Libri Recensioni Katia Ricci, Lupini e violette dietro il filo spinato, Luciana Tufani, 2020

pubblicato da Donatella Massara il 7 giugno, 2020

RECENSIONE DI FRANCA FORTUNATO PUBBLICATA SUL QUOTIDIANO DEL SUD IL 06.06.2020

RACCONTI DI DONNE NEL CAMPO DI RAVENSBRUCK

“Lupini violetti dietro il filo spinato – Artiste e poete a Ravensbruck” è l’ultimo libro della critica d’arte Katia Ricci, la cui pubblicazione ha coinciso con questo tempo di pandemia.

Il titolo riprende una frase di una delle lettere che Etty Hillesum, morta ad Auschwitz, scrisse per esprimere la bellezza che lei riusciva a cogliere anche in un luogo di grandi sofferenze come il campo di smistamento di Westerbork. Capacità di cogliere la bellezza anche in situazioni estreme è quello che mostra di avere anche l’autrice nell’avvicinarsi e nel narrare le storie delle donne rinchiuse nel campo di concentramento per sole donne di Ravensbruck. Come hanno fatto a sopravvivere agli orrori del campo? Quali strategie si sono inventate? Quali rapporti, quali relazioni le hanno sostenute? Che cosa spinge l’autrice ad interessarsi di loro? Sono domande di fondo che accompagnano chi scrive e chi legge e che fanno del libro, come i precedenti dell’autrice, un testo di ricerca e di interrogazione di sé, della propria esperienza di donna in relazione all’altra, alle altre,  pur  riconoscendone l’incommensurabilità esperienziale.

“Scrivere sulle donne del campo di concentramento di Ravensbruck ha significato per me non solo e non tanto fare un viaggio nell’orrore e provare sentimenti di pietà, di dolore e di sdegno – condivisida chi legge – ma soprattutto è stato un viaggio dentro di me. Infatti la domanda più corrente che mi ponevo era perché mi interessasse tanto. Mi sono riaffiorate immagini della mia infanzia e giovinezza, che avevo rimosso, ma che mi sembrava avessero la minima attinenza con la storia di cui mi occupavo. Poi ho capito che in qualche modo io e le donne di Ravensbruck avevamo qualcosa in comune: l’essere nate e essere state sottoposte, in una misura incomparabilmente diversa, alla stessa cultura patriarcale, che per loro si è tramutata in un’estrema violenza”, violenza che riconduce l’autrice a sua madre, alla violenza del padre a cui lei bambina ha assistito. Da qui il desiderio intimo e profondo che la spinge verso le donne del campo per riscattare sé stessa, la madre, loro e tutte le donne che subiscono la violenza maschile, da un sistema patriarcale che le vuole vittime. Nell’orrore del campo, come nella vita della madre, pur nell’ incomparabile diversità, lei cerca e trova un’immagine altra di donna/e, trova grandezza, forza, coraggio, creatività, umanità, senso di sé, guadagnate attraverso il primato delle relazioni, la solidarietà, l’amicizia tra donne, che nel campo “davano dignità”.                               Un racconto diverso da quello che comunemente accompagna la narrazione della deportazione e dello sterminio che, se pur accomuna nella sofferenza donne e uomini, cancella la differenza femminile che l’autrice, invece, indaga e narra attraverso le testimonianze delle sopravvissute, delle poesie e dei disegni che hanno prodotto. Tra il 1939 –’45 scrissero ben 1200 poesie di cui alcune riportate nel libro. Scrivevano inventandosi vari stratagemmi e aiutandosi l’una con l’altra. Scrivevano per piacere, per lasciare un ricordo di sé, per testimoniare un avvenimento; scrivevano “perché scrivere era salvarsi” come il raccontarsi. Si raccontavano e si scambiavano le ricette di cucina e quasi le recitavano ad alta voce a turno, traendone un grande conforto. La sera, distese nei loro giacigli, o durante il lavoro nelle cucine a pelare patate, si raccontavano reciprocamente storie, trame di libri o opere teatrali, come appare nei disegni realizzati dalle artiste del campo. Frammenti di vita quotidiana, veri documenti e testimonianze di quanto succedeva nel campo, sono quei disegni realizzati con carte e mozziconi di matite sottratte dalle deportate che lavoravano negli uffici. Il libro ne contiene 42 che l’autrice legge e interpreta. La maggior parte dei disegni furono distrutti dalle SS che non volevano testimoni. Ma per fortuna una parte è rimasta e alcune sopravvissute, dopo la liberazione, sono riuscite a rifare molti di quelli andati perduti. Un libro originale, reso unico dallo sguardo che l’attraversa, che vede e fa vedere, nonostante l’orrore che non viene taciuto, la bellezza che teneva insieme la vita di quelle donne, la vitalità, la speranza, l’amore, l’umanità che fecero di loro delle sopravvissute non solo e non tanto nei corpi quanto nelle anime. Un libro da leggere e fare conoscere, in particolare alle nuove generazioni di donne e uomini.

“Lupini violetti dietro il filo spinato – Artiste e poete a Ravensbruck” di Katia Ricci Ed. Luciana Tufani pgg. 105 €14,00

Città Vicine: Quei lenzuoli conto la mafia di Franca Fortunato

pubblicato da Donatella Massara il 28 maggio, 2020

ARTICOLO DI FRANCA FORTUNATO PUBBLICATO SUL QUOTIDIANO DEL SUD IL 28.05.2020

QUEI LENZUOLI CONTRO LA MAFIA

NEL GIORNO del 28esimo anniversario della strage di Capaci dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, magistrata, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, sui balconi di Palermo e di altre città sono riapparsi i lenzuoli contro la mafia.

Pochi sanno, nessun giornale o telegiornale nel darne notizia l’ha ricordato, l’origine di quella protesta, inventata dalle donne di Palermo in quell’estate del 1992. L’idea è partita da una di loro, Marta Cimino, un’altra donna l’ha sostenuta e poi altre ancora, fino a dare vita al Comitato dei lenzuoli. Nello scrivere di quell’esperienza mi affido al racconto che ne fa una delle protagoniste, la scrittrice Clelia Lombardo nel suo libro “La ragazza che sognava la libertà – Storia di Lia Pipitone giovane vittima della mafia”. Tutto ebbe inizio la mattina dopo i funerali delle vittime. Marta Cimino era nel suo ufficio e insieme alle colleghe si chiedeva come fosse possibile rientrare nella quotidianità. Sottovoce disse: “Se mettessimo dei lenzuoli ai balconi con scritte di protesta?”, “Si può fare” rispose una sua collega. All’inizio i lenzuoli furono pochi, presto si moltiplicarono. “Il lenzuolo che i servizi di cronaca mostrano macchiato di sangue sui corpi senza vita, velo alla scompostezza della morte violenta – scrive la storica Giovanna Fiume – lo abbiamo lavato e candeggiato e appeso ai balconi delle nostre case”, per mostrare al mondo intero la tragedia, che aveva colpito Palermo. Lenzuoli bianchi tirati fuori dai cassetti di casa, su cui si scriveva: Per Falcone, No mafia, Via la mafia, o i nomi dei poliziotti uccisi. Al passaggio dei cortei la gente si affacciava e li srotolava dalle ringhiere battendo le mani. Le donne del Comitato dei lenzuoli prepararono anche dei piccoli lenzuolini, pezzetti di stoffa di pochi centimetri che appuntavano sulle camicie, sui vestiti con uno spillino con la testa colorata. Li distribuivano alla gente e, durante la grande manifestazione del 27 giugno li appuntavano sulle magliette dei manifestanti.
Poi arrivò la strage di Via D’Amelio con l’uccisione del magistrato Paolo Borsellino e della sua scorta. Alcune delle donne del Comitato dei lenzuoli portarono in piazza sedie, tavolini, una tenda canadese e iniziarono lo sciopero della fame per chiedere le dimissioni di coloro che nelle istituzioni non avevano protetto il giudice. “Ho fame di giustizia, digiuno contro la mafia” era scritto in un cartoncino giallo che le donne del digiuno tenevano appeso al collo. Rimasero in piazza per un mese, notte e giorno. Anche questa volta partirono in poche e ben presto si ritrovarono in molte. La piazza divenne luogo d’incontro e di confronto, appendevano striscioni, lenzuoli, facevano comunicati stampa, letture, pezzi teatrali, spiegavano cos’è la mafia agli stranieri. Al funerale semideserto di Rita Atria, la collaboratrice di giustizia che si suicidò dopo la morte del giudice Borsellino, alcune di loro portarono a spalla la bara.
Cancellare, rimuovere dalla memoria collettiva, come si è fatto anche in questa occasione, questa che non è storia di donne per donne ma storia, per donne e uomini, è un modo per cancellare la differenza femminile ed impoverire la lotta contro la mafia. Non cancellare le donne è il primo passo per quel cambio di civiltà già in corso e che ci impone anche il dopo coronavirus.

 

Libri Recensioni Per un percorso sulle donne nella storia: titoli

pubblicato da Donatella Massara il 20 maggio, 2020

Sul medioevo una grande storica è stata Regine Pernoud con gli scritti su Giovanna d’Arco, Eloisa e Cristine de Pisan ”Storia di una scrittrice medievale Cristina da Pizzano” Jaca Book, 1996. E Luisa Muraro che ha fatto grandissimi studi sulle donne più interessanti del Medioevo sulle streghe con “La signora del gioco” (Feltrinelli 1977) su Guglielma la boema e la sua eresia femminista con “Guglielma e Maifreda storia di un’eresia femminista” La Tartaruga, 1985 e sulle mistiche con “Le amiche di Dio” D’Auria, 2001 e su Margherita Porete con “Lingua materna scienza divina” D’Auria, 1995. Poi ci sono gli studi sulle beghine molto interessanti di Silvana Panciera “Le Beghine. Una storia di donne per la libertà”, Gabrielli, 2011 e quelli di Eileen Power “Donne del Medioevo”, Jaca Book, 1984  Sul Medioevo uno studio recente che parla del suo soggetto ma spiegando l’intera società del suo tempo (saggio molto impegnativo di 500 pagine) è Colette Beaune Giovanna D’Arco Il Saggiatore 2019

 

Sull’eta’ moderna recentemente ho letto lo studio di Edgarda Ferri “Giovanna la pazza. Una regina ribelle nella Spagna dell’Inquisizione” Mondadori, (1996 1a ed) ebook 2017 la regina figlia di Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona madre dell’imperatore Carlo V. Questo studio partendo da una donna con tutti i privilegi del suo rango da’ l’idea fino a dove il patriarcato esercitava il potere sulle donne. E sul Seicento “La civiltà della conversazione” di Benedetta Craveri (Adelphi, 2001). Sul periodo illuminista e il  Settecento la storia di Olympe de Gouges che scrisse nel 1791 I diritti della donna e fu ghigliottinata “La musa barbara. Scritti politici (1788-1793), Medusa, 2009. Sull’Ottocento ci sono vari studi a me piace molto un’autobiografia Neera “Una giovinezza del 19esimo secolo”, La Tartaruga, 1975. Sulle conquiste dei diritti delle donne nel XX secolo “Diventare cittadine. Il voto alle donne in Italia, Giunti, 1996 di Anna Rossi Doria. La storia in quattro volumi di Michelle Perrot e G. Duby raccoglie molti saggi che parlano delle donne nei secoli. Ma la ricerca va avanti

Sull’età contemporanea ci sono moltissimi studi, campi di ricerca e diversità di approcci, la storia delle donne ha una grande storica Annarita Buttafuoco che fra gli altri studi scrisse “Le Mariuccine” storia dell’Asilo Mariuccia e della condizione delle ragazzine povere in quel tempo. Fu fondato nel 1902 da Ersilia Maino e dalle femministe milanesi. Ormai fuori catalogo ha una bella presentazione sul sito della casa editrice https://m.francoangeli.it/…/Le-mariuccine.-Storia-di…

Per non fissarsi sulle generalizzazioni è importante guardare alle trasgressioni sul genere. A cura di Laura Guidi e Annamria Lamarra, “Travestimenti e metamorfosi. Percorsi dell’identità di genere tra epoche e culture” Filema, 2003

Donatella Massara

Testi Politica delle donne Presentazione di AA.VV., La Spirale del tempo a Apriti cielo!, 2019

pubblicato da Donatella Massara il 12 maggio, 2020

La mia filosofia è una filosofia dell’origine per cui mi ritrovo nella  pratica della storia vivente che ha un principio importante: può spingere a scoprire, fermarci, raccontare un’origine di ciò che siamo o siamo stati o di altro. Un lavoro fatto molto puntualmente da Laura Modini Marirì Martinengo Marie Therese Giraud.  Scoprire una possibile origine di ciò che siamo è un lavoro difficile. Ma promettente, non ci lascia ferme ci manda sempre in un movimento. Questa storia però è impegnativa per noi che la facciamo o per noi che la leggiamo. Fa anche paura e induce a atteggiamenti di chiusura. Fa nascere il desiderio di controllarla dicendo cosa può fare o cosa può non fare. Slitta facilmente verso le accuse di sentimentalismo versus ragione riportando sul presente le versioni misogine che davano gli uomini delle donne: troppo sentimentali, isteriche in preda delle fantasie, incapaci di usare il giudizio intellettuale perchè troppo affette dai sentimenti. Etc.

 

Ora alcune osservazioni su questa storia. La storia ha una continuità uno svolgimento una durata e un riconoscimento a cui corrisponde una linearità, che a un certo punto si chiude, a questa costruzione corrispondono le epoche storiche e le interpretazioni della storia, le storiografie. Conosco bene la storia marxista che prevedeva una rivoluzione nel passaggio dall’accumulazione capitalista, durante la quale la borghesia aveva compiuto su tutto il suo ruolo storico propulsivo, fino al suo massimo espandersi; dalla fase calante del capitalismo determinata dalla caduta del saggio di profitto sarebbe uscito un nuovo corso storico dove il soggetto propulsivo sarebbe stato il proletariato.

 

Questa storia vivente salta via dalle interpretazioni storiche. E racconta la storia soggettiva. Gli echi della storia sociale o politica o della filosofia della storia rientrano ma sono differiti sullo sfondo perché l’elemento storico centrale è quello collegato alle testimoni scriventi. La narrazione procede illustrando le idee, non solo i fatti, ma queste idee hanno le loro fotografie e con la loro dispersività di dettagli fanno entrare nel vivo del racconto. E’ questa dispersione che costruisce la narrazione, quindi non c’è l’interpretazione psicologica che sovrasta e chiude. Nello stesso tempo la narrazione ci spinge a rintracciare delle sintesi. Io ho visto fortemente descritta e testimoniata una società maschile e anche maschilista che si trasmette i suoi codici e le norme di legge, i comportamenti ancestrali e non scritti a cui gli uomini guardano e obbediscono saltando i soggetti in carne e ossa che uomini non sono. Ho visto uomini che si parlano e si rispondono fra i gruppi famigliari più diversi, per geografia di collocazione, ceto sociale, età anagrafica, storia personale. La società delle donne non si parla così a distanza, ma esprime tutta la sua energia. E’ quella che Luciana Tavernini ha riletto più decisamente facendo slittare la vita delle donne che ci hanno precedute dall’obbligo della necessità a essere in un certo ruolo all’essere manifestazione della libertà dentro a ruoli di vita necessari. Forse è questa energia della sessualità femminile che andrebbe riletta con più convinzione. Noi vediamo in questi racconti che la sessualità femminile ha i suoi disegni progettuali. E’ una lettura che parte dalle personagge per arrivare alla differenza sessuale e riesce a darle un tracciato per chi legge. Viceversa una storia muta della differenza tenterebbe di allineare le personagge in astrazioni anonime. Qui invece la storia delle donne ha le sue protagoniste, le sue eroine, le sue malefemmine. Le donne e gli uomini sono tutti esseri umani ma determinati. I secondi gli uomini sono determinati da codici comportamentali, dal potere delle relazioni fra maschi a cui delegano, sperando nell’omertà, l’autorizzazione all’abuso delle donne, delle bambine, usando la sessualità come mediazione di un sesso reso padrone di un altro. Gli uomini prevaricano fino a che non fa rottura la società delle donne. L’ordine della madre fa molto di più che mettere un limite, come fanno le leggi, piuttosto si riformula, aprendo la mente all’altra parte, agli uomini quando ci riesce. La società delle donne protegge o sviluppa altre possibilità di svolgimento, apparentemente quasi impossibili. Fa quindi meraviglie arrivando al sacrificio estremo, per fortuna poche volte. Però riintegra le figlie o le altre donne dentro a trame larghe dove trovano spazio le improvvisazioni, i salti delle predestinazioni, date le condizioni fisiche, geografiche, psichiche che ci capitano. Le testimoni parlanti e scriventi che hanno lavorato fra di loro sul profondo nascosto e non detto delle loro storie sono in carne e ossa presenti. E’ quindi la storia vivente una storia del presente, perché viene svolta in PRESENZA DELLE ALTRE. Mi piace cosa dice Martha Graham la danzatrice, madre della danza moderna per avere inventato un metodo trasmissibile. Da “Memoria di sangue Un’Autobiografia” (pag 14)

 

“Il presente è la sola cosa che abbiamo. Iniziamo dal presente, da quello che conosciamo, e ci incamminiamo verso antichi mondi sconosciuti. Credo che il passato si possa ritrovare solo dentro noi stessi, in ciò che stiamo vivendo adesso, in ciò che fa parte della nostra vita in questo momento. Non sappiamo nulla del passato, finchè non lo scopriamo. E lo scopriamo nel presente. Contemplare il passato è come cullarsi su una sedia a dondolo. E’ così rilassante si oscilla avanti e indietro. NON FA PER ME”

 

Sono tutti viaggi nella soggettività.

Bella la scoperta di Laura Modini della sua storia vivente e di come nasce nel dolore per la prossima morte di sua madre facendo ricomparire la nonna lucana, fra mito leggenda e ricordo vivo. E’ bella questa freschezza infantile che dischiude la meraviglia del passato, come nei film peplum, i film sulle gesta degli antichi che tanto le erano piaciuti quand’era piccola.

Questa lontananza epica -come dice- attenuava la sua sofferenza. La lontananza ho visto che spesso è utile per dissociare i ricordi. Ecco che Laura li riconnette, mandata in ospedale per le cure della polio rivive dentro di lei “il senso di solitudine” ma riattiva la figura di sua madre che faceva di tutto per andarla a trovare. Non è facile uscire dall’idea che nostra madre sia stata una madre peggiore di altre o migliore. Basterebbe, invece, riconoscere che è stata una madre.

 

La storia vivente non è fatta per le stravaganze, io penso questo. Il lavoro che è stato fatto dalla Comunità che ha scritto La spirale del tempo è limare le punte di originalità per immettersi dentro a un tessuto dove le somiglianze siano caratterizzate, tutto sta a coglierle, a farsi prendere dentro il racconto per identificarsi, in questo modo entriamo nel flusso vivo del racconto come in un romanzo, un bel romanzo.

 

Ecco che il racconto di Laura è uno dei più pedagogici, in questo senso, lei dice “Io non volevo vedermi né sentirmi diversa”. Attenzione che questo principio riguarda tutti e tutte. Nessuna e nessuno vuole sentirsi DIVERSA o Diverso, magari differente. Andiamo a vedere in che cosa siamo vissute dalla società come diverse piuttosto che assimilare la diversità, semplicemente.

(Diverso significa alieno straniero deviato – differente significa dissimile anche solo parzialmente, è molto piu’ morbido come significato)

Così pure è interessante – attraverso il suo racconto – capire quali ripercussioni abbiano su di noi- piccole creature -i frammenti di passaggio della storia, quella grande, quando cambiano le leggi o le trasformazioni di quella storia che corre nella società. Penso, quando cambiano le proposte pubbliche, alla grande differenza che c’è fra sapere le cose del sesso dalla spiegazione di una maestra a scuola o saperlo dalle confidenze dell’amichetta più disinvolta. E ancora forte è il finale di Laura che rimanda a un insegnamento per tutte “Sento che se permetto a questo amore (per mia madre) di uscire liberamente sarò in grado di guardare con serenità, senza più sensi di colpa, al desiderio di libertà che ha caratterizzato le mie scelte di vita”

Donatella Massara

Politica delle donne, Testi, Badiamo a noi di Donatella Massara

pubblicato da Donatella Massara il 12 maggio, 2020

Qualcosa cambierà, lo dicono tutti. La retorica che prevale dice: cambierà e non può che essere un bene. Non lo so. Rifuggo dalla retorica. Quindi mi attesto su me stessa. Quello che è cambiato in tutte e tutti è la percezione della malattia. I posti in ospedale sono maledettamente pochi. Lo sapevamo. Attese di mesi per essere operate di un tumore, al seno. A pagamento in quindici giorni tutto risolto. Io lo so perché ho una lunga storia di tumori al seno. Ho cominciato nel 1994 a 44 anni non ancora compiuti. Sono stata operata all’IEO appena aperto, a pagamento. Allora era appena morto mio padre ma mia madre era ancora viva sarebbe morta pochi anni dopo. Avevamo ricevuto anche l’eredità di una cugina, morta di tumore al seno, l’anno prima. Ho poi avuto altre due operazioni nel 2006 e nel 2007, con la mutua. Non avrei certamente potuto permettermi altre soluzioni, anche se l’attesa di mesi nel 2007 c’è stata, con questo tumore che sentivo diventare sempre più grosso. Finalmente è venuto il mio turno. Ha visto? Mi ha detto la chirurga quando il risultato è stato buono, niente linfonodi intaccati, benchè avesse girato per vari convegni mentre aspettavo che mi chiamasse. Ecco tutta questa trafila che attraversa la mia vita da 26 anni, che significa controlli, prevenzione, attenzione, autovisita, dieta, fare parte di programmi di studio, partecipazione a incontri sempre dal punto di vista della dieta alimentare in cui credo, so che cambierà. Ma forse no. Magari invece no. Diventerà ancora più importante approfondire la ricerca, quella genetica, per esempio, che, avendo scoperto la mutazione genetica che mi predispone al cancro al seno, mi vede fra le protagoniste interessate.

Faccio il punto di come vedo la situazione. Di tutto quello che avverrà sul fronte della sanità non sappiamo niente, neppure sappiamo cosa avverrà di un’economia che avrà è ovvio una montagna di problemi anche di sopravvivenza pura e semplice. La sanità da settore importante vessato dai tagli ma che salvava la faccia con un aggiustamento e l’altro, un taglio di qui e un finanziamento farmaceutico di là, uno studio in più a destra, e un altro in meno a sinistra, ha mostrato un contradditorio risultato. Capace di gestire un’emergenza mai vista prima, di costruire ospedali in 15 giorni quello che fino a un mese prima ‘solo i cinesi ci riescono’, sostenuta da un numero altissimo di donne e uomini che hanno fatto richiesta di intervenire, abile a gestire una malattia, fino a dove è possibile, avvicinando il malessere con sistemi abituali ma non sperimentati per il Covid 19. Questa sanità ha però sacrificato migliaia di donne e uomini non avendo a disposizione le protezioni che una politica sanitaria avveduta, in mano a governanti capaci di pensare non solo alla spesa, aveva il dovere di rifornire.

La mia percezione della malattia oggi è cambiata. Mi sono convinta che ammalarsi è un lusso. Purtroppo la malattia non è solo una questione di accidenti capitati in seguito all’età, al clima, alla conformazione fisica, ai contagi, appunto, la genetica ci insegna che apparteniamo a catene umane che ci mettono fino dalla nascita dentro alle malattie. Non per tutte e tutti però, ci sono alte percentuali ma chissà perché c’è chi scappa via dal suo destino genetico. Quindi niente è detto mentre cerchiamo di dire tutto. Forse è qui che potremmo agire. Sulla percezione del costo della malattia devo molto a mio cognato Paolo Banfi che – oltre a essere un ottimo pneumologo che mi ha sempre curato molto bene- nella discussione politica quotidiana mi ha sempre avvertito che era con questo sguardo che mi toccava guardare alle cure che ricevevo, per diritto, tutte gratuite benchè molto costose. Esami del sangue, mammografie, ecografie, Risonanza magnetica ogni anno, visite ginecologiche con ecografia, operazioni, caspita quanto sono costata in questi anni alla spesa pubblica. Ho ricambiato – oltre che pagando le tasse – come so fare io: con moltissimo lavoro gratuito, ho creato luoghi virtuali di successo, non per il commercio ma per diffondere sapere, relazioni, conoscenza, cultura, politica delle relazioni fra donne e con gli uomini che vogliono entrarci. Ho fatto conoscere la scrittura delle donne. Ho fatto spettacoli teatrali   creando la compagnia Donne di parola per comunicare il pensiero delle donne oltre che il mio. Ho scritto molto sulla rete. Ho pubblicato tre libri che non mi hanno fatto guadagnare niente. Questo è il mio impegno con cui collaboro a fare di questa società un luogo dove il pensiero la parola l’agire delle donne e intrinsecamente di tutti sia centrale nelle scelte politiche economiche sociali.

C’è la gestione della malattia in una direzione che comprende tutta la persona umana. A questa visione della malattia concorre in modo importante la dieta e qui devo molto a chi mi ha introdotto nel mondo della macrobiotica intrecciata con la cura del tumore al seno, Franco Berrino, sua moglie Jo recentemente scomparsa, e Elena Alquati, che è stata la sua assistente e cuoca, le amiche e gli amici dell’ex Punto Macrobiotico di Segrate, Cinzia Bertozzi, Mara Montesano, Marina Mazzotti amiche che condividono con me la pratica della questione alimentare come centrale. Recentemente ho avuto qualche contatto anche con le amiche e gli amici di Cuisine e Santè , fondato da Renè Levy e ho assimilato anche da questo gruppo di seguaci delle dottrine di George e Lima Oshawa, così come da Martin Halsey, fondatore di La sanagola, ristorante macrobiotico, e di cui tengo presente la dottrina attraverso la sua lettera quindicinale di consigli.

Esiste una gestione quotidiana della malattia e della propria salute come una cosa sola. Una gestione quindi non estemporanea, occasionale, deterministicamente dettata da un malessere e neppure dai protocolli, dalle medicine, dalla cura ospedaliera, con visite, controlli, esami. E non ho detto che siano da escludere. Dico però di considerare per ogni essere le pratiche adottate per vivere. Alla gestione quotidiana dell’essere che siamo fa da completamento il lavoro motorio. Danza, Ginnastica, Pilates, Camminare, quattro discipline a cui mi dedico per la mia salute. Con l’esclusione del Pilates le conosco abbastanza bene, le pratico così da anni che penso non solo di poterle insegnare, ma soprattutto di poterle praticare in autonomia. E come insegna Berrino ho praticato e pratico anche da anni la meditazione camminando.

Oggi ho una nuova percezione della malattia, che stia diventando un lusso. Da un giorno all’altro ho visto che le persone malate prima del Coronavirus, contate sullo sfondo dei numeri complessivi della popolazione che popola il nostro pianeta, sono pochissime. Sono così poche che quando si allarga il numero di chi abbisogna di cure salta il sistema delle normali relazioni di vita sociale, affettiva, lavorativa. Certo, mi rispondo da me: è perché la normalità è la salute, non la malattia. E già, è vero, anche per me la normalità è la mia salute che mi ha permesso di fare tante cose negli anni, eppure io ho anche una malattia per la quale pratico esami diagnostici, operazioni, cure dal 1994. E grazie a questa diagnostica, insieme all’autodiagnosi, ho avuto l’operazione di tre tumori e con la diagnosi di una mutazione genetica ho avuto anche un intervento preventivo.

Oggi ho la percezione che la mia malattia è un lusso. Forse è proprio un lusso che me la sia consentita, genetica a parte. Chissà mi dico forse una parte di me, nell’inconscio ha detto ma sì autorizza le tue cellule a replicarsi male, metti a riposo il tuo sistema immunitario, sospenda la sorveglianza su quelle cellule sbagliate, lascia correre la malattia. Perché non lo so, forse perché la salute dopo la malattia è una botta di vita. Ma qualsiasi sia la risposta, da ora in poi ci vuole più attenzione perché occhio croce i soldi saranno molto meno di oggi. A me che ho quasi 70 anni forniranno ancora gratis gli esami che mi servono per sorvegliare il mio DNA ?

Ad ogni buon conto suggerisco di pensare attentamente a cosa facciamo per la nostra salute, come dire? Gratis. Pensateci bene. Non ci sono solo i mezzi della diagnostica, per prevenire i tumori piuttosto che le malattie cardiovascolari. Ci sono semplici pratiche di vita quotidiana, come l’attenzione al cibo, all’evitamento di ciò che può nuocere a noi ma anche all’ecosistema, come la carne, in generale, il fumo, che nuoce pure all’ambiente, oltre a chi ci sta di fianco, anche l’alcool, fa male, i dolci sono dannosissimi non solo ai denti come ci dicevano da bambini. Ora queste esperienze di self-help (di autoaiuto) praticate in comunità ci possono salvare e dare la felicità di pratiche che non costano alla comunità e possono essere altamente capaci di darci una buona salute, e almeno di darci il potere di decidere di noi stesse e noi stessi.

Datevi da fare amiche e amici smettiamola di esaltare i cibi che usano gli animali, galline, vitelli, maiali, cacciagione, dedicatevi al piacere di una alimentazione senza lo stupido zucchero, anche quello integrale fa male, e anche lo sciroppo di mais, di frumento, di riso, il miele con cautela, ogni tanto, quanta fatica fanno le api per produrlo. Accettiamo ogni tanto di mangiare il pesce che sta alla base della scala della natura, possiamo, ma consumiamolo con gratitudine, facendo attenzione a non sporcare il mare che è il suo habitat. Godiamo invece di quelle stupende fioriture di cereali, di verdure, anche di frutta ma questa con parsimonia, andiamo incontro ai cibi che scaldano il corpo, la mente e il cuore, se c’è questa disponibilità.

Alimentarsi con attenzione a cosa si mangia è una medicina naturale che ciascuna e ciascuno di noi può conoscere in soggettiva, partendo da sé. È una medicina che non costa niente al bilancio pubblico e spinge a prestare attenzione a se’, qualsiasi passo verso la ricerca di sé va bene, come sappiamo che coprendoci la gola scaldiamo di più il corpo per non infreddarci, possiamo sapere mangiare cibi che scaldano in inverno per darci energia e come d’estate equilibriamo la perdita di liquidi con cibi che li trattengano.

Sempre di più ci verrà opportuno sapere badare a noi, curandoci l’una con l’altra, l’uno con l’altro, l’una con l’altro, l’uno con l’altra e quello che abbiamo imparato in questi anni, la nostra saggezza del corpo servirà a noi e alla comunità.

Ha scritto Annie Ernaux nella sua bellissima lettera « nous ne laisserons plus nous voler notre vie,  nous n’avons qu’elle, et  « rien ne vaut la vie » (Sappia, signor Presidente, che non ci lasceremo più rubare la nostra vita, non abbiamo che questa e “nulla vale quanto la vita”)Politica delle donne

Articolo pubblicato sulla rivista on line VD3 sul sito della Libreria delle donne di Milano

LIBRI, Recensioni Donatella Massara “Donne che attraversano la scena teatrale”, di Serena Fuart

pubblicato da Donatella Massara il 12 maggio, 2020

QUANDO IL TEATRO SPOSA IL FEMMINISMO: UN VIAGGIO NELLA STORIA DI GRANDI DONNE MA NON SOLO…

Il nuovo libro di Donatella Massara “DONNE CHE ATTRAVERSANO LA SCENA TEATRALE” unisce la passione artistica dell’autrice alla sua pluriennale esperienza politica nel movimento femminista della differenza sessuale. Ne esce un testo che scardina i tradizionali punti di vista della storia e dell’arte per farne una rilettura originale in chiave femminista.

In questo libro l’arte teatrale sposa la politica delle donne nel senso che, attraverso l’arte scenica, l’autrice fa anche politica femminista: il libro è, principalmente ma non solo, un viaggio di donne, donne in relazione tra loro, che attraverso i testi teatrali, scritti da Donatella Massara e fedelmente riportati, ci portano dentro la vita e la storia di grandi protagoniste.

Il testo si compone di sette pièce, scritte dall’autrice, in scena in questi anni con la compagnia teatrale Donne di parola. 

Ma in che modo il teatro si sposa con il femminismo?

Sicuramente la maniera di intendere la storia. Questa non è quella istituzionalmente intesa, ma si tratta di un narrato che emerge quando due o più donne si mettono a discutere in relazione tra loro e rileggono gli eventi passati in un’ottica diversa, un’ottica della differenza sessuale, facendo luce su protagoniste spesso dimenticate o non sufficientemente presenti nella nostra cultura mainstream. Il tutto con punti di vista diversi dalla storia ufficiale da scoprire nella piacevolissima lettura. Si crea così un intreccio di legami tra le donne presenti protagoniste delle piece che si rapportano tra loro e le grandi protagoniste del passato che tanto hanno da dirci e trasmetterci. Si racconta Djuna Barnes, Camille Claudel e tante altre donne della storia politica e artistica internazionale.

Ma non solo storia. C’è una piece, per esempio, che è la rilettura scenica di Risotto al Veleno, uno dei primi lavori dell’autrice, ovvero un giallo politico. La suspence della trama si intreccia alla politica della differenza sessuale che emerge soprattutto nella relazione virtuosa tra le protagoniste che porterà a risultati importanti nelle indagini del mistero. 

Un’altra piece, un monologo “La filosofa – Monologando – 2019” , testimonia come l’arte di Donatella sia un’arte incarnata che parte dal proprio vissuto e dalla sua passione politica capaci di cambiarci radicalmente nel profondo.

Un altro aspetto politico del libro è certamente quindi il cambio di prospettiva con cui si legge la realtà: nella cultura mainstream le donne che si sono distinte per aver disatteso i classici ruoli di mogli e madri vengono spesso etichettate come pazze, malate o, nella migliore delle ipotesi si descrive il loro successo in quanto mogli o parenti di qualche uomo illustre. Donatella dà alle protagoniste il ruolo di soggetti attivi, con una loro storia e una loro prospettiva esistenziale.

Ma c’è ancora dell’altro. Un ulteriore aspetto politico è il fatto che questo lavoro di Donatella Massara è anche un’introspezione nei sentimenti, nell’arte e nella vita delle donne che vengono rappresentate in scena. Si tratta di un’introspezione delicata ma profonda, rispettosa delle protagoniste viste nel loro contesto culturale che rivela parti fondamentali del loro pensiero e delle loro emozioni. Donatella infatti non opera una rigida distinzione tra le opere artistiche e il vissuto delle artiste amalgamandolo in un intreccio denso di significato. 

Si tratta insomma di un libro che presenta più piani, più livelli: storico, politico, emotivo. Inoltre la scrittura di Donatella, raffinata ed elegante, ci conduce per mano dentro vite, storie, vissuti, emozioni, arte e cultura. Ci fa gustare delicatamente ogni dettaglio culturale e riferimento politico della differenza sessuale.

Un libro che mentre si legge, trasforma, perchè si sa quando c’è una pluralità di punti di vista avviene il cambiamento dentro e fuori di noi.

pubblicato su Leggere Donna gennaio 2020, n. 186

 

Politica delle donne, Testi Vintage Diario 1976

pubblicato da Donatella Massara il 1 aprile, 2020

Vintage:  “Diari del 1976”

di Donatella Massara

“L’illuminismo distrugge il mito in prodotti della ragione ordinatrice in forza dell’ordine razionalistico in cui lo rispecchia. Questa tautologia del pensiero illuminista/razionale che parte e si sviluppa verso un’esaltazione del dato oggettivo, del fatto neutrale, è uno sviluppo entro al quale “l’impotente ha perso del tutto la forza di esprimersi” (Adorno). Questa interpretazione richiama all’immagine che usa Luce Irigaray nel descrivere l’irrazionale unicità della storia del pensiero maschile. La storia di un unico soggetto incapace di comprendere altro, nelle sue angosce di “castrazione”, se non se stesso. Produzione di un pensiero fatto di un moltiplicarsi all’infinito dei propri miraggi e dei quali continua a vedersi come l’unica causa, dalla quotidianità come dalle vette del pensiero filosofico/speculativo.
“Il gioco del soggetto” consiste nel moltiplicarsi in essi (nei pensieri) o addirittura nel deformarsi. Lui da solo è padre, madre, figlio/a, è maschile e femminile. “L’altro (o altra) è soltanto in quanto al servizio del soggetto stesso al quale offre le sue superfici candide ed ignoranti di sè”. (Irigaray, Speculum)
Diversamente da Simone de Beauvoir in Irigaray l’altro/a non è solo più l’inferiore, supporto del soggetto, ma avvia una radicalità nel cui cerchio non pare esserci conciliabilità, perchè se lei “si risottomette all’ordine stabilito, e così abbandona, anzi rinnega la prerogativa a lei storicamente assegnata, l’incoscienza, prostituisce l’inconscio stesso ai progetti e alle proiezioni, ancora presenti, della coscienza maschile” (pag. 136 Speculum)
D’altra parte l’uomo è tutt’uno con la propria alienazione, per Adorno, e non è più il soggetto alienato di Marx.

Aggiunte del 2013 da Speculum

E’ in questo passaggio dove ci si aspetterebbe di trovare “la matrice opaca e silenziosa d’un logos immutabile nella certezza delle sue luci, dove cominciano invece a brillare fuochi e cristalli, che intaccano l’evidenza della ragione” (Speculum pag. 139)

“Insistere inoltre e deliberatamente su quei vuoti del discorso che ricordano i luoghi della sua esclusione, spazi bianchi che con la loro silenziosa plasticità assicurano la coesione, l’articolazione e la coerente espansione delle forme stabilite. Riscriverli come scarti altrimenti e altrove dalle aspettative, in ellissi ed eclissi che disfano gli schemi logici del lettore-scrittore, fanno deragliare la sua ragione, confondono la sua vista.” (id.. pag 137)

Politica delle donne: Comunicare con le mailing list

pubblicato da Donatella Massara il 31 marzo, 2020

Sono ritornate molto utili le mailing list. PERCHE’ ti fanno capire che ci sono donne che continuano a fare politica, che vuole dire tenere e stringere, coltivare vecchie e nuove relazioni. PERCHE’ ci sono scambi pensati per la comunicazione. Un aspetto che noto molto carente nei mass media dove i comunicatori, sono supportati da donne che parlano il linguaggio dei segni per chi ha la sordità e sembrano più comunicative dei comunicatori ufficiali che parlano un linguaggio sempre più impoverito o astruso o banalizzato. Ma qualcuno ha spiegato -in modo da arrivare anche a chi non capisce bene l’italiano- esattamente come vengono i contagi? Chi ha capito -dopo 2000 volte che ci hanno detto di lavare le mani spesso – che il lavaggio serve contro il virus PERCHE’ il parassita è ricoperto di grasso che viene sciolto da sapone e acqua calda? Detto questo segnalo tre mailing list che mi sono piaciute molto.

Quella del CDM (Collettivo Donne Milanesi) che in questi anni da quando hanno perduto la sede di cs Garibaldi organizzano tutti gli anni Lesbiche Fuori salone, quando a Milano c’è il Salone del mobile che quest’anno è saltato. Loro segnalano i negozi le attività i luoghi dove fare le spese con la mailing SPESADACASA Indirizzi utili. Per chi vuole iscriversi mandare un messaggio alla pagina FB CIDIEMME https://www.facebook.com/CIDIEMME-151609606504/.

Poi segnalo la bellissima mailing list di Associazione donnein esce puntualmente anche più volte alla settimana. Ecco qui delle grandi comunicatrici. Associazione di Donne over 65 anni. Vedo in quella arrivata oggi oltre a spunti (ci sono molti uomini citati non spaventarsi ma accettare e sorridere) di organizzazione precisi e senza dubbi ci sono due pezzi forti di Silvia Vegetti Finzi e di Myriam Bergamaschi, due regali che parlano dal punto di vista delle nonne, della generazione anziana che è stata improvvisamente detta fragile, quando era stata prima del coronavirus quella forte. Mandare messaggio e penso sarete inserite nella mailing list

https://www.facebook.com/donnein.net/

Quindi ARCILESBICA ZAMI mette a disposizione un Luogo di ristoro. Elenco di articoli, links, siti dove passare del tempo, leggere quello che non avete mai avuto tempo di leggere e che riguarda la cultura lesbica.

http://milano.arcilesbica.it/luogo-di-ristoro/…

Segnalo che su Donne di parola una quasi web radio abbiamo postato varie letture registrate e continuiamo a farlo e che le segnalo a chi vuole, sono accessibili dalla home page come ULTIME LETTURE (le novità) e poi tutte quante elencate andando a LETTURE divise fra Racconti Poesie Saggi

http://www.donnediparola.eu

Donatella Massara

Città Vicine, Articoli, IL DOLORE DI ROSARIA COSTA, VEDOVA SCHIFANI di Franca Fortunato

pubblicato da Donatella Massara il 29 febbraio, 2020

ARTICOLO DI FRANCA FORTUNATO PUBBLICATO IL 27.02.2020 SUL QUOTIDIANO DEL SUD

IL DOLORE DI ROSARIA COSTA, VEDOVA SCHIFANI

CHI non ricorda Rosaria Costa, la giovane moglie di Vito Schifani, uno degli agenti di scorta (Antonino Montinaro e Rocco Di Cillo) del giudice Giovanni Falcone e della moglie Francesca Morvillo, morti nella strage di Capaci? Era il 25 maggio 1992 quando nella cattedrale di Palermo, durante i funerali, Rosaria lesse un appello ai mafiosi e creò “sconcerto” per aver integrato il testo scritto e concordato, dando voce alla sua sofferenza, al suo strazio, con parole di verità. <<Io Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani… (Vito mio) …, battezzata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato (lo Stato…) chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia. Adesso, rivolgendomi agli uomini della mafia (perché ci sonoanche qui dentro i mafiosi) e non, ma certamente non cristiani: sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono. (Io vi perdono, però voi vidovete mettere in ginocchio…). Se avete il coraggio di cambiare radicalmente i vostri progetti (ma loro non vogliono cambiare, loro noncambiano, loro non cambiano), tornate ad essere cristiani… Ve lo chiediamo per la nostra città di Palermo, che avete reso città di sangue, di operare anche voi per la pace, la giustizia e la speranza (tropposangue, non c’è amore qui, non ce n’è amore qui, non c’è amore perniente…>>. Rosaria, nei giorni seguenti, si mise in viaggio verso la verità. Andò a parlare con magistrati ed avvocati, bussò alle porte di vedove della mafia, di vedove di vittime di mafia, per sapere, capire, chiedere consigli su cosa fare con un bimbo di quattro mesi, Antonino, a cui un giorno avrebbe dovuto spiegare che cos’è la mafia e perché suo padre era stato ucciso. Oggi quel figlio è capitano della Guardia di Finanza. Un viaggio che allora raccontò nel libro “Lettera ai mafiosi – Vi perdono mainginocchiatevi” scritto insieme al giornalista Felice Cavallaro ed. Tullio Pironti, in cui si rivolgeva ancora una volta ai mafiosi, supplicava le loro donne, mogli, figlie, sorelle, perché abbandonassero i loro uomini e i figli maschi perché rinnegassero il padre. Nessun mafioso, condannato per la strage di Capaci, le ha mai chiesto perdono, i mafiosi non chiedono perdono, non si inginocchiano meno che mai davanti ad una donna. Rosaria, lasciata Palermo, non ha mai smesso di tenere vivo il ricordo di Vito, andando nelle scuole a spiegare che cos’è la mafia. Il fratello Giuseppe, allora, prese le distanze dal suo appello e il boss Bonanno, apprezzò. A distanza di 28 anni, lei e noi sappiamo il perché. Giuseppe, giorni fa, insieme ad altri cinque capimafia, è stato arrestato, con l’accusa di essere al servizio di Gaetano Scotto, boss del quartiere l’Arenella, dove fratello e sorella sono cresciuti insieme. Quale dolore più grande sapere di essere stata tradita, in tutto quello per cui hai vissuto e lottato, da tuo fratello? Rosaria è incredula, “un fratello mafioso?” e lo supplica “adesso inginocchiati tu e chiedi perdono, fratello”. Sa che non lo farà e si sente “pronta a ripudiarlo”. Un fratello lo si può allontanare, rinnegare, ripudiare, ma Rosaria, come ognuna/o di noi, sa che il legame resta perché non si può cancellare la madre. La loro madre, che lei vuole proteggere perché “sarebbe un colpo terribile per lei sapere che le hanno arrestato il figlio, non posso permetterlo”.

 

Politica delle donne, Testi: da Djuna Barnes “La Colomba”, short play

pubblicato da Donatella Massara il 19 gennaio, 2020

Apro Trovo Pubblico ” LA COLOMBA: Sì mi sbrigo – VERA : sarà meglio sarà presto di ritorno – LA COLOMBA: Non sta mai via molto – VERA: No mai troppo a lungo, si potrebbe invecchiare nell’attesa del giorno in cui sta via un’ora, un’ora intera – LA COLOMBA: si’ è vero – VERA (fiaccamente): Dice che viviamo in modo pericoloso (ride) Beh non riusciamo nemmeno a tener fuori le mosche – LA COLOMBA: Sì ci sono molte mosche – VERA (dopo una pausa): Credi che avrò mai un amante? – LA COLOMBA (girando la spada): Credo di no – VERA: Eppure lo scopo delle nostre vite, mia e di Amelia, è sempre stato quello di conoscere tutto – LA COLOMBA: Sì? – VERA: Sì. Diciamo una parola in francese, una in spagnolo, facciamo collezione di coltelli, e pistole ma le pistole le usiamo solo per sparare via i bottoni e i coltelli per tagliare il cotone da cucito e non saremo mai, mai perverse, nonostante la nostra educazione sia stata tutta a base di ginocchiere giarrettiere e pizzicotti sul culo – dati con classe – e alleviamo malamente animali – sperando di vedere qualcosa in prima persona – e i nostri letti sono piena di ingiallite pagine e storielle francesi come un nido di uccelli è pieno di piume. Dio! (si alza di scatto) Piccola, perché porto delizio ai gomiti? LA COLOMBA: Hai delle belle braccia – VERA: Scicchezze! Il pizzo che sventola avanti e indietro e mi fa il solletico non è bello – LA COLOMBA: lo so – VERA (tornando al divano)Ogni tanto mi immagino che cosa puoi sapere tu, per noi sei stata come un avvenimento. Comunque. Dimmi cosa pensi di me e di mia sorella, sei stata qui abbastanza ormai. Perchè stai qui? Ci vuoi bene? LA COLOMBA: Amo qualcosa che voi avete – VERA: Cosa? – LA COLOMBA: Il vostro spirito religioso

Pag. 227 Djuna Barnes, “La Colomba” “The Dove” pubblicato nel 1929 in Djuna Barnes “Animali quasi umani. Short Plays” Editrice Petit Plaisance, 2013. La Colomba è una giovane donna che convive con due sorelle anziane. E’ l’amante di una delle due, Amelia. E’ uno dei lavori brevi per il teatro scritti dall’autrice fra il 1916 e il 1923, prima del suo trasferimento a Parigi. Ironia di un’autrice corrosiva come l’acido prussico, così è stata definita da un critico. Qui in poche fulminanti battute riesce a delineare non tanto la psicologia delle protagoniste, da cui si tenne sempre lontana, ma le interrelazioni, quindi il terreno scosceso dell’inconscio che a un certo punto si ferma lasciandoci interdette a chiederci se abbiamo veramente capito quello che ha un unico evidente senso, qualora lo riconosciamo nella nostra esperienza, vera o immaginaria. Come Donne di parola, abbiamo messo in scena “Djuna Barnes vita e teatro (il mio testo è pubblicato in Donatella Massara “Donne che attraversano la scena teatrale” VandA epublishing, 2019) la registrazione dell’intero spettacolo è stata fatta alla Galleria delle donne Sofonisba Anguissola (vedi link http://www.galleriadelledonne.org/?page_id=3797 nella pagina delle rappresentazioni: http://www.donnediparola.eu/…/04/djuna-barnes-vita-e-teatro/) Laura Modini e io abbiamo messo in scena di Djuna Barnes anche la sola short story “Maggie dei santi”, https://www.youtube.com/watch?v=7coqmcYpO0Y&feature=youtu.bepubblicata nel volume che ho qui segnalato

 

Donatella Massara