanti alla legge. E’ l’ideologia accreditata dal Ministero delle pari opportunità, la  parità. Ma non sono esattamente le donne delle pari opportunità che hanno fatto il femminismo. Io so per convinzione, teoria e pratica che è molto più interessante politicamente pensare alla differenza e lavorare con passione per la differenza, per il valore dell’essere donne, anche differenti l’una dall’altra, è molto più forte questa differenza che non lottare per volere essere uguali agli uomini.

Non vivo queste battaglie come vincenti. A me il femminismo ha dato la possibilità di vivere i miei desideri, riconoscerli, e agirli. Il femminismo è una bellissima avventura politica che vivo in intensa relazione con alcune donne. Mi accontento? A me sembra di avere fra le mani il mondo.

So che gli uomini non hanno difficoltà a riconoscere che le donne sono vittime, gli dà anche una certa potenza in più, hanno problemi a riconoscere la differenza femminile, ovvero che quello che va bene a loro può non andare bene a noi, tutto quello che fanno, dicono e pensano è consacrato all’unicità del soggetto maschile e la vittima viene incorporata in questa costruzione simbolica. Il pensiero della differenza crea due soggetti, l’uno diventa due. Senza vittime. 

Oggi il separatismo non è un correttivo, non lo è mai stato. Il gesto separatista originario è stato in USA quando durante un’assemblea di studenti maschi e femmine, le donne decisero di separarsi e di parlare da sole, fra di loro. E’ stato un gesto di lotta, il separatismo, nato negli anni ’70 quando le donne facevano politica con gli uomini, nei gruppi della sinistra. Oppure è nato quando condividevano per esempio l’esperienza artistica (penso alla Lonzi critica d’arte che decide di separarsi dal mondo maschile). Il separatismo è anche piacere di stare fra donne, ritrovare nell’autocoscienza quel linguaggio proprio, non più colonizzato dalla politica mista. Ci siamo date una parola di donna. 

La mia (non solo mia ovviamente) è una posizione politica che rifiuta di prendere il sesso maschile e le sue costruzioni teoriche politiche sociali come modello da assimilare. Dare valore alla differenza di essere donne e uomini, in questo caso parlo di noi donne, e parto da noi donne, significa potenziare il punto di vista femminile e dargli la carta di giocarsi nel mondo partendo da sè. Che siamo uguali perchè esseri umani è un’osservazione ovvia. Quindi la parità è implicita oggi. Però storicamente è stata rifiutata. Pretesi scienziati hanno asserito che le donne sono inferiori agli uomini. L’idea di parità è stata la prima rivendicazione femminista, per esempio rispetto al voto dal quale le donne erano escluse. Politicamente dagli anni ’70 del XX secolo il neofemminismo ormai definito storico ha elaborato l’idea di differenza sessuale (Carla Lonzi Luce Irigaray Lia Cigarini Luisa Muraro etc) perchè le donne attingano a se stesse, al proprio deposito di conoscenze, di linguaggio, di storia per trovare una propria politica, differente da quella maschile. 

