Prefazione di Luciana Tavernini Anna Paola Moretti, “Considerate che avevo quindici anni”. Il diario di prigionia di Magda Minciotti tra Resistenza e deportazione, Collana di ricerche storiche dell’Istituto Storia Marche, Edizioni affinità elettive, Ancona 2017.

pubblicato da Donatella Massara il 29 ottobre, 2017

È stata una sorprendente scoperta leggere il diario di Magda Minciotti, la scrittura di una ragazza che illumina l’esperienza della deportazione per lavoro coatto e nello stesso tempo le forme di resilienza femminile a situazioni di sradicamento.
Un documento rarissimo dove lo scrivere, per quasi un anno tra il 1944 e il 1945, su minuscoli blocchetti di ricevute diventa un esempio di come fare di necessità libertà. Magda sa che le parole possono salvarci perché riescono a mostrare una narrazione della realtà in cui abbia esistenza anche ciò che per noi ha valore, qualcosa che ci guidi nell’agire in situazioni terribili e tra persone che vorrebbero annientare la nostra umanità. Non si tratta di sovrapporre fantasie ma di salvaguardare dentro di sé la propria forza e di saperla giocare nei rapporti con gli altri esseri umani, anche quelli che ci fanno del male.
Così, leggendo le sue parole, capiamo come l’amore di e per sua madre sia una costante guida e un conforto, e come il pensiero della nonna e delle amiche costituisca un mondo femminile di riferimento che le permette di aprirsi a nuove e variegate relazioni, sapendo giudicare ma anche affidarsi.
Vediamo che la cura del proprio corpo è intrinsecamente legata al rispetto di sé, al darsi valore e a valorizzare chi le è vicino, e come la bellezza possa improvvisamente apparire o farsi udire nei luoghi più deprivati e dare gioia.
Partecipiamo ai momenti di paura e abbattimento di cui il diario diviene confidente segreto perché un modo di resistere è anche mantenere allo sguardo altrui un’immagine di intangibilità.
Seguiamo con apprensione il viaggio della deportazione, la vita schiavile nelle fabbriche e la coabitazione negli alloggiamenti comuni, la sopravvivenza sotto i bombardamenti e il dolore per il distacco e poi la morte del fratello deportato con lei.
Scopriamo il punto di vista di una giovane donna, cosa vede, cosa prova, come agisce e interagisce, come costruisce la sua soggettività in una storia che coinvolge tante altre persone e istituzioni.
Ho accennato solo ad alcuni elementi di questa narrazione ricchissima a cui il lavoro di ricerca empatica e allo stesso tempo rigorosa della storica Anna Paola Moretti ha dato un ampio respiro.
Nel libro il diario dialoga con documenti familiari, fotografie, memorie coeve, incontri con testimoni, visite a luoghi dove si è radicata la memoria, oltre che con molti studi storiografici anche recentissimi. Il racconto si spinge indietro nel tempo per ricostruire la biografia di Magda e il contesto della sua storia singolare, creando quasi un romanzo di formazione di un’adolescente cresciuta in una famiglia mazziniana, che crede nel valore della solidarietà e della cultura per uomini e donne e agisce in prima persona nella Resistenza e nella lotta contro fascisti e nazisti. Quindi prosegue accompagnando Magda prigioniera delle SS con testimonianze sul viaggio di deportazione e sul lavoro coatto in Germania. Va oltre descrivendo la situazione del Dopoguerra in Italia dove la rimozione collettiva costringe al silenzio ma spinge anche a una salvaguardia personale della memoria, di cui la storiografia più avveduta ha colto la necessità politica.
Il libro ci offre una visione non semplificatoria (non tace sui conflitti interpretativi né sulle cancellazioni) soprattutto degli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso in Italia e Germania, un periodo storico attraversato da eventi drammatici e grandi cambiamenti, sapendo mostrarci la capacità originale di azione femminile intrecciata a quella maschile.
È affascinante seguire le modalità innovative della ricerca storica, messa a punto da Anna Paola Moretti, che dal “cerchio di fiducia”, attraverso cui ha conosciuto l’inedito documento, ha potuto, e noi con lei, seguire la protagonista nei suoi spostamenti, intrecciando relazioni con chi si sta muovendo per una storia dove il modo di agire femminile abbia rappresentazione non omologata a quella maschile, grazie anche alla capacità della storica stessa di mettere in gioco la propria soggettività.
Un percorso storiografico di cui l’autrice dà conto nella preziosa introduzione. Assistiamo allo svelamento di una storia a lungo rimossa perché, come molte e molti deportati segnaleranno, prevaleva il desiderio di dimenticare nello slancio della ricostruzione; perché il contributo femminile alla Resistenza, vista soprattutto come un fatto militare, è stato letto come ancillare e non strutturale, con l’idea di far ritornare le donne a ruoli tradizionali; perché la memoria storica venne legata alla forma partito, creando spesso veri e propri “feudi interpretativi”. Una storia che, messa in luce, ci permette di cogliere quanto ancor oggi il “libero” spostamento di migranti e profughe/i sia di fatto coatto e possiamo vedere lo stretto legame tra uno sviluppo di tipo capitalistico e una manodopera precaria e asservita, come accadde per Magda con il reclutamento quale “libera lavoratrice” da parte di dirigenti della Siemens di Norimberga.
Anna Paola Moretti ci sorprende per il suo sguardo libero e per la sua erudita conoscenza (basta vedere l’accuratezza delle note) che le permettono di rendere vivo il soggetto della sua ricerca, lasciandone risuonare la voce, invece di proporre un’immagine agiografica o operare illusorie proiezioni, e inoltre di trovare nessi inediti che illuminano il presente senza sovrapporlo al passato. Riesce così a prendere autorevolmente le distanze da interpretazioni convenzionali, a volte riduttive se non cieche.
Ci troviamo di fronte a un libro-scrigno dalle molte sfaccettature che, grazie anche all’accurata, limpida e avvincente scrittura, alla struttura che si apre di volta in volta su nuovi aspetti della realtà, costituisce non solo una lettura intensa e preziosa per le persone adulte e per quelle esperte della materia ma soprattutto per le giovani e i giovani che vi possono trovare spunti di riflessione e di confronto tra passato e presente, suggerimenti per aumentare il proprio coraggio, le propria capacità di relazione e di azione.

Cinema, Recensioni, “Strange colors” di Alena Lodkina

pubblicato da Donatella Massara il 7 settembre, 2017

“Strange colors” della regista australiana Alena Lodkina di anni 28 è stat presentato alla 74a Mostra del cinema di Venezia alla sezione Orizzonti. Milena è figlia di Max, uno degli strani tipi, tutti maschi che hanno preso la via dell’outback, del mettersi fuori dalla vita normale tornando indietro a un sistema di vita rurale. Max come altri ha la concessione di una miniera di pietre naturali, come gli opali dagli strani colori. Milena studentessa di psicologia va a trovare il padre che l’ha chiamata perché gravemente ricoverato in ospedale. Milena è imbarazzata davanti a questo padre che è un colosso con i capelli che gli arrivano a metà schiena, gli avambracci tatuati e gli occhi azzurrissimi che la scrutano per dirle che si vede quanto sia a disagio nel parlare con lui. Raggiunge la concessione e va a installarsi nella costruzione di legno dove vive il padre, un accampamento dove tutto è quasi all’aperto: doccia, cucina, letto per dormire, appena coperti da un tetto. Siamo in Australia gli spazi sono immensi, gli abitanti pochi e in questa porzione di terra, sono tutti uomini, anziani, che bevono volentieri birra come fosse acqua, hanno le facce cotte dal sole, portano i capelli lunghi e dicono che chi arriva là non se ne va più perché ci sta troppo bene. Milena fa amicizia con questi vecchi amici del padre, gioca a biliardo, ride, beve con loro, va visitare la miniera e scopre che un pitone è un animale inoffensivo. Intanto il padre si autodimette dall’ospedale e ritorna alla miniera. Si sta affezionando di nuovo alla figlia che non vedeva da anni, e lei gli dice che vuole imparare “a non avere più paura di lui”, ma dopo poco Milena gli comunica che se ne andrà il giorno dopo. Lui si arrabbia e le fa vedere che conserva in un vasetto ” il suo sudicio fucking dentino da latte”, prende il suo camion e se ne va alla miniera. Milena lo raggiunge perché sente che è in pericolo, lo ritrova in fondo a un cunicolo che respira a stento. Riesce a riportarlo nel suo letto. E il film si chiude qui. Uno strano film sulla relazione fra un padre e una figlia girato ai limiti della civiltà, a contatto con una natura pacata, immobile, più che ostile. Un film di una giovane donna che riesce a sfiorare il senso di questa relazione su cui di solito i film raccontano molte bugie.

Cinema, Recensioni,”Les Bienheureux” di Sofja Djalma

pubblicato da Donatella Massara il 7 settembre, 2017

“Les Bienheureux” di Sofja Djalma è il film di produzione franco-belga, esordio alla regia del lungometraggio di questa giovane regista algerina, presentato alla Mostra del cinema di Venezia per la sezione Orizzonti. E’ un film che racconta la realtà algerina del 2008 alla fine di vent’anni di guerra civile: di morti sgozzati, donne stuprate, carneficine. Ancora rimane nell’aria, la paura, il segno del passato, la sfida al fanatismo. Una bella personaggia è Felel, la giovane che vive con il padre e il fratello, decisa, incurante di quello che pensano di lei, ha un’amarezza d’approccio agli altri ironica e sprezzante, unita alla voglia di ridere. Solo alla fine del film sappiamo che sua madre è stata costretta al suicidio per tutto quello che ha subito. Felel ha una gigantesca cicatrice sul collo che nasconde con un foulard, ma non sappiamo che cosa le sia successo. Molti sono i non detti di questo film ma molte sono le scene dove gli scontri fra le persone, le situazioni che accadono, le parole dette indicano l’oppressione incombente. Tutto all’improvviso può cambiare e l’ago della bilancia spostarsi verso il terrore se un poliziotto più osservante degli altri decide che una donna sola in auto di notte può essere messa in galera per guida in stato d’ebbrezza. Felel è una giovane donna che afferma la sua libertà, passando attraverso il dolore. La sua ferita è quella del lutto subito, di una giovinezza che è già stata offesa ma che continua a affermare la sua vitalità, una libertà di vivere che è una sfida alle pretese degli uomini di mettere le donne al loro posto e azzittirle. Un bel film che ha avuto ottime recensioni, che fa entrare dentro a una realtà socio politica difficile, in una città ampiamente ripresa, Algeri, di cui non riusciamo a vedere niente di bello, se non l’amore con cui i suoi abitanti ci vivono, e ci restano e resistono perché andarsene vuol dire essere considerati dei vigliacchi.

LIBRI, Recensioni, Alice McDermott, “Il nostro caro Billy”, Garzanti, Einaudi

pubblicato da Donatella Massara il 19 agosto, 2017

Alice McDermott “Il nostro caro Billy” che io ho letto nella prima ed. di Garzanti 2000 ma che è stato recentemente ritradotto e pubblicato da Einaudi. È uno dei romanzi della letteratura anglo americana proposti dalla Libreria delle donne di Milano. È stato a lungo in USA uno dei libri più venduti nella classifica del New York Times e è stato premiato. L’ho letto perché scelto dal gruppo di lettura della Galleria delle donne Sofonisba Anguissola di Torino. Scelto per il tema conduttore di un ‘non detto’ a fin di bene che costruisce un’immagine finta della realtà ma che tutti credono vera. Una menzogna che sostituisce il corso della vita delle persone? Non è detto perché la vita forse scorre seguendo un suo percorso che va oltre la volontà dei singoli esseri umani donne e uomini. Il romanzo si apre con il funerale di Billy amico marito parente di una vasta comunità irlandese trapiantata in USA. Si conclude con un matrimonio che si svolge in una chiesa che non è più dedicata a una detronizzata Santa Filomena ma alla Santissima Trinità preferita alla Santa sospettata di non essere mai esistita. Lo sguardo fra lo scettico l’ironico e il profondo coinvolgimento umano con cui l’autrice segue i suoi personaggi si destreggia con grande abilità su sessanta anni di storia rovesciando fra un capitolo e l’altro il tempo del racconto. Senza mai squilibrarsi ma mantenendo una narrazione classica e coinvolgente McDermott sceglie soggetti da cui forse siamo lontanissimi interrogandoci su quello che proviamo e pensiamo. L’amico Billy attorno a cui ruota tutto il racconto e la sua comunità irlandese e’ l’alcoolizzato che muore su un marciapiede per arresto cardiaco ma è anche l’innamorato tradito che crede di avere perduto il suo amore per una polmonite e allo stesso tempo diventa il marito fedele di Maeve che dopo avere assistito un padre alcoolizzato ha sposato l’uomo più bello che avesse mai conosciuto. A chi è capitata la vita più fortunata e per destino o per scelta? Un buon romanzo da non dimenticare.

Politica delle donne: Uno spettacolo di nonne di Donatella Massara

pubblicato da Donatella Massara il 3 agosto, 2017

Consigliato da Sara Gandini sua volta consigliata da Nadia Riva Cicip ho acquistato l’ebook di Rosella Simone, Donne oltre le armi: Tredici storie di sovversione e genere, Milieu, 2017. Il per ora solo mio prossimo spettacolo vorrebbe essere sulle storie di donne. Ho pensato alle nonne, le mie e quelle di altre. Ho così comprato anche Elvira Pajetta, “Compagni” Macchione, 2015 dove la nipote di Elvira Pajetta, nonché cugina di Giovanna Pajetta, racconta la storia di sua nonna e della sua famiglia. Vorrei mescolare più nonne. Le mie e quelle delle altre. Non mancherò di leggere M. Minardi, “La fatica delle donne. Storie di mondine”CGIL SPI, Ediesse, 2005. Ma “come si congiunge la grande storia con la storia? Sempre al margine di una strada?” l’interrogativo se lo pose Ingeborg Bachmann e io lo rivolgo a me e alle altre. La mia storia personale è quella di una pirata, sempre lavori precari, sempre politica fuori dai partiti, sempre scelte radicali anche nel femminismo; arrivata a 27 anni avevo già fatto tutto quello che si chiedeva alle donne anche della mia generazione, mantenendomi sempre irrispettosa verso l’altro sesso. Ho accettato di stare nella norma: laureandomi, anzi aggiungendo a quella pure i master. Cultura compulsiva in moto. Da lì in poi ho fatto tutto quello che volevo e continuo a farlo: sono una donna che vive sola, non ha la pensione, faccio la scrittrice e pubblico senza entrare nella lista d’attesa di case editrici che non stimo così tanto. Se fossi vissuta ai tempi di Roma repubblicana e imperiale dove l’ideale femminile era la donna sposata onesta e che aveva fatto figli sarei considerata uno zero assoluto, non si conserverebbe neanche una pergamena dei miei scritti. Se fossi vissuta in epoca medioevale e avessi rifiutato il convento sarei finita forse in guerra se il mio 1,54 cm di altezza mi avessero consentito di travestirmi da uomo in modo credibile. Se fossi vissuta in epoca rinascimentale avrei potuto continuare a scrivere stando chiusa nella mia stanza e magari avere anche qualche furtivo amore femminile anche se di solito questi scambi avvenivano fra le suore. Se fossi vissuta ai tempi dell’Illuminismo sarei corsa in soccorso della Repubblica partenopea e sarei finita dritta sul patibolo, i salotti non mi piacciono. Se fossi vissuta in epoca risorgimentale sarei emigrata all’estero diventando la dama di compagnia di qualche illustre signora patriota in esilio. Arrivata agli anni anni del primo Novecento avrei cercato di costruire dei luoghi di donne ma, a differenza di Parigi, avrei scoperto che qui erano tutte sposate, non mi sarei fidanzata con una Missy (l’amante di Colette la marchesa che si vestiva da uomo e fumava il sigaro) e sarei diventata una professoressa di ballo. Da qui in avanti ci sono già io, nata nel 1950. Questa sono io ma come parlare delle mie nonne, di chi l’ideale romano ha continuato, certo alla sua maniera, a condividerlo? E le vostre nonne? Chiedo consigli, interventi, idee e via dicendo. Potrebbe essere uno spettacolo teatrale grandioso, off limit, no stop

I gialli di Cristina Rava

pubblicato da Donatella Massara il 12 luglio, 2017

Ho letto un giallo che mi è piaciuto Cristina Rava, “Commissario Rebaudengo. Un’indagine al nero di seppia”, Frilli, 2007. Lui, come lascia intendere il titolo, è il protagonista che la scrittrice esporta poi negli altri romanzi insieme alla anatomopatologa, però, la dottoressa con cui lui alla fine apre una relazione. In questo romanzo però la vera protagonista è l’assassina, che posso fare a meno di rivelare, sottolineando però come Rava abbia costruito una personaggia abbastanza complessa, rivelando come sia lei quella attorno a cui ha indagato, così come è per la vittima e le altre figure femminili che costruiscono il romanzo. Fa piacere vedere l’intelligenza femminile al lavoro. Ha continuato a piacermi Cristina Rava. Anche in “Come i tulipani gialli, Frilli, 2009 brillano le invenzioni di Cristina Rava, sempre molto attenta alla sua esperienza. Altrettanto “Se son rose moriranno”, Frilli, 2014. La copertina parla della nuova indagine di Rebaudengo ma la protagonista è lei dopo il primo romanzo dove c’era lui, al centro. Nei prossimi romanzi sarà solo più lei a indagare, mi dicono le amiche della pagina Facebook La Biblioteca femminista. Ardelia è l’anatomopatologa fidanzata anche con il commissario. Sono più che gialli questi romanzi perché raccontano vite vissute. Qui la trama include di tutto dalla morte violenta di Baciccia l’amatissimo gatto di Ardelia agli assassini di persone anziane. Attraversando personaggi sfaccettati, vicende quotidiane e indagini Cristina è soprattutto simpatica, ironica ha trovato una lingua parlata che si mescola a quello che lei sa e che vuole farci sapere, quindi alla lingua letteraria. Scelte sue ma rispettabili come le grandi conoscenze in materia medica. Non a caso la scrittrice ha studiato per qualche anno per diventare medica. Questi romanzi li consiglio anche perché a me sembrano un poco snobbati essendo stati pubblicati da una casa editrice di noir ‘liguri’. Secondo me è molto sottovalutata quanto altre scrittrici più note sono sopravvalutate.

LIBRI, Segnalazioni Michela Fontana “Nonostante il velo”, VandA, 2014

pubblicato da Donatella Massara il 5 febbraio, 2017

Mercoledì 8 febbraio ore 18 presentiamo alla LIbreria delle donne-Circolo della Rosa di Milano, via P.Calvi 29 il libro di Michela Fontana “Nonostante il velo”, VandA
edizioni, 2015, con la partecipazione di Jolanda Guardi studiosa della lingua araba, presentano Donatella Massara e Laura Modini. Parleremo con l’autrice che ha vissuto in Arabia Saudita e ha intervistato numerose donne delle più diverse età, tendenze e condizioni sociali. Il quadro che ne esce, come dice l’autrice, è che nonostante il velo “sempre più donne saudite si fanno protagoniste del loro destino. Non più rassegnate e sottomesse, ma attive e coraggiose. E vogliono che le loro voci siano udite. Per due anni e mezzo le ho cercate, le ho interrogate, le ho ascoltate. Sono loro il tesoro nascosto del paese.”

LIBRI, Testi, Francesca Serra, “La grande Blavatsky”, Bollati Boringhieri, 2016

pubblicato da Donatella Massara il 30 gennaio, 2017

Il libro di Francesca Serra “La grande Blavatsky”, Bollati Boringhieri, 2016 mi è molto piaciuto. L’autrice racconta la storia di Helena Blavatski di cui vanto di possedere l’ormai introvabile biografia di Sylvia Creston, “Helena Blavatsky. La straordinaria vita e il pensiero della fondatrice del movimento Teosofico moderno”, Armenia, 1994. La narrazione di Francesca Serra è una magistrale divagazione dove le più inaspettate notizie svelano poi gli interni legami per allinearsi lungo la stessa linea di racconto. Non mancano le immagini che accompagnano il testo seguendo il gusto personale dell’autrice a illustrare il suo racconto. Ma la colla preferita di Francesca Serra è la leggerezza quella con cui guarda a un intero secolo, ironizzando anche dove ci sarebbe da stare mute, impettite e serie. Questa sua grande abilità di scrittura sfugge a tutte le trappole possibili il libro che ci offre è prima di tutto avvincente.
MERCOLEDI’ 1 – 2 – 2017 alla LIbreria delle donne-Circolo della Rosa Milano, via P. Calvi 29 ore 18,30 incontro con Francesca Serra con Rosaria Guacci, Marisa Caramella e Mirella Maifreda

Donatella Massara

LIBRI, Donatella Massara, “La Scuola Carla Strauss dall’arte del movimento al movimento in movimento”, Edizioni Carla Strauss, 2016

pubblicato da Donatella Massara il 24 gennaio, 2017

E’ uscito il mio nuovo libro. E’ dedicato alla Scuola Carla Strauss, fondata nel 1927 a Milano da Carla Strauss, una pioniera della nuova ginnastica nata dalla nuova danza. E’ stato per me questo libro un bellissimo viaggio fra le testimonianze di quante hanno vissuto intensamente la sua energia collegata alla loro vita, in alcuni casi, fino da bambine. Spinta dalle domande che nascevano in me mentre approfondivo la ricerca sono andata alla scoperta della sua possibile collocazione in questa storia meravigliosa del movimento, della danza, della ginnastica. Dalla fine del XIX secolo il movimento come arte ha preso un rivoluzionario sviluppo grazie a alcune figure geniali, soprattutto donne come Isadora Duncan, e molte altre ancora di cui in questo libro si parla: Loie Fuller, Ruth de Saint Denis, Genevieve Stebbins, Hede Kallmeyer, Bess Mensendieck,  oltre a quelli uomini che hanno codificato in metodi queste nuove intuizioni. Il libro è possibile comprarlo presso la Scuola Carla Strauss cs. Buenos Aires 64, Milano, alla Libreria delle donne di via P.Calvi 29 a Milano, inviandomi una mail a donatella.massara@fastwebnet.it

 

Fotografia di Carla Massara

Città Vicine, Articoli: A Belgrado si muore nel silenzio del mondo

pubblicato da Donatella Massara il 22 gennaio, 2017

ARTICOLO DI FRANCA FORTUNATO PUBBLICATO SUL QUOTIDIANO DEL SUD IL 19.01.2017

A BELGRADO SI MUORE NEL SILENZIO DEL MONDO

“In questo mondo scosso ogni giorno più profondamente dai fremiti della fine vicina, fra nuovi terrori e speranze mi accadde di incontrare Lorenzo (. ..), un operaio civile italiano. Mi portò un pezzo di pane e gli avanzi del suo rancio ogni giorno per sei mesi; mi donò una maglia piena di toppe; scrisse per me in Italia una cartolina, e mi fece avere la risposta. Per tutto questo, non chiese né accettò alcun compenso, perché era buono e semplice, e non pensava che si dovesse fare il bene per un compenso (…). Io credo che proprio a Lorenzo debbo di essere vivo oggi; e non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avermi costantemente rammentato, con la sua presenza, con il suo modo così piano e facile di essere buono, che ancora esisteva  un mondo giusto al di fuori del nostro, qualcosa e qualcuno di ancora puro e intero, di non corrotto e non selvaggio, estraneo all’odio e alla paura; qualcosa di assai mal definibile, una remota possibilità di bene, per cui tuttavia metteva conto di conservarsi”,  così scrisse Primo Levi nel suo libro autobiografico “Se questo è un uomo”. Continua a leggere »