Oggi lottare per essere uguali –  trans con uomini, donne nere con donne bianche e via dicendo, povere con ricche – è inerente alla vita umana, siamo uguali perchè essere umani. Ma la lotta politica e la passione per la politica per me nasce dalla mia differenza di donna. So che gli altri li coinvolgo nel momento in cui faccio azioni pubbliche. La Biblioteca femminista è un gruppo aperto. La Libreria delle donne di Milano è un negozio. I Centri di documentazione sono frequentabili da donne e uomini. Le donne sono le protagoniste, gli uomini amici delle donne, accettino questi principi. Sono per una politica femminista che lotta per cambiare il simbolico. Che valorizza la differenza. E include tutte le manifestazioni che partono dalla sessualità. L’individualita’, la soggettività di ognuna (donna) è un valore fondante con cui mi relaziono. Lottare per il simbolico femminile vuole dire stare dentro alla scrittura, al linguaggio, alle espressioni artistiche del passato e del presente. È il cambiamento profondo di un simbolico che oggi fa ancora fatica a riconoscere le donne. Questo riconoscimento può fare scaturire quei cambiamenti originari che fanno saltare gli assetti di potere. La differenza sessuale porta con se’ non solo i caratteri genitali ma quelli che portano ai comportamenti, alle scelte, ai desideri. I bisogni di una donna benestante sono simili a quelli di un uomo soprattutto se è sua moglie i bisogni di una donna povera sono simili a quelli di un uomo povero soprattutto se è suo marito. Il desiderio di libertà di una donna bianca può essere simile a quello di una nera se riesco a vedere la nostra differenza. Io lavoro, quindi, per conoscere, costruire, capire la differenza femminile. Va bene che ognuna segua la sua pratica politica, senza però fare degli errori di interpretazione. C’è chi ha detto  che il femminismo separatista rischia di “far perpetrare un’ideologia discriminatoria nei confronti del sesso femminile stesso perché lo si rappresenta sempre e solo come vittima”. Mai successo. Il femminismo separatista, il pensiero della differenza è notoriamente contro la rappresentazione delle donne come vittime. Le donne sono soggetti che sono state espropriate della loro identità dall’universale maschile. E’ la rappresentazione unilaterale dal punto di vista maschile che incombe sui due sessi, per cui c’è un unico soggetto. Non è vittima la donna ma consapevole o inconsapevole trasmettitrice di questa parola unica, per cui: la storia l’hanno fatta gli uomini, il canone letterario vede elencati solo uomini, la storia della filosofia ignora che ci sono state le filosofe. Il pensiero della differenza vuole creare il linguaggio che esprima questa differenza, facendo breccia dentro il simbolico universale maschile. E da qui il passo laterale, del separatismo.

 

LIBRI, Recensioni, Gisella Modica, “Come voci in balìa del vento”, Iacobelli, 2017

pubblicato da Donatella Massara il 8 dicembre, 2018

Gisella Modica “Come voci in balìa del vento” Un viaggio nel tempo tra storia personale e storie collettive, Iacobelli, 2017 di Donatella Massara

Le donne parlano, le voci si confondono con le ondate di vento caldo che, sospinte dal mare, raggiungono la Sicilia. Sono voci che non hanno trascrizione ma si disperdono, resistendo. Prive di un luogo pubblico che le coniughi – facendole autorevoli – a un ascolto, rovistano fra i pezzi della storia collocandosi come soggetti nella loro differenza. 

Queste voci, in virtù delle quali la storia delle donne ritorna a farsi soggetto con le sue domande, i dubbi, la visibilità, sono delle donne che Gisella Modica ha intervistato nel 1977, le donne che sanno di un evento leggendario nella memoria collettiva: l’occupazione delle terre fra il 1945 e il 1957. In quegli anni guidate dai partiti dalla sinistra e dai sindacati migliaia di famiglie contadine occuparono le terre dei latifondisti siciliani. Gisella con Angela Lanza e con Rita andarono a intervistare le donne di quelle occupazioni. Storie mai prima di allora raccontate. Le fotografie ufficiali delle occupazioni  delle terre mostrano una lunga marcia di uomini, come se dove si vedevano le donne gli storici, selezionandole, sorpresi le avessero messe da parte, fuori tema. Gisella è colpita durante le sue ricerche dalla fotografia di una contadina che cavalca un mulo con in mano una bandiera rossa. La didascalia parla di una compagna che va a portare il cibo al marito. Eppure lo sguardo di quella donna la mette sull’avviso, non è esattamente così: la verità di quella fotografia va indagata andando oltre i convincimenti acquisiti. Con le altre due compagne va a cercare quelle donne che occuparono le terre. Nei paesi c’è ancora la memoria di chi fu attivista, segretaria di partito, punto di riferimento. Escono le protagoniste che lottarono con i corpi, i canti e le parole. Lottarono solo per il diritto alla terra, non ci fu altro? ci domanda Gisella. E ci riecheggia in mente la frase di Antonietta “Poi sono stata costretta a tornare a casa” Quelle lotte finirono sconfitte. Le terre non furono assegnate a chi aveva occupato, non diedero le terre alle vedove. Colpa dei revisionisti, degli errori di alleanze, del separatismo siciliano? O forse la sconfitta fu  spinta dall’ignoranza della forza silente del femminismo, del desiderio di soggettività, dell’espressione  libera di sé. Questa creatività femminile chiedeva di essere riconosciuta, interloquita, non lasciata alla impossibilità di farla rientrare nelle categorie storiche della lotta di classe. Gisella ci scriverà un primo libro “Falce, martello e cuore di Gesù. Storie verosimili di donne e occupazioni di terre in Sicilia”, Stampa Alternativa, 2000. “Come voci in balia del vento” ripubblica nell’ultimo capitolo lo stesso libro del 2000. Negli altri capitoli ripensa a quelle interviste, le riascolta. Il suo vissuto riottiene un posto importante nel racconto e porta in primo piano il lutto, per la morte di sua madre. Da questo impasto di voci lontane, di riordinamento, insieme alla storia, dei ricordi, Gisella compie quell’opera di pulizia che ci raggiunge, nel romanzo del nostro racconto. I frammenti del vissuto si spezzano non lasciando macerie ma la sostanza che ci congiunge. Ognuna/o riceve qualcosa dal lavoro di storia vivente che ha fatto l’autrice. La sua storia si fa storia mentre la racconta, togliendola dal troppo delle ridondanze della memoria. Essa può tradire ma sperimenta in continuazione, se la sappiamo accettare, il sentimento originario. La storia di queste donne deposita, non solo emozioni,  ha una durata, una cronologia, i suoi fatti. Ma anche le sue metafore, quali ‘terre’ aveva occupato mia madre, così lontana dalla Sicilia, e che non le furono riconosciute – questa è stata la domanda che mi ha creato il libro.  Laura Modini, e io, come Donne di parola, abbiamo costruito una lettura scenica, con alcuni testi del libro, suggeriti dall’autrice, li interpretiamo mixati con le musiche.

L’occupazione delle terre siciliane fra la metà degli anni ’40 e il 1957 interessava sterminate distese di terra lasciate incolte. Le famiglie contadine in Sicilia, come in quasi tutto il sud italiano, vivevano nelle enormi ristrettezze causate da secoli di lavoro agricolo a servizio del latifondo. Questa condizione di quasi schiavitù significava lavoro in cambio di una parte del raccolto, vale a dire neppure il sufficiente per sfamare sé e la prole. Le terre sognate e mai avute vengono occupate in quegli anni del dopoguerra sotto la guida del Partito Comunista e dei sindacati. Fino al 1947 il PCI con altri partiti di sinistra ha alle elezioni la maggioranza. Poi arriva il 1 maggio del 1947 con la strage di Portella delle ginestre. Le famiglie contadine si convocano per festeggiare. La Piana degli Albanesi è una distesa circondata da colline. Su queste sono sistemati i  banditi guidati da Salvatore Giuliano, gruppi della mafia e altre formazioni. Improvvisamente e per dieci minuti la folla è colpita da fuochi di fucili, ma non solo anche da una mitragliatrice che non apparteneva alla banda Giuliano, per non parlare delle ferite da granate riscontrate sulle vittime che mai fu provato da chi furono lanciate. Le vittime furono undici, fra cui una bambina e decine di uomini donne furono ferite. Da allora il potere politico passerà alla Democrazia cristiana. Ancora adesso non è chiaro esattamente cosa abbia causato la strage e quale sia stato il movente e chi gli esecutori e chi i mandanti. Il processo riguarderà solo la banda di  Giuliano, all’epoca già morto ammazzato dal suo vice G. Pisciotta che farà sconcertanti confessioni mai provate sulla collusione fra lui e il potere politico. Anche Pisciotta in carcere sarà ammazzato da un sicario. Sono usciti dei film molto belli su quanto accadde. Il capolavoro neorealista è Salvatore Giuliano di F. Rosi girato negli anni ’60. Il regista usò come comparse ma anche per alcune parti  attrici e attori presi fra la gente dei paesi siciliani dove stavano girando. Una straordinaria presenza, indimenticabili sono le scene con le donne che Rosi mette in primo piano e riprende durante la messa in scena delle occupazioni e della vita di quegli anni. Più recente e decisamente meno interessante, americano e sceneggiato al seguito di Mario Puzo è Il siciliano di Michael Cimino.  Invece un film forte girato pochi anni fa da un regista controcorrente sempre pronto a indagare con la cinepresa le verità storiche è Segreti di stato di Paolo Benvenuti, del 2003 girato quando fu tolto il segreto di  stato ai documenti sulla strage.

Politica delle donne, Testi Il Più che danza Festival a Milano

pubblicato da Donatella Massara il 14 novembre, 2018

Più che danza! Festival 

26 NOVEMBRE – 2 DICEMBRE 2018

Teatro Fontana/ C.I.M.D via Boltraffio 20 Milano – Centro Internazionale di Movimento e Danza

Direttrice artistica: Franca Ferrari

Più che danza! nasce nel 2014 con un’attenzione specifica agli artisti del territorio della Lombardia e diventa da quest’anno un festival nazionale attento ai giovani e all’innovazione. Un festival che affianca giovani coreografi già affermati a due importanti azioni per la danza contemporanea del nostro territorio: il progetto di ricambio generazionale Incubatore C.I.M.D Per Futuri Coreografi e DanceMe – l’app creativa che è per l’artista una residenza artistica virtuale aperta all’incontro con il pubblico- che produce quest’anno 6 coreografi under35. Inoltre, sono introdotti in questa edizione tre laboratori creativi tenuti dai coreografi Marco D’Agostin, Daniele Ninarello e Davide Valrosso.

Più che danza! si configura sempre di più come un’occasione di sviluppo di pensieri, esperienze e scambio tra artisti e pubblico.

L’ideazione e direzione artistica è di Franca Ferrari in collaborazione con Teatro Fontana e con C.I.M.D – Centro Internazionale di Movimento e Danza, Perypezye Urbane e con il sostegno di Mibac e di Fondazione Cariplo. Collabora al progetto anche il festival ConFormazioni di Palermo.

 

Libri, Testi Michela Fontana, Nonostante il velo, VandA e publishing – Morellini, 2018

pubblicato da Donatella Massara il 4 novembre, 2018

Il libro di Michela Fontana “Nonostante il velo”, VandA e publishing – Morellini, 2018 ha vinto il Primo premio di Femminile, Plurale Allumiere 3,11,2018 Le motivazioni della giuria pubblicate sul sito della Casa editrice VandA e publishing

di Donatella Massara

Posto qui la relazione con cui è stato presentato alla Libreria delle donne a Milano 8,2,2017

“Nonostante il velo” è un libro che presenta le interviste alle donne saudite accompagnate dalle ricerche dell’autrice e dalle sue considerazioni. Per esempio Aisha è l’attivista che guidò nel 1990 la prima protesta delle auto. Un gruppo di donne si convocarono a Ryhad per guidare la propria auto perché l’Arabia saudita è l’unico paese dove alle donne è stato proibito. Solo recentemente hanno avuto questa concessione. Le interviste si estendono a donne diverse e inaspettatamente ci troviamo a contatto con giornaliste, donne della classe alta, media, mediche, una celebre oculista, donne d’affari, fondamentaliste, le giovani della generazione twitter, le scrittrici, organizzatrici di gruppi per il rafforzamento o il sostegno delle donne, dirigenti di banca. Il libro mi è piaciuto per la grande limpidezza della sua costruzione. Offre tutti gli elementi per potere giudicare insieme a un linguaggio leggero, ricercato ma essenziale.  Mi è piaciuto sia il rigore con cui sono esposti i dati e sia la passione, il coinvolgimento emotivo, l’amicizia che è scattata fra Michela e alcune delle intervistate. Mi piace che lei consideri le donne saudite la vera ricchezza di questo paese.

L’Arabia Saudita è un paese ossessionato dalla moralità che proibisce i contatti fra i sessi, e esclude le donne dalla sfera pubblica. Questo paese è tale per cui come dice Michela è quasi tutto proibito e poco è lecito.Ho fatto dei paralleli

“Le donne non sono riconosciute come soggetti liberi, giudicate incapaci di agire secondo ragione, sono subordinate alla potestà paterna e poi maritale. Per una qualunque transazione economica devono richiedere il permesso del marito, non hanno diritto di voto, non possono frequentare le stesse scuole dei maschi, non possono accedere alle carriere liberali” ma questa non è una citazione sull’Arabia Saudita bensì è una citazione storica sull’Italia e gli altri paesi europei nel corso del XIX secolo, periodo in cui i diritti delle donne arretrarono. Dopo la Rivoluzione francese viene sancita la vittoria del cittadino maschio che decreta l’incapacità politica delle donne. Con il Codice napoleonico le donne perdono tutti i diritti civili. Ecco quindi che in Italia lo stato liberale, a sessantanni dalla sua nascita, abolisce nel 1919 l’autorizzazione maritale quell’istituto giuridico per cui una donna non può gestire il proprio patrimonio e fare transazioni economiche. L’ Arabia Saudita stato assoluto è stato proclamato nel 1932 dopo la conquista di Ibn Saud che non a caso indicò nella scelta del nome che era di proprietà di un uomo e della sua famiglia. Questo stato comincia oggi, dopo ottantanni dalla sua nascita, a pensare di abolire la figura del ‘guardiano’ di colui che autorizza i movimenti delle donne e che può essere il padre, il fratello, lo zio, il marito. E’ infatti notizia di fine settembre 2016 che è arrivata al re la petizione di 14 000 donne saudite favorevoli a questa decisione.

Cercando di venire a capo di questa matassa che avvolge insieme diritti delle donne, i nostri e i loro passati e presenti ho seguito l’interrogativo politico di Michela che si chiede come finirà questo esperimento delle donne saudite, basato sulla veloce crescita della loro partecipazione – pur se in regime di separazione sessuale. Ci sono luoghi dove i maschi stanno da una parte e le donne da un’altra e non si devono incontrare – sono i luoghi della vita pubblica, però questa partecipazione riguarda le  carriere, l’economia, gli affari, gli studi, i viaggi all’estero. Mi è piaciuto questo interrogativo che apre il discorso a quello che stanno facendo le donne secondo uno sguardo che è sì dall’alto ma che è rivolto alla differenza più che alla parità. Nonostante il velo, infatti le saudite alle elezioni dei consigli amministrativi comunale, le uniche che esistono, le donne hanno partecipato nel 2015 e sono state anche elette. Ed è stata eletta anche una donna come consigliera regionale della regione dove c’è La Mecca.

Mi sono domandata allora per sospendermi da interrogativi a cui manca per ora la risposta e per uscire dalla strettoia dei diritti: Che cosa desiderano queste donne? Ho messo insieme delle parole chiave: guidare, ma anche guidarsi perché c’è chi vuole  liberarsi del sistema di tutela maschile,  studiare perché sono il 58% della massa scolastica, e le studentesse pare si siano addirittura scontrate con la polizia per migliorare le condizioni di abbandono e sporcizia dei loro campus, twittare, usare i mezzi informatici perché su 5000 blog il 46% è stato creato dalle donne, e poi c’è: ANDARE VIA.  È qui, quando Michela chiude il suo libro sulla testimonianza di Wahda, la più emozionante di tutto il libro, che questa parola appare. Andare via è una parola nata dal lato più oscuro della condizione delle donne saudite  che rivela la violenza domestica. E’ una realtà coperta e sepolta, che non può venire denunciata né punita, non essendoci gli strumenti giuridici e politici per farlo, che viene tenuta nascosta, per proiettare all’esterno il decoro di una nazione compiaciuta e vittoriosa della sua moralità severa. L’Arabia saudita non è il paese delle mille e una notte, il sistema di segregazione e protezione delle donne invita a farne delle schiave, soggette all’ignoranza affettiva, se così può essere chiamata la mancanza di amore per chi ci sta a fianco se non all’aggressività di chi ha in odio le donne.  Ecco allora che  Wadha picchiata dal fratello e dal padre, una laureata con un buon lavoro, in cura psichiatrica, ha un desiderio preciso: fuggire da questo paese, chiedere asilo politico portando le prove degli abusi che subisce nella famiglia. Il libro si conclude con la notizia che Wadha dopo uscite e rientri drammatici e anche due tentativi di suicidio ce l’ha fatta a scappare, si è rifugiata in un paese che l’ha accolta e lavora come cassiera